"I swear I've found the key to the universe in the engine of an old parked car"

La mia foto
On The Road
Who I am? I wish I knew. I guess I'm a messed-up girl who's trying to "get to that place where we really want to go", as the famous Springsteen anthem says. I spend most of my life on the road, following Bruce in tour around the world or attending cinema conventions like the Venice International Film Festival. I have three amazing passions, indeed: Bruce Springsteen music, movies and books (as good George would say: what else?), and everytime one of them calls, I'm ready to answer 'yes', without any hesitation. I love Martin Scorsese's and Tim Burton's works, along with Pixar ones, and right now I'm literally crazy for Robert Downey Jr., probably one of the best actor EVER. I've also a dream, to become a movie director myself, and I'm studying in Rome in order to make it real someday. 'Cause baby, remember: it's my life, and I'll do what I want.

Countdown To My Journey In The Ol' Good London!

My Personality

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Tramps Like Us, Baby We Were Born To Run!

Thunder Road - Bruce Springsteen

Robert Downey Jr. - Sherry Darling

Robert Downey Jr. & Jude Law

giugno 22, 2010

Elementary, My Dear Watson!

Sono ancora qui, nonostante tutto. L'assenteismo degli ultimi mesi è principalmente dovuto al fatto che non sono portata per il multitasking, neanche quello scritto, evidente. Penso sia perchè quando decido di dedicarmi a qualcosa, quelle rare volte, mi ci dedico fino in fondo e con tutta me stessa. Sì, una gran seccatura, lo so. Nel caso qualcuno se lo stia chiedendo, la mia nuova addiction letteraria è scrivere fanfictions (e no, NON MI IMPORTA se pensate siano spazzatura, a me piacciono e tanto basta), ho cominciato giusto ad Aprile.
Ogni tanto comunque pensavo di aggiornare il blog, più o meno con un riassunto di ciò che vi eravate persi della mia vita, ma alla fine non ne ho mai fatto niente perchè a dirla tutta mi scocciavo. A mo' di informazione, sappiate che Iron Man 2 dovete guardarlo due volte per apprezzarlo, l'Inter ha vinto, nell'ordine, Coppa Italia, Scudetto e Champions' League (la prima squadra italiana a fare la tripleta), Mou se n'è andato perchè gli avevano tutti rotto i coglioni in Italia, ho dato due esami (di cui uno tanto per fare, mentre all'altro, l'unico che mi interessasse, ho preso 30, cosa che mi deprime ancora di più) e sto pensando di mollare l'università.

Detto questo, veniamo al motivo per cui sto scrivendo.
Non so se siete al corrente della mia ossessione per Sherlock Holmes. Non solo cinematograficamente parlando. Avrò avuto otto anni quando vidi l'adattamento della Disney in Basil L'Investigatopo. Allora ovviamente non sapevo chi fosse Holmes, ma tempo due anni in edicola uscì tipo tutta la collezione e dato che era un periodo in cui stavo abbastanza fissata con le detective stories pensai bene di comprare la prima uscita, Il Mastino Dei Baskerville. Ora, se c'è una cosa che mi hanno rotto le scatole con l'insegnarmi fin da quando sono stata grande abbastanza da imparare a leggere (intorno ai cinque anni, credo) è l'importanza della lettura. Mia nonna paterna soprattutto, per la quale sembrava fossimo proprio una di quelle famiglie alto-borghesi della Londra vittoriana (e quindi potete immaginare che infanzia alquanto traumatica anche in questo senso possa aver avuto io, mi ha anche dato lezioni di portamento, con i libri in testa, per dirne una). Cosa che, ovviamente, NON eravamo. E non siamo tuttora. Tutto questo per dire che mi hanno tirato su a libri, roba che quando uscivamo e ne prendevo uno il tempo di tornare a casa e l'avevo già finito (ad un certo punto tutti loro si sono accorti che questa cosa NON poteva continuare, e adesso quando vado in una libreria con mia madre mi viene VIETATO di comprarne, per dire il paradosso). Però su di una cosa non hanno mai sorvolato. Erano sempre tutti (mio nonno escluso, lui è un outcast come me) bene attenti che NIENTE diventasse più di un hobby. In altre parole, più semplici, NIENTE doveva diventare una PASSIONE. Così quando tornai a casa con il libro di Doyle sottobraccio nessuno mi disse niente, erano abituati. Il problema cominciò quando notarono che NON MI CI STACCAVO. Avevo sempre quel dannato libro in mano. Era diventata una droga, qualcosa di cui non potevo fare a meno (segnarsi: prima addiction, a dieci anni, per un libro. Ah se non sto messa male...). Lo portavo dovunque: in macchina per fare due chilometri, a mare, in bagno, a tavola, in pizzeria. Ovviamente i miei presero provvedimenti. L'unica cosa che non ci facessi, con quel libro, era dormirci insieme, avevo paura che si rovinasse. Ma lo tenevo sul comodino accanto al letto, comunque. Ogni sera lo leggevo fin quando non mi si chiudevano gli occhi, e allora spegnevo la luce e mi addormentavo con Sherlock Holmes a vegliare sui miei sogni. Poi la mattina seguente appena sveglia lo prendevo ed andavo in bagno a leggerlo.
Una volta però non lo trovai più, era scomparso (e vi prego di notare il paradosso della situazione: il più grande detective al mondo che scompare), volatilizzato. Potevo mai averlo dimenticato da qualche parte? Improbabile per quanto ci tenevo, ma visto che in passato mi era già capitato di perdere il mio peluche preferito (storia strappalacrime che forse un giorno vi racconterò) decisi di non tralasciare quella possibilità, come d'altronde avevo imparato a fare proprio da Holmes, e cominciai a mettere a soqquadro casa, giardino compreso (era estate ed abitavamo alla villetta vicino mare, che è alquanto grandicella, qui in culo all'Italia i piani urbanistici non sanno che sono). Non lo trovai da nessuna parte. Alla fine chiesi a mia madre e mi venne risposto che l'aveva sequestrato lei perchè ci stavo troppo attaccata. Ogni possibile protesta venne mozzata sul nascere. Non me l'ha mai ridato fino a qualche mese fa.
Passarono quattro anni e mentre ero in vacanza con i miei nonni paterni alle terme mi capitò tra le mani un mega volume giallo con titolo: "Tutto Sherlock Holmes" e contenente tutti i romanzi e i racconti in versione integrale. Fortuna volle che fossi con mio nonno, il quale senza farselo ripetere due volte non solo me lo comprò, ma mi aiutò anche a nasconderlo per bene in camera. Cominciai a leggerlo durante il resto del soggiorno, stando sempre bene attenta a che non ci fosse nessuno nei paraggi; una volta tornata a casa una notte che non riuscivo a dormire accesi la luce in camera da letto e ripresi la lettura, ma disgraziatamente mia madre si alzò per andare in bagno, mi colse in fragrante e ovviamente mi tolse anche il mega volume giallo fighissimo (la fortuna, questa sconosciuta). Alla fine per mancanza di altre soluzioni mi buttai sulla lettura della storia d'Italia scritta da Indro Montanelli (immaginate a leggere questi mattoni sotto il sole a mare... sì, non sono normale). Mia madre sembrava soddisfatta, quelli non me li tolse, anzi, apprezzava.
Tempo un paio di anni comunque e mi ritorna la fissa per i gialli. Avendo ormai rinunciato a Doyle, cominciai a leggere Agatha Christie, soprattutto le storie su Poirot. Ora, capite bene che Poirot NON E' Holmes. Evidentemente. Non c'è proprio storia. Holmes è uno strafigo bohemien a cui non frega un cavolo di nessuno tranne che del suo Watson. Poirot è il tipico intellettuale che se ne esce ogni tanto con un bon amì, tutto precisino e ligio al dovere. Basterebbe anche solo questo per capire un bel po' di perchè. Tipo, perchè mia madre sia stata bene attenta a vietarmi Holmes, mentre con Poirot non gliene è fregato niente. O perchè io straveda per Holmes e non per Poirot. Elementare.
Insomma, dopo tutto questo bell'excursus sul mio rapporto con Sherlock Holmes forse adesso riuscite a capire anche il motivo del mio amore appassionato per Rob, che ha prestato corpo e voce all'ultimo adattamento cinematografico del detective. C'entra il fatto che il film sia stato girato quasi esattamente come me lo ero sempre immaginato, compresa la parte in cui Holmes fa a pugni e compagnia bella. Ma è soprattutto come Rob interpreta Holmes a fare la differenza. La sua versione è quella definitiva, come dice l'Empire (che per chi non lo sapesse è il giornale di cinema più autorevole del mondo, insieme all'Hollywoodiano Variety): "Adesso vedere Robert Downey Jr. come Holmes appare naturale... Elementare, addirittura." Ed è vero anche il contrario. Perchè Holmes viene descritto così, nelle movenze, nei gesti, nelle espressioni.
Da buona fan ho recuperato anche tutti gli episodi della serie Granada con Jeremy Brett nei panni del protagonista. Spesso la gente dice che l'Holmes definitivo l'ha fatto lui. Ora che lo sto guardando posso dire che non avevano torto. Jeremy Brett ha portato sul piccolo schermo un Holmes che nelle parole è esattamente l'Holmes del libro, ma se c'è qualcosa che gli manca è la vita. Il suo personaggio vive come una trasposizione filmica, ed in questo è perfetto, ovviamente. Quando pronuncia le esatte parole scritte da Doyle non si può NON pensare che lui sia Holmes. E' così Inglese, è così impeccabile. E anche Watson, è tale e quale ai racconti. Impacciato, timido, gioca il ruolo dell'allievo di Holmes. Come appunto avviene in Doyle.
Ma come ogni addetto ai lavori vi dirà, un buon adattamento è quello che vive di per sè, che prende gli elementi base, gli elementi caratterizzanti del testo scritto, li fa suoi e li rielabora in maniera diversa, restando tuttavia sempre fedele all'originale. Ed è questo che fa Rob. Il suo Holmes è un genio anticonformista, è fuori da ogni schema logico pur essendo un ragionatore di prima categoria, è un bambino capriccioso capace di rinchiudersi dentro alla sua stanza e non uscire per due settimane. Va a gattoni sul pavimento, gioca con la pistola per poi dimenticarsela quando gli dovrebbe servire, prende in giro tutti senza preoccuparsi di essere sottile. Ed il Watson di Jude viene reinventato allo stesso modo: si trasforma in una sorta di babysitter, non lo prende quasi mai sul serio, smorza le sue convinzioni quasi come fosse lui stesso Holmes. Riesce addirittura a farlo uscire di casa quando lui non vorrebbe, cosa che sarebbe stata impossibile con Jeremy Brett, per dirne una.
Ma c'è una cosa ancora più importante, e riguarda il rapporto tra Holmes e Watson. Nella versione televisiva i due appaiono, come già detto, allievo e maestro, in alcuni frangenti fratelli. Ma è sempre chiaro che è Holmes, quello che comanda, e Watson è quello che osserva stupito e meravigliato le rivelazioni, i procedimenti deduttivi del primo. Le parole di Doyle, ad una prima lettura, suggeriscono esattamente questo. Nell'ultimo adattamento cinematografico il discorso viene portato più avanti, notevolmente più avanti. Ed è evidente. Holmes e Watson sono una coppia di fatto, l'estremo e l'equilibrato, il fuori da ogni schema ed il controllato, il possessivo ed il (finto) distaccato. Si stuzzicano a vicenda, litigano (ma non sul serio), si separano e sembrano lontani, ma in realtà non possono mai rimanere troppo tempo lontani l'uno dall'altro, perchè hanno bisogno l'uno dell'altro. E se l'elemento discorsivo non è già di per sè chiaro, allora basta prestare attenzione al gioco di sguardi che va avanti ininterrottamente per tutta la durata del film. I due si cercano di continuano, si trovano di continuo, e i loro occhi esprimono molto di più di quanto le parole impongano. Basti pensare alla sequenza in cui Holmes fa portare nella stanza di Watson il cadavere di uno degli sgherri di Blackwood (un esempio su mille, per non citare i più scontati del ristorante e della carrozza). Dal primo istante (in cui Holmes apre la porta) all'ultimo (in cui Holmes esce dalla stanza, dimenticandosi di proposito la pistola) è tutto un rincorrersi e fuggirsi, un tendere trappole ed un NON evitarle, cascarci in pieno, perchè nonostante ciò che dica ad alta voce Watson ha bisogno di Holmes allo stesso modo in cui il detective ha bisogno del suo dottore. Negarlo è stupido, nonchè inutile, perchè è di quanto più evidente ci possa essere. Ed è qui che sta la forza del film. Doyle ha INscritto questo tipo di rapporto nei personaggi, ma finora nessuno l'aveva mai saputo concretizzare come si deve. Spiegarne le ragioni porterebbe il discorso su un altro terreno e sarebbe immensamente prolisso. Rob e Jude hanno fatto propri Holmes e Watson e hanno ridato loro nuova vita, ed è per questo che le loro sono le interpretazioni definitive di questi due immensi personaggi. Liberi di crederci o no, ma noi da queste parti ne siamo profondamente e irrevocabilmente convinti, ed aspettiamo con ansia il prossimo capitolo.

Edward Hardwicke (Watson) e Jeremy Brett (Holmes) nella serie Granada (1984-1994)

Robert Downey Jr. (Holmes) e Jude Law (Watson) in Sherlock Holmes (2009)

aprile 07, 2010

Sometimes I Wonder What I'm Gonna Do...

Come forse qualcuno saprà ultimamente ho orari alquanto fuori dalla norma, vado a dormire tra le 3 e le 5 di mattina e mi sveglio verso le 12:30. Ma c'è un motivo preciso per cui lo faccio, e questo motivo si chiama scrittura. E sì, lo so che scrivo da una vita, ma il punto è che adesso ho ripreso a scrivere narrativa. Ora, un conto è scrivere su un qualche tema a mo' di editoriale, un conto è scrivere storie: nel primo caso l'idea ce l'hai già bene in mente, oppure devi riportare qualcosa che ti è capitato e quindi ti "basta" andare a cercare nella tua testa e da qualche parte quella memoria sarà, la prendi, la elabori e la butti giù su foglio. Con la narrativa non è così facile. Se sei un buono scrittore non ti accontenti di descrivere una certa situazione nella tua storia, ti preoccupi soprattutto di farla funzionare. Il che vuol dire andare a controllare diecimila volte ogni dettaglio, farlo sembrare realistico, fattibile, accadibile, e questo perchè il lettore più attento non si deve accorgere che ciò che sta leggendo è fiction, anche se lo sa. Fa parte del gioco. (Il perchè uno lo faccia anche per una cosa tipo una fanfic e faccia le 5 di mattina sapendo che ben pochi leggeranno ciò che ha scritto mi rende solo una dannata perfezionista, e nulla più). Ma questo non c'entra.
Il preambolo serviva per spiegarvi cosa è successo stamattina, e non stanotte. Dunque. Stamattina ho fatto un sogno strano (cioè, non più strano del solito, intendiamoci, strano per la normale definizione di sogno), e la cosa più interessante è che mentre dormivo, dato che mi interessava, dicevo a me stessa o alla mia testa di prendere nota e ricordarmelo, in maniera tale che una volta sveglia potessi trascriverlo. Ovviamente quando mi sono alzata ricordavo soltanto questo particolare, e del sogno soltanto una vaga sensazione di averlo fatto (tra l'altro sono quasi stata buttata giù dal letto da mia madre perchè era quasi l'ora di pranzo ed eravamo ospiti dai miei nonni materni, quindi nel trambusto generale non ho neanche avuto bene il tempo per riordinare le idee). Mi dispiaceva perchè era un sogno che avrebbe potuto testimoniare ancora una volta l'esigenza della Marvel di avermi tra i suoi collaboratori nel settore cinematografico, cosa che gli converrebbe anche perchè non voglio essere pagata.
But anyway, torno a casa e dopo un po' escono online due nuovi spot tv per Iron Man, e guardandoli mi torna a mo' di flashback perlomeno la traccia base del sogno (che cervello, eh?). Ora dopo tipo sette ore ho recuperato tutta la memoria, ed eccomi qua a raccontarvelo in breve.

Ci sono io in una stanza tutta bianca in una sorta di grattacielo stranissimo che ha la base rettangolare e finisce tipo a trapezio in alto; verosimilmente sono all'ultimo piano, le finestre sono enormi e senza tende, alle mie spalle si vede l'Oceano (e non chiedetemi come so che era l'Oceano). Sto lavorando ad un computer, in piedi, curvata a scrivere qualcosa sulla tastiera. Cosa ancor più sconcertante, sono in giacca e cravatta. Dopo qualche minuto finisco, spengo il pc, prendo una cartellina dalla scrivania ed esco dalla stanza; passo dal bancone della mia segretaria, le dò la cartellina, mi da una valigetta piccola, rettangolare e grigia, tipo quelle portavalori. La prendo, la saluto e chiamo l'ascensore. Scendo giù in garage, mi metto in macchina e vado a casa (vivo in una enorme villa californiana, probabilmente a Malibu).
La "scena" dopo (ormai il mio cervello è cablato a film, va in automatico) è sera, ci sono io seduta su un divano bianco, a casa, che scrivo qualcosa sul mio MAC, quando suona il telefono di casa; mi alzo e vado a rispondere. Nella realtà non so chi sia, ma nel sogno sì, ascolto prima cosa mi dice chi è all'altro capo della comunicazione e poi gli rispondo "I'll be there in ten minutes." (sì, nel sogno parlo in inglese, non chiedete spiegazioni per favore chè non ve le so dare). Prendo sempre la famosa valigetta grigia, esco con la macchina, raggiungo Tony Stark a downtown L.A., in un incrocio che comunque è quello che sta a Bisceglie poco distante da dove abito io, e che è precisamente tra la piazza principale del paese e la parallela alla via commerciale che porta anche alla stazione. Quando arrivo trovo lui con indosso l'armatura di Iron Man (sapete sì che Tony Stark è Iron Man?), e Whiplash che gli sta tirando addosso tutte le auto parcheggiate nei dintorni. Come si accorge che sono arrivata cerca di distrarlo respingendo una Impala del '67 e gettandogliela di rimando; la mossa funziona, lo colpisce alla tempia sinistra e per un attimo perde l'equilibrio e cade all'indietro (e voglio dire, se avete visto il trailer sapete che armamentario si porta dietro Mickey Rourke). Approfittando del momento di relativa calma mi viene vicino, mi dice tipo "Glad you made it" e comincia a spiegarmi il piano, ma nel frattempo Whiplash s'è ripreso e ha ricominciato a lanciare macchine; una ci sfiora per un niente, Tony si gira verso di lui e gli grida: "Now you're making me really angry. Couldn't you cut this out?", carica il repulsore della mano destra e glielo lancia contro, poi mi parla di nuovo.
"Listen, I can't fly, the power is running out, I don't know why, Jervis is off out. I need the new armor, it's right in that suitcase, but I can't open it if he keeps on throwing cars on me. Don't allow him to catch it."
Si lancia a mo' di ariete contro Whiplash, io gli urlo qualcosa contro che suona tipo "What are you, an idiot?" e l'attimo dopo me lo vedo scaraventato direttamente contro il mega cartellone pubblicitario (che c'è veramente in piazza) ad una velocità pazzesca; non riesce neanche ad attutire l'urto, e la scena sembra come quando uno si incazza e lancia qualcosa come per esempio un libro contro il muro. Mi giro terrorizzata verso di lui, sto per andargli vicino per capire se è ancora vivo, poi mi ricordo di Whiplash e comincio a correre lungo la strada, cercando di allontanarmi dalla piazza, ma nel giro di pochi secondi mi è praticamente addosso e mi sorride sinistro. A questo punto sono totalmente paralizzata di fronte a lui, indietreggio o almeno cerco di farlo (ma mi sa che non mi muovo di un centimetro), non so che fare quando sento Tony che mi chiama mentre striscia per terra a mo' di soldato. Guardo la valigetta nelle mie mani, gli getto un'occhiata veloce e gli lancio con quanta più forza possibile la ventiquattrore, che fortunatamente gli finisce vicino abbastanza da fargliela prendere al volo e aprirla. Il che fa incazzare ancora di più il simpatico gigante ad un passo da me, che per vendicarsi mi colpisce con uno di quei tentacoli che s'è costruito e mi manda direttamente contro la saracinesca di un salumiere (sì, c'è anche questo all'incrocio di Bisceglie). Un attimo prima di perdere i sensi (mi cola sangue dal naso e con molta probabilità ho un braccio spezzato) vedo Tony infilarsi l'armatura nuova di zecca che ha tirato fuori dalla valigetta e dire verso Whiplash: "Time to play with me now!". Il momento dopo chiudo gli occhi nel sogno e nella realtà sento mia madre che dice a mio fratello di fare un po' di rumore affinchè mi svegli.

Comunque, giusto per dire, mancano 23 giorni ed io faccio sogni del genere, rendiamoci conto. Non è che me la vedo male, non me la vedo proprio. Cioè, io impazzisco per i primi quindici secondi di questo SPOT TV, come cavolo si fa!? Oggi ero lì piegata in due dalle risate che mi guardavo e riguardavo come un'idiota la prima parte! Cioè, aiutatemi, vi prego...



Per la cronaca, questa è la nuova armatura di Iron Man, ed è la stessa che Tony tirava fuori dalla valigetta nel mio sogno:
Che poi, non ci vuole molto a capire il perchè io faccia certi sogni. Cioè, ma stiamo scherzando!?
E, giusto nel caso ve lo steste chiedendo, aspettatevi un progressivo rimbecillimento del tenore degli argomenti trattati in questo blog. Nel caso non vi foste ancora abbastanza chiaro, around here WE LOVE TONY STARK.

marzo 28, 2010

Less Than Zero

Il film è cominciato da pochi secondi e già si capisce dove andrà a parare, anche se non si conosce la trama. Tre diciottenni (due maschi e una ragazza) il giorno del diploma. Parlano mentre camminano dei vari progetti, del dopo. Arrivano all'ingresso del liceo, si mettono in posa per una foto. Scattata. Si fissa sullo schermo per qualche secondo. Musica un po' sinistra di sottofondo. Titoli di coda. Poi appare la scritta "Six months later". Non è difficile intuire cosa succederà nei seguenti 90 minuti. E' inutile mandarla a dire, non ci avesse recitato Rob questo film non lo sarei mai e poi mai andata a cercare, in parte perchè è dei tardi '80s (in cui o eri un genio, o niente), in parte perchè sono più o meno sempre le stesse variazioni sul tema "Cosa succede quando bisogna diventare grandi". Insomma, è bullshit, a meno di non saperla raccontare davvero bene. E il signor regista NON l'ha fatto. Ma nel film c'è Rob appunto, che interpreta il ruolo più problematico, incasinato e vero della pellicola, e che tiene su da solo tutto il plot (gli altri due comprimari hanno l'espressività di una statua di cera). Nel mondo del cinema si dice che un attore eccezionale si distingue dalla sua capacità di rendere memorabile ogni ruolo che interpreta, anche quello più banale in un film mediocre. Come in questo caso.
Avete presente la canzone degli 883, Se Tornerai? Fa pressapoco così:
Ti ricordi quell'estate, in moto anche se pioveva? Tentavamo un po' con tutte, cosa non si raccontava, ci divertivamo anche con delle cose senza senso. Questo piccolo quartiere ci sembrava quasi immenso. Poi le strade piano piano ci hanno fatto allontanare; il motivo sembra strano, non lo saprei neanche dire, solo ti vedevo qualche volta in giro con quegli altri, tu che mi dicevi "Qualche sera passerò a trovarti"
Nel film succede pressapoco la stessa cosa, solo nel giro di sei mesi: uno dei tre se ne va in un college dell'East, gli altri due che rimangono si incasinano la vita con la droga (e Julian, il personaggio che interpreta Rob, anche con grossi debiti per prestiti mai restituiti); quando Clay torna a casa per le vacanze di Natale, trova il casino più totale e ha voglia di prendere ed andarsene subito via (e questo sarà il sub tema di tutta la pellicola). Sulla trama non c'è molto altro da dire, quel che succede è facilmente intuibile. Tuttavia, se sto qui in piedi alle 5 meno un quarto a scriverne ci sarà pure un motivo, ed è presto detto. Ne scrivo perchè mi ha sconvolto, nonostante il mio occhio allenato non possa fare a meno di notare la scarsità artistica della direzione generale. Può sembrare un paradosso, o anche un'esagerazione dovuta al fatto che ci reciti Rob, ma non è così. Vedo un centinaio di film all'anno, spazio tra generi, registi, attori, ambientazioni ed età. Con un passo del genere sono pochi gli istanti, le sequenze che ti rimangono fisse nella mente e sai che di lì ti sarà impossibile schiodarle, per una serie di motivi, psicologici e affettivi. E questo non lo dico solo io, ci sono decine di critici e di addetti ai lavori che l'hanno dimostrato. Perchè alla fine i film sono fatti più o meno in larga maggioranza tutti alla stessa maniera, e allora si va a scovare il dettaglio, il particolare, quel qualcosa che rende quel determinato momento magico, reale, puro. Non avviene spesso, e non avviene nemmeno sempre in una determinata maniera. Alle volte è uno sguardo, altre una parola, altre ancora un gesto. Può essere un'intera performance o solo un singolo momento. Quel che conta è che, certe volte, accade. Anche nei film mediocri come questo.Nella fattispecie, da Less Than Zero mi ha preso come una morsa allo stomaco l'interpretazione di Rob (e no, non c'entra niente che fossi predisposta verso il suo personaggio), che è così viscerale, così pressante da ridurti quasi ad uno straccio calpestato, che è nulla di meno di ciò che avviene al suo personaggio sullo schermo. Ha fatto un errore (caxxo, a diciott'anni chi non ne commette?), l'ha dovuto affrontare da solo, e ne ha fatto un altro, il padre l'ha cacciato di casa, è pieno di debiti e si droga, è solo e passa le notti su una panchina nel parco. Quelli a cui deve dei soldi lo minacciano. Tenta di reagire ma, di nuovo, il resto del mondo gli sbatte la porta in faccia. Viene ricattato. E' poco più di uno zerbino. Gli mancano i suoi due amici, che a parte qualche rara volta si fanno gli affari loro (e tra loro). E' solo. Fuma. Si rifugia sopra ad uno scoglio a picco sull'Oceano e se ne rimane lì a fissare il Pacifico. Quando Clay lo trova gli parla un momento, e poi si volta e gli fa "I gotta go". Julian gli risponde: "Always leaving, you!", ma con un sorriso, come a dire "ti capisco". Proprio quello che gli altri con lui non fanno, non sono mai disposti a farlo. Se ne rimane lì a guardare il mare. E' probabilmente l'essere più docile della terra. Basterebbe questo a render chiaro il perchè Julian mi abbia fatto l'effetto appena descritto. Il motivo è semplice, ed è anche il più banale che ci possa essere. In lui mi identifico, in tutto e per tutto. Certo, non ho problemi di droga nè di debiti, non dormo per strada e vivo a casa con i miei. Ma questa è solo la superficie, è solo l'evidenza del personaggio. La sua essenza, il suo tratto peculiare, sta negli abiti un po' extra-large che porta, nelle frasi a metà che gli altri non gli fanno mai finire di dire, nella solitudine, nelle lacrime nascoste al mondo, nel sorriso storto tipico di chi vorrebbe ridere più spesso, solo che non gliene danno la possibilità; sta nell'inquietudine, nella voglia, a volte, di mollare tutto, nelle continue sfide perse per dimostrare agli altri la sua bontà, le sue buone intenzioni, nonostante venga spesso sfruttato. Sono queste, le vere caratteristiche di Julian. Le mie caratteristiche. Ecco perchè questo film mi ha sconvolto. Nothing more, nothing less. Anche se affermarlo sembra un'eresia, è Julian quello che ha la visione più chiara di tutti della vita. Ci vorrebbe un quote per renderlo evidente, ma Rob nel film parla poco, lascia che a farlo siano i suoi gesti, i suoi sguardi. Perciò vi lascio con un suo screen-shot, e con una frase tratta dalla canzone sulla quale scorrono i titoli di coda.

The night is my wake
All thoughts slip away
And even though I must leave you
Remember, I love you


marzo 26, 2010

A Brand New Day

Capita che ci siano momenti, nella vita di un po' tutte le persone, in cui ci si fissa con un qualcosa o un qualcuno: un'auto, una moto, un cantante, un attore, una città (anche se sembra strano, posso assicurarvi che capita). In generale, e in una considerevole percentuale di casi (non vi dò cifre perchè io sono abbastanza a parte in questo discorso, quindi darei un dato sballato), alla fine l'effetto novità svanisce, o ci si fissa con qualche altra cosa, ricominciando il ciclo, e la precedente viene messa da parte, in qualche scatola: sai che è lì, ogni tanto la riprendi in mano, ma la cosa non ha ulteriori sviluppi. E' solo un modo come un altro per sfuggire alla routine quotidiana, all'alternarsi di sveglia, colazione, lavoro, pausa pranzo, lavoro, ritorno a casa, sport, doccia, tv, computer, letto and so on. Si va a scovare qualcosa di fuori dal solito che speriamo possa rendere la nostra vita, se non migliore, almeno sopportabile. C'è chi lo chiama hobby, c'è chi lo chiama passione, c'è chi lo chiama fissazione. Nomi diversi per descrivere lo stesso fenomeno.
Per me la cosa è abbastanza diversa, e non perchè mi piace pensarmi come una sorta di emancipata, ma perchè my mind rebels at stagnation, passatemi l'illustre citazione. Cioè, ho un serio problema con lo stare senza far niente nel senso più ampio del termine, che vale a dire: non riuscendomi ad adattarmi alla routine di tutti i giorni, ed essendo arrivata alla conclusione che la mia vita futura non potrà mai essere fatta di cose che si ripetono sempre uguali, quando trovo qualcuno che mi offre la chiave di liberazione da questa condizione io mi ci aggrappo e non lo mollo più. Il che crea innumerevoli altri problemi, ma tutti più o meno gestibili.
Come c'entri tutto questo con il discorso di prima è presto detto. Molti di voi la storia la conoscono, ma dato che è funzionale alla comprensione generale faccio un breve riassunto. Quattro anni fa conobbi Bruce, e guardando indietro ora posso dire che c'è stato il momento, il lungo momento a dir la verità, in cui sono stata in fissa con Bruce, ma proprio completamente. Tanto che non ascoltavo altra musica, nelle mie conversazioni riuscivo a mettercelo sempre, e la mia vita si svolgeva in buona parte in funzione sua. Questo è durato per un paio di anni, diciamo finchè non mi sono trafserita a Roma per l'università e ho cominciato a capire che se volevo sopravvivere dovevo un attimo darmi da fare e non stare sempre a sbattere la testa sul pc. Nel 2009, l'anno scorso, Bruce è tornato in tour e da marzo la mia vita ha ricominciato a ruotare intorno a lui, seppur con moderazione e non con attaccamento morboso (per la serie, comunque mi alzavo ogni notte in cui lui suonava, e mi trascrivevo la setlist sul diario, e compravo decine di biglietti per concerti in mezza Europa, and so on - forse ora capirete quando dicevo che sono un caso a parte, se questa è moderazione...), fino al punto in cui ho programmato un viaggio di due settimane negli Stati Uniti senza dire nulla ai miei genitori, per un totale di sei concerti di Bruce Springsteen & The E Street Band e due dei Gaslight Anthem. Ma la fissazione mi era passata, eh.
L'ultimo concerto a Philadelphia il 20 Ottobre scorso era stato un qualcosa di così forte, così sensazionale, così emozionante, così intenso nelle sue tre ore e mezza da farmi affermare che dopo di questo non ci sarebbe potuto essere niente alla pari (senza voler con questo implicare qualsiasi altra cosa in più: per me era la cosa più vicina alla perfezione che un concerto potesse raggiungere, stop). Tornata a casa mi ci vollero una decina di giorni per riprendermi dal viaggio, e Bruce c'entrava in minima parte; andare negli States era stata per me la realizzazione di un sogno, vedere New York City, il Jersey, Asbury Park, mangiare la cheesesteak di Philly e passeggiare per Broadway con il bicchiere di Starbucks in mano, salire sul Rockfeller Center a mezzanotte, guardare in basso ed avere la città più bella del mondo sotto di te, con in testa New York City Serenade che ti fa sembrare come dentro ad un film: tutto questo mi faceva sentire viva, parte finalmente di un qualcosa in cui mi muovevo perfettamente a mio agio. Messa in prospettiva, i concerti erano stati davvero un di più, anche se in pochissimi l'hanno capito.
Decisi quindi di mettere da parte Bruce, era anche giunto il momento: l'avevo visto suonare a casa sua, che era quello che desideravo di più da quando ero entrata in contatto con le sue song, e finalmente ce l'avevo fatta. Non potevo oggettivamente chiedergli - e chiedermi - di più. Per l'anno nuovo mi riproposi di dedicarmi a quella passione che avevo trascurato negli ultimi due/tre anni causa Bruce, una passione che voglio fare diventare la mia vita: il cinema. Però tra il dire e il fare ci sono di mezzo talmente tante cose che uno è sempre sul punto di cedere.
Mi spiego meglio. Innanzitutto la grande maggioranza di chi mi conosce abbastanza da sapere di Bruce quando ho esposto il mio nuovo proposito non dico che mi ha riso in faccia, ma ha almeno fatto una faccia a metà tra il "Mi stai prendendo per il culo?" e il "You can't be serious!" (il che, detto tra noi, mi ha innervosito un bel po', dato che nessuno si può permettere di dirmi cosa ha la priorità, nelle mie scelte). La seconda reazione è stata quella di cadere dalle nuvole, tipo: "Il cinema!? Oh, c'mon!", e la cosa peggiore è che sono stati in molti, ad averla, il che mi ha fatto capire quanto esagerato fosse stato il mio attaccamento a Bruce, tanto da oscurare tutto il resto.
Ma insomma, nonostante tutto questo clima avverso ho messo via, metaforicamente parlando, i dischi di Bruce e ho tirato fuori i dvd, le mie spese sono state sempre più indirizzate all'acquisto di dvd/blu-ray e a fine febbraio finalmente mi sono potuta permettere l'agognato lettore bd, il cui acquisto ormai da un anno e mezzo continuavo a dover rimandare causa altre spese Springsteeniane. Ho cominciato ad aggiustarmi l'abbigliamento (intendiamoci, vado ancora fissa con i jeans, ma almeno ho smesso di vestirmi a strati come quando vagabondo da una città all'altra e da uno show all'altro), a cambiarmi un po' di più, a diminuire il consumo di dolci e di schifezze varie e, cosa più importante di tutte, ho cominciato a fare footing regolarmente, e anche quando le gambe si ribellano ed invocano lo stop ora proseguo, perchè ho una motivazione forte, forse per la prima volta nella mia vita.
Quale sia è presto detto. Troppo a lungo mi sono cullata del fatto di considerarmi un'artista, e in base a questo immaginario status pensavo che non badare a certi dettagli mi fosse, in una qualche misura, dovuto. A chi me lo chiedeva, dicevo che mi andava benissimo essere così, fin tanto che mi sentivo a posto con me stessa. In realtà mi prendevo in giro da sola, ripetevo all'altra me che era questo, quel che volevo, e lei se ne tornava a dormire senza dire una parola. Sentivo che mi mancava qualcosa, che non era così che mi piaceva vedermi, ma non riuscivo proprio ad ammetterlo in sincerità con me stessa, quindi inventavo bugie su bugie al solo fine di autoconvincermi.
Vi chiederete cosa mi abbia finalmente aperto gli occhi. Be', quando si dice il destino, è stato proprio il cinema, più precisamente è stata la notte degli Academy Awards. Tra i film più candidati c'era l'indipendente Preciuos, le cui due attrici erano state candidate nelle rispettive categorie di Miglior Protagonista e Miglior Non Protagonista. Di solito non seguivo il red carpet, perchè la cerimonia me la vedevo da sola, e quindi alle 11 me ne andavo a letto a dormire un paio di ore, per poi svegliarmi alle 2 e seguire la diretta. Quest'anno però c'era Anna con me in comunicazione istantanea e quindi ho tirato ad oltranza anche fin dopo la conclusione della serata, perchè in un subito dopo non meglio precisato c'era una trasmissione assai interessante su un più assai interessante film con l'immensamente più assai interessante protagonista (e perdonate il chiasmo). Tornando a noi, mentre si seguiva il red carpet e tra un mio gemito ("I want to be theeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeere!") e l'altro ecco che fanno la loro passeggiata Mo'Nique e Gabourey Sidibe, le protagoniste di Precious. Le avevo già viste ai Golden Globes, ma è stato in quel momento, e non so per quale caspita di motivo, che nella mia testa s'è fatto tutto chiaro e limpido come non mai. E ora, dopo un po' di tempo in cui c'ho pensato su, forse il perchè credo di averlo capito.
Il fatto è che fino a quel momento, anche se non l'avrei mai ammesso con nessuno al mondo, l'essere così com'ero costituiva un qualcosa a cui aggrapparmi con tutta me stessa nei momenti in cui mi sembrava che la realtà mi volesse incorporare al suo interno, rendermi parte della sua monotonia, della sua banalità. Per ribellarmi dicevo che no, io non ero come tutti gli altri, non badavo alle apparenze, non mi importava che gli altri non mi considerassero, mentre in realtà dentro, ad un qualche livello di subconscio seppur seppellito chissà dove, ogni volta che notavo questi atteggiamenti della gente (e li notavo sempre, perchè porca miseria ho la stessa percezione di Wolverine in queste situazioni) da qualche parte il sangue riprendeva a fuoriuscire dalla stessa ferita mai cicaturizzata. Ma ero troppo brava nel proteggere me stessa da quella verità, e alla fine sono giunta a credere che fosse la realtà, quando invece era tutto l'opposto. E allora quella domenica notte mi sono chiesta, mentre immaginavo di trovarmi lì, nominata tra i nominati, e di arrivare prima degli altri per non trovarmi in quel casino di gente che a malapena si riusciva a camminare, mi sono chiesta come mi sarei vestita, quale abito avrei indossato e se, guardandomi allo specchio prima di uscire dalla camera di albergo, sarei stata soddisfatta di me stessa e del mio corpo o se invece avrei provato la stessa sensazione di disagio e anche un po' di imbarazzo che ho avuto quando ho indossato, per la prima volta in dieci anni, un vestito per il matrimonio di mio zio lo scorso Settembre.
Capite che quando si arriva ad un livello di autocoscienza tale, be', è davvero difficile continuare a prendersi in giro da soli, a far finta che (va tutto ben, va tutto ben). Questo non ha a che fare con gli altri, con il mondo, con tutte le stronzate varie, questo ha a che fare solo ed esclusivamente con sè stessi, e con quello che si vuole fare della propria vita. E' solo, per metterla in prospettiva, l'altro verso della medaglia "It's my life and I'll do what I want. It's my mind and I'll think what I want". Niente di più e niente di meno. Alla fine tutta questa storia della nuova vita riguarda questo, riguarda il mio futuro come lo riguarda il voler studiare DAMS a Roma. E' sempre il solito vinile che gira sul mangiadischi.
Qualche giorno fa andai a trovare quel mio zio che ha il cinema in paese per un progetto, e mentre si parlava un po' di questa cosa mi chiese, così a bruciapelo, se volessi andare a Cannes per suo conto. A parte che in quel momento lo guardai con gli occhi scintillanti e che con quanta più calma possibile riuscii a mormorare un "Se fosse per me..." che ben lasciava intendere la mia risposta quale sarebbe stata in caso, quando tornai a casa e lo dissi a mia madre a sorpresa mi rispose che quello riguardava il mio futuro, che quello non era Bruce, non era solo divertimento, e che dovevo seguire qualsiasi cosa mi avvicinasse al mio intento. In quel momento capii davvero, e forse con una chiarezza che mai avevo avuto prima, che il cinema per me è veramente un qualcosa di più, non solo per dire, non solo a mo' di slogan. Il cinema è la mia vita, è quello per cui devo lottare se voglio essere soddisfatta di me stessa, se voglio, un giorno, guardando indietro alla strada che ho percorso, poter dire di aver lottato con ogni forza a mia disposizione per raggiungere quel traguardo tanto agognato. Per raggiungere la mia felicità.


marzo 14, 2010

Only You (Can Make This World Seem Right)

Parliamo di cinema, dato che quest'anno mi sono promessa di dedicargli tutto il tempo possibile (e mi pare cosa buona e giusta, dato anche che mr. Bruce ha deciso di stare a casa casetta per il momento). E poi, comunque sia, il cinema è la mia vita e l'anno scorso c'ho sofferto come un cane bastonato a non poter andare a Venezia quei dieci giorni lì. Sì, anche se ho fatto tutta l'estate in giro qua e là mi è mancato. So che può essere difficile da capire, ma per me quel posto e quei giorni sono come una vacanza in paradiso, seriously. Anche se ci sono film incomprensibili che li vedeste ve ne scappereste dopo cinque minuti cinque. Ma lasciamo perdere. Il fatto è che a me sbarluccicano gli occhi quando vedo in tv o su internet i servizi, i video e le dirette dai vari red carpet e manifestazioni, indipendentemente da che film venga presentato (quello è soltanto un incentivo in più, come si dice). Così quando son lì ogni volta è un po' come se si realizzasse un sogno, anche se poi il red carpet della Mostra me lo vedo di rado, per via delle ragazzine che quando c'è un nome grosso si piazzan lì dalla mattina presto (ed io non posso perdere quattro o cinque proiezioni per star lì a prender sole, non scherziamo). Però ci sono le conferenze stampa, il punto restoro che ti fa l'hot-dog al momento, il pass che devi mostrare per entrare a vedere il film, le code per entrare alle otto di mattina (roba che non faccio nemmeno per l'università), la colazione all''hotel seduta con il pass appeso al collo, la borsa della Mostra poggiata sulla sedia di fronte, sfogliando il programma del giorno, i film in lingua originale con i sottotitoli e il CIAK quotidiano con le news fresche fresche. La sensazione che tutto questo dà è in realtà molto semplice: ti accorgi che per una volta nella tua confusa vita sei davvero nel posto giusto al momento giusto, e lo sei perchè l'hai voluto. Per la serie "Le Cose Belle Della Vita".
Dicevo il cinema. Mentre domenica sera ero incollata alla tv (e a internet, perchè le inquadrature del red carpet erano diverse) avrò ripetuto almeno una decina di volte "Come vorrei esser lì". E mi brillavano gli occhi. Questo a prescindere da chi ci fosse. La magia di appartenere a qualcosa di più grosso è ciò che ha spinto gli uomini a fondare le religioni, ed è una delle cose che mi affascina di più al mondo: la consapevolezza di avere un tuo posto, o come diceva Bruce a proposito della musica prima di cantare quella canzone , "there was a time when the music provided you with a greater sense of unity, a greater sense of shared vision and purpose that it does today". Che poi voi potete pensarvene un po' ciò che volete, ma per me è così, punto.
Che poi il cinema ha davvero tutte le risposte. Basta sapere dove cercarle, ovviamente. Però ci sono, ci sono sempre. Ed è quando ne trovi una senza che te lo aspetti che scocca la scintilla, perchè capisci che qualsiasi cosa ti possa capitare, per quanto tu possa finire in basso, ci sarà sempre un film lì a tenderti la mano, un personaggio che sta peggio di te e nel quale tu possa identificarti. Basta abbassare un po' la guardia, solo un po', lasciarsi prendere dalle emozioni senza star lì come un militare svizzero a ripeterti che sei dentro una sala a guardare uno schermo tv molto grande. Poi ovvio, ognuno ha le proprie preferenze, e Pincopanco e Pancopinco, però ci unisce un comune denominatore, anche se spesso e volentieri cerchiamo di non vederlo o comunque di ignorarlo, perchè noi esseri umani siam fatti così, e non ci possiamo fare molto.
A me per esempio sono sempre piaciuti i tipi schizzati, ma schizzati in senso buono. Quelli che non riuscivano a combinare molto perchè erano timidi, o perchè non facevano in tempo a pensare una cosa che già ne pensavano un'altra, o perchè nessuno riusciva a stare al loro passo, o perchè combinavano casini di continuo, senza farlo apposta. Gente perlopiù come Donald Duck (Paperino) e Jack Skeletron. Non certo gente come Mickey Mouse o Robin Hood, per dire. E nemmeno come Donnie Darko, perchè Donnie Darko aveva problemi ben più seri dei miei, credetemi. Però la morale di fondo dei cartoni Disney è che tutti ce la possono fare, alla fine, impegnandosi; anche gli schizzati buoni. Così quando si giocava a quei mitici giochi di pseudo-ruolo (non so come altro definirli) che oggi nessun bambino si sognerebbe probabilmente di fare, io finivo per fare sempre Paperino, perchè in definitiva ne ero la perfetta incarnazione umana. Il bello è però che avevo anche una spiccata tendenza alla drammatizzazione dei fatti: nelle storie che ricreavavamo, c'era sempre qualcuno che si faceva male, o che veniva bistrattato, o che veniva preso in giro. Era qualcosa che riusciva sempre a prendere il sopravvento, anche quando non l'avevo in mente: prima o tardi emergeva e catalizzava l'intera storia su di sè. Sicuramente uno psicologo saprebbe fornire un'analisi accurata del perchè questo accadeva (e accade ancora), ma la mia ipotesi è che introducendo l'elemento drammatico riesci a catalizzare al meglio l'attenzione dello spettatore (e degli altri bambini, per restare al nostro esempio). Se metti in scena una vita normale, in cui tutto si ripete più o meno uguale, e in cui si ride, dopo un po' ti stufi, sia a recitare sia a guardare, a meno di non star guardando uno come Jerry Lewis, e la magia finisce. Con il dramma no, perchè è qualcosa di brutto, di sporco, di cattivo. Il dramma pretende carisma, pretende volontà d'animo, pretende la forza. L'esser forti. E' il momento in cui devi tirar fuori i denti e mostrare chi sei, perciò in molti ci cascano, sul dramma. Perchè all'apparenza sembra facile, praticamente è la situazione a far tutto. In realtà però non è così, perchè se il protagonista non reagisce in una determinata maniera il dramma sembra fasullo, sembra manipolato, e a nessuno interessa più. Viene cestinato.
Quando ero piccola e a casa avevamo solo un televisore le possibilità non erano molte, c'era da scegliere tra Super Quark, la tribuna politica o un film. E tra i diversi generi di film, tra una commedia romantica e un film d'azione. Fine del palinsesto serale. E noi eravamo fortunati perchè avevamo i canali di cinema Tele+. Quando sceglieva mia madre, ovviamente, guardavamo film ottimisti anni '90 sulle coppie più disparate che ad inizio film non si sopportavano e alla fine si amavano, e più o meno simpatiche variazioni sul tema. Ma andava bene, il più che si scorgeva in quei film era un bacio, quindi per la famiglia (per me) era okay. Quando invece poteva scegliere mio padre, il protagonista era nel 85% dei casi Bruce Willis, con apparizioni varie di Tom Hanks, Tommy Lee Jones e Will Smith. Il più delle volte io e mia madre ce ne andavamo nel letto a metà primo tempo, intorno alle 10 (bei tempi quando i film venivano tagliati in due parti da un'ora l'una, e la prima serata cominciava alle 9 precise e spaccate), perchè secondo lei erano troppo violenti per una bambina; però c'erano delle volte in cui mi era permesso continuare a guardare, come con Apollo 13, ed allora era una figata assurda andare a dormire alle 11, addirittura! Roba da raccontare il giorno dopo agli amici a scuola.
Quindi a casa mia ci muovevamo tra il sentimentale e l'azione, con occasionali apparizioni del comico e del thriller. Non esisteva il western, non esisteva il fantasy, non esisteva il war movie (ovviamente), non esisteva il dramma. L'unica eccezione, se di eccezione si può parlare, che mi venne fatta fu Jurassic Park, perchè stravedevo per i dinosauri ed era troppo lampante per impedirmi di guardarlo. Fino agli otto anni al cinema mi ci portavano a vedere solo film Disney, quando non trasmettevano porno; la svolta avvenne con l'uscita di Titanic, ma questa è un'altra storia.
Potete immaginare come, crescendo, mi fossi talmente abituata a questo genere di film, che soprattutto con quelli di mia madre dopo i primi dieci minuti sapevo già dire come sarebbe andato a finire, cosa che mi ha cominciato a stufare e che man mano mi ha portato a vedere sempre di meno sentimentali, fin quando non ne ho potuto più, intorno ai 12 anni, e allora mi sono accontentata degli action di mio padre. Dopo quattro anni e mezzo, nel momento in cui ho fatto chiarezza a me stessa e ho deciso di fare del cinema la mia vita, ed essendo intanto venuto meno il divieto di guardare altri generi di film, ho cominciato a recuperare un po' di cose, ed è stato allora che ho conosciuto Scorsese (ma anche questo è un capitolo a parte). Tuttavia la leggera avversione per il sentimental mi era rimasta, e all'inizio continuavo a snobbarlo; facendo un po' di conti, credo di non aver più visto un film del genere fino a quando non ho cominciato ad andare all'università, e a capire che sostanzialmente non ero nessuno per schifare qualcosa, e che ci doveva essere del buono anche nel sentimental, pur se molto a fondo. Così ho cominciato a guardarli, quando capitava, e all'inizio non ho rivisto il mio giudizio sulla categoria. Sennonchè ad un certo punto ho visto To Have And To Have Not (Acque Del Sud), classico anni '40 con Humphrey Bogart e Lauren Bacall, e ho capito dove sbagliavo: era errato il tipo di approccio, che avevo verso certi film. E' logico che non puoi trovare battute sulla vita tipo quelle di Taxi Driver, o situazioni in cui il protagonista alla fine versa in un bagno di sangue, o lotte contro il tempo per disinnescare una bomba. Il sentimental è scritto in un determinato modo perchè deve far vivere allo spettatore due ore in cui il massimo della tensione è dato dalla curiosità del sapere se alla fine i due protagonisti si sposeranno e vivranno per sempre felici e contenti. Altrimenti è come pretendere che il comico tratti di morte, per fare un esempio stupido. Appurato questo, il sentimental, o perlomeno quello fatto come si deve, ha riacquistato un qualche tipo di valore ai miei occhi, ed ora se capita non disdegno di passare un paio di ore a guardarmi un bel film d'amore, come si chiamavano all'epoca in cui sceglieva mia madre e sedevamo sul divano a guardarli.
Stasera è stata una di quelle sere in cui non hai voglia di fare niente se non sdraiarti sul letto e spararti qualcosa di leggero, qualcosa per cui non ti sia richiesto di pensare, perchè di pensare non ne hai proprio voglia. Così non per caso mi sono vista Only You, solo perchè c'era Rob, sia chiaro, la scelta non è stata poi così arbitraria come sarebbe potuta sembrare. Il film non era perfetto, ogni tanto c'era qualche battuta telefonata e qualche situazione forzata, vabbè, ma sono state due ore molto piacevoli, ho riso di gusto tre o quattro volte, e soprattutto mi sono rilassata, dopo una giornata passata a far cattivo sangue su internet (ma lasciamo stare questa cosa, per carità). Il sentimental è bello anche per questo, perchè ti permette di farlo. Staccare la spina.
E comunque, giusto per dire, voglio anch'io un ragazzo come Rob nel film, che organizza tutta quella messinscena per convincermi che mi ama.


febbraio 28, 2010

If You Think It's Your Time, Then Step To The Line

Doveva essere il 2008, dopo cinque minuti che ci son stata a riflettere su dovrebbe essere la volta buona. Vedo talmente tanti film che potrei benissimo sbagliarmi, ma da qualche parte dovrei aver sentito che l'aver difficoltà persistenti ed evidenti a ricordarsi le date è sintomo di un qualche strano disturbo psichico. Ma magari è comunissimo, solo che io non lo so. Ultimamente mi rendo conto di fare discorsi assurdi, forse anche un po' sconclusionati. Detto così sembra che mi droghi, e forse da un qualche punto di vista affermarlo sarebbe anche corretto. Un'altra cosa di cui mi sto rendendo conto ora è che scrivo davvero contorto. Cioè, poi mi chiedo se qualcuno legge il blog. Ma vaffanculo, va.
Vabbè comunque, per cercare di dare un senso a questo delirio riprendiamo dall'inizio, o almeno, da quello di cui volevo scrivere all'inizio. Dunque, dicevo che era il 2008, più o meno. Il fatto è che questo cavolo di 2009 è passato troppo in fretta, se ci penso non riesco a credere di aver visto 14 concerti di Bruce in cinque mesi, o di aver dato sei esami all'università. O di essere andata negli States, se è per questo. Ho deviato di nuovo il discorso, cristo santo! Okay, adesso mi concentro.
Ad Agosto 2008 sono stata a Venezia per la seconda volta, per la Mostra of course, e insomma, tra una cosa e l'altra è saltato fuori improvvisamente che Bruce aveva scritto una brand new song per The Wrestler, l'ultimo film in concorso, interpretato da Mickey Rourke e diretto da Aronofsky. Il clamore che al Lido suscitò il film era dovuto principalmente al fatto che Rourke tornasse alle luci della ribalta dopo tanti anni con un'interpretazione così reale da sembrare vera. Il fatto è che era vera: l'attore era stato un divo a tutti gli effetti negli anni Ottanta, ma era progressivamente precipitato in una spirale autodistruttiva che l'aveva portato a martoriarsi e a distruggersi, fisicamente e psicologicamente. Nel film interpretava quindi sostanzialmente sè stesso, poco importa se nei panni di un ex wrestler che cerca di tirare avanti arrotondando lo stipendio disputando ancora incontri. A Venezia il film si portò a casa il Leone D'Oro, ma Wenders, premiandolo, non mancò di sottolineare che quello era un premio per Mickey Rourke, e fece capire che qualcuno nella giuria avesse sollevato dubbi sul fatto che un unico film vincesse sia il premio più grosso sia la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (che andò a Silvio Orlando, evviva il made in Italy). L'aggettivo più gettonato per la performance di Rourke, oltre a "commovente" e derivati, era "redivivo", che significa (cito testualmente): "tornare in vita". Guardando la faccenda da un altro punto di vista, è facile dire che ciò che la società di quindici anni fa giudicava uno schifo, uno scarto, un idiota, un emarginato, un complessato e via dicendo adesso veniva accettato perchè fa figo, accettare gli esclusi. Sveglia, baby, siamo nel nuovo millennio, chissenefrega del Novecento, con i suoi retaggi, le sue torture, i suoi campi di concentramento! E' un nuovo mondo, baby!
Così dopo Venezia e dopo Toronto (altro film festival in cui The Wrestler venne presentato) improvvisamente Mickey Rourke tornò alla ribalta, copertine di giornali a destra e manca, grida al miracolo e via dicendo, tutta la trafila del "tre volte nella polvere, tre volte sull'altar", come diceva il buon Manzoni. Noi gente di oggi lo sappiamo bene, che dopo un po' ci si stanca dei soliti volti e abbiamo bisogno di nuovi personaggi, e non ti hanno insegnato che la spazzatura non va lasciata in casa, ma si getta? Verrebbe da chiedersi in quale diavolo di spirale involutiva ci stiamo andando a cacciare, se i ragazzini di oggi venerano i Tokio Hotel o gli pseudo cantanti e/o ballerini di Amici, se Sanremo lo si vince grazie al televoto o se un esiliato canta l'amore per una patria che non gli appartiene. Probabilmente, time will tell, come diceva quella vecchia canzone.
Anyway, in questo mondo sempre più usa e getta Rourke venne fatto scendere in fretta e furia dal palco subito dopo l'attribuzione del Golden Globe, Bruce non venne nemmeno nominato agli Academy Awards (le prese di posizione si pagano, amici cari) e tutti facevano finta di niente tessendo le lodi di un film alquanto banale come The Milionaire. Ma lasciamo perdere, Heath Ledger è stato premiato solo da morto, quando è stato in gara per Brokeback Mountain l'Oscar è andato a Hoffman, che per carità, di bravo è bravo, ma la vecchia storia dell'interpretazione globale è, appunto, vecchia. Con una logica del genere, che vi aspettate? A Scorsese gliel'hanno dato nel 2007, quando sono anni che gira capolavori, fatevi un po' i conti...
Ma ritornando a Rourke, spesso quando si parlava di lui sui giornali gli veniva affiancato un altro nome, anche lui con lo stesso aggettivo affianco (si sa, nell'epoca in cui viviamo, oltre all'usa-e-getta, vanno di moda anche le "simpatiche etichette", manco le persone fossero degli oggetti da catalogare con precisione e senza possibilità di errore), anche lui tornato dopo un periodo in cui le cose erano girate male. Ed ora d'un tratto la gente non aveva uno, ma ben DUE resuscitati da acclamare di nuovo, anche se nessuno o quasi si prendeva la briga di notare che, in realtà, loro non erano andati proprio da nessuna parte. Ma si sa, le resurrezioni fanno sempre più scena delle morti o delle scomparse (provate a chiedere in giro cosa fu costretto a fare Conan Doyle con Sherlock Holmes), e così eccoci qua con la storia esemplare del primo decennio del ventunesimo secolo: dopo "Tutti Ce La Possono Fare", arriva "Tutti Possono Ritornare" (fra noi gente per bene, che estraniamo chi non gioca secondo le regole). Oh sì, Philip Dick ne sarebbe molto fiero, credete a me.
So anyway, l'altro redivivo acclamato dai giornali era Robert Downey Jr., e no, prima che ve lo domandiate, non è un caso che stia tirando fuori tutta questa storia ora. Nel 2008 io manco lo conoscevo, a Rob. Però mi ricordo che lo nominavano sempre, quando scrivevano di Mickey Rourke, perchè era cool, ovviamente, e perchè sembrava che avessero comprato l'offerta 2x1 al supermarket. Tipo, che su CIAK c'era prima l'articolo su Rourke e a seguire quello su Rob, in soluzione di perfetta continuità. Questo perchè qualche mese prima era uscito Iron Man, e tutti si erano quasi messi a gridare al miracolo a mo' di: "Wow, avevamo a disposizione such an actor e non lo usavamo! Acciderbolina!". Da allora, ovviamente, entrambi hanno avuto ruoli su ruoli, e la cosa funny di tutta questa bella storiella è che reciteranno insieme proprio nel seguito di Iron Man, che per chi fosse interessato uscità in Italia il 30 Aprile prossimo. "Però per l'Oscar è ancora troppo presto, al massimo possono essere candidati (ma proprio al massimo, eh!), ma di vincere per il momento non se ne parla proprio, e insomma, vi dobbiamo proprio spiegare tutto? A parte, a parte eh, che comunque ci sono altri attori da premiare, cioè, gente per bene, eh, che passa le vacanze con la moglie e i figli, cioè, voglio dire, hai capito di che parlo, no? (Johnny Depp è solo l'eccezione che conferma la regola, se notate) Ma dico, a parte tutto questo, che basterebbe pure, eh, ma a parte questo, ti pare che possiamo dare un premio a due che vengono fuori da un periodo in cui... be', diciamoci la verità, mica erano tipi raccomandabili, se ci pensi. Insomma, depressi, sotto farmaci, o dio-solo-sa-che-cosa, magari violenti... E tu sai che già ci dicono che pensiamo solo ai soldi, figurati se li premiavamo... Cioè, dico, ci pensi? No, non è una buona immagine da passare ai figli, non è educativo, proprio per niente. E poi, chi ci dice che non ci ricaschino? No, meglio aspettare qualche anno, poi si vedrà..."
A dirla tutta queste cose avrei voluto scriverle già da quando è scoppiato il putiferio di Morgan a Sanremo, che non ci doveva andare perchè si drogava, cattivo esempio eccetera eccetera. E dall'altro il coro, altrettanto banale, di gente che diceva "Meglio lui di...". A me 'ste cose fanno ridere, e non poco. Amici, ma ci rendiamo conto? Uno non può andare a Sanremo perchè si fa, e però l'Italia la può governare uno che ha alle spalle corruzione, tangenti e associazioni a delinquere? Ma stiamo scherzando? Purtroppo no, è questo il mondo moralista e perbenista di oggi, ed è in questo mondo che ci tocca vivere.
E se state a sentire me, uno può fare di sè stesso quel che cavolo gli pare, ma se è un genio, se ha talento, se è bravo, cazzo, ficcatevelo in testa una buona volta, rimane tale, sia che sia sobrio sia che sia ubriaco, perchè il talento non va proprio da nessuna parte, rimane lì fin quando l'anima rimane lì, e nessun critico saccente potrà mai riuscire a dimostrare il contrario. Volete forse dirmi che Jack Kerouac non è un genio? Conan Doyle? Baudelaire? Dostoevinskij? Dylan? Ma per piacere, non prendiamoci in giro. Si dice sempre che gli artisti sono persone più sensibili delle altre: se certe cose fanno schifo già alla gente normale, immaginate a loro che effetto fanno. E, sapete?, è proprio vero che i soldi contano poco, perchè in quei momenti lì, in quei momenti in cui vorresti fracassare tutto con le tue mani, be', in quei momenti lì non c'è nulla che tu possa comprarti per farti stare meglio, per aiutarti a pensare che boh, forse domani è davvero un altro giorno, dopotutto. In quei momenti ci sei soltanto tu con la tua testa e non riesci a pensare, non riesci a prendere una decisione, non riesci a fare niente, sei come paralizzato: ti butti sul letto e magari le prime volte sei convinto che tutto passerà, bisogna solo aspettare. E ci sono delle volte in cui tutto ti sembra così nero che non riesci a vedere una luce da qualche parte, e allora hai solo voglia di mollare tutto e aspettare che venga qualcuno a salvarti, solo per renderti conto che non esiste nessuno in grado di farlo, in quel momento, se davvero non lo vuoi con tutto te stesso.
Questo per dire che prima di giudicare, ma veramente, bisognerebbe pensarci un milione di volte su. E considerare che se ci sono momenti, nella nostra vita, in cui nonostante tutto riusciamo a sorridere, a non pensare a tutti i nostri problemi, a staccare con il mondo esterno e goderci due ore di un mondo migliore, probabilmente, be', dobbiamo soltanto ringraziare scrittori, registi, musicisti, attori e via dicendo, e ricordarci di loro anche quando non siamo noi, quelli in difficoltà.


gennaio 31, 2010

And It's Been A Long January...

... E anche abbastanza schifoso, se dobbiamo dirla tutta. Che qualcuno potrebbe obiettare a ragione che dopo tanti anni mi dovrei pure rassegnare, o almeno prevederlo. Non che cambi molto, alla fine dei conti. I Counting Crows cantano che è Dicembre, il mese lungo, ma secondo me si sbagliano. E' vero che è l'ultimo mese, e si porta addosso tutto quanto abbiamo fatto prima, ma c'è il Natale, con la sua bella e calda atmosfera, i preparativi, il freddo, la speranza di vedere un po' di neve, insomma, ci sono tutte queste cose a far sì che Dicembre passi molto in fretta.
Gennaio invece non è così, January sucks e basta. Fa freddo (com'è giusto che sia), piove, e puntualmente o quasi ci si ritrova a fare i conti con la quotidianità che con le feste avevamo un po' scordato. Senza contare che è il mese in cui cominciano gli esami all'università (bell'altra roba). In questi primi 31 giorni del nuovo anno sono uscita due volte di sera, sono andata sette volte al cinema e il resto dei giorni ho studiato per tre maledetti esami che avevo uno dopo l'altro. Ah, e mi sono alzata due volte in una settimana di notte per seguire prima la cerimonia dei Golden Globes e poi il Benefit per Haiti. Come dicevo poco fa, Gennaio fa schifo.
E' quindi con una soddisfazione incredibile che sto dando il commiato a questo mese schifoso, il peggiore tra i dodici, e poco importa se domani mi tocca rimettermi a studiare per l'esame di lunedì prossimo (l'ultimo del semestre, per fortuna!), perchè domani sarà lunedì 1 febbraio, e saremo un po' più vicini alla primavera. Bella, la primavera. Le giornate cominciano ad allungarsi, il tempo si aggiusta pian piano, e si respira aria nuova, anche se è sempre quella, anche se è tutta psicologia. Però insomma, sapete come si dice no? L'importante è crederci. Poi ad inizio Marzo esce Alice In Wonderland, e c'è la Cerimonia degli Academy Awards, che possono essere piccole cose, ma di questi tempi con Bruce in pseudo-riposo sono come miele dal cielo, per me che amo il Cinema. Almeno ho qualche motivo per cui farmi forza, che mi faccia sentire a posto con me stessa, che stia lì a dirmi che la mia vita continua ad avere un senso anche in questi momenti qui, in cui sembra vero l'opposto.
So anyway, in qualche modo ce la si fa sempre, e questo è quel che importa. Tipo, di recente mi perseguitava questa foto che scattai somewhere in the swamps of Jersey back in October (e da vera persona intelligente me la sono messa come sfondo del desktop, proprio per farmi del male):

Che in effetti, a guardarla bene, sembra proprio adatta al periodo, con la strada bagnata e deserta, i nuvoloni minacciosi, il rosso del semaforo, le luci anteriori di una macchina in lontananza... Sta di fatto che mi ritrovavo sempre più spesso e per lunghi periodi a fissarla, come se stando lì a guardarla avrei potuto ritrovarmici dentro. Questo è quel che succede quando non stai bene di testa, ti metti a fissare le fotografie pensando con qualche contorto ragionamento di riuscire a staccarti dalla realtà e a catapultarti in un momento in cui il mondo sembra - è - perfetto. No, non ho superato un bel niente, altrochè. Credevo che smettendo di ascoltare Bruce per un certo periodo sarei almeno in minima parte riuscita a non sentire la mancanza di quei luoghi (e anche di lui, vabbè). E comunque ci avevo provato davvero, per necessità, a non mettere le sue song da Novembre in poi. E' durata un mese e mezzo, fin quando non mi è venuta a trovare Chiara a fine Dicembre. Grazie al suo aiuto sono riuscita ad ascoltare Bruce di nuovo.
Ma la malattia dell'America no, quella non mi è passata. Ora che sono stata tre giorni a Roma per i suddetti esami, ho avuto una difficoltà micidiale ad addormentarmi, oltre per il nervoso prima dell'orale, anche per un altro, fondamentale problema: davanti ai miei occhi non avevo il dipinto della strada newyorkese che comprai sulla Brooklyn quel giorno piovoso e freddissimo di tre mesi fa. Sì, la situazione è complicata a questo punto, amici cari. E non sto tirando in ballo Asbury Park, o i concerti, o i miei amici. Mi sto limitando ad un quadro dipinto di una strada, rendiamoci conto. Non credo di riuscire a venirne a capo, in caso ve lo steste chiedendo. Ogni tanto capita anche che, senza realizzare ciò che sto facendo, ecco che mi metto ad ascoltare New York New York di Frank Sinatra e non la smetto per mezz'ora.

Direi che ho bisogno di programmare una nuova visita oltreoceano.

Start spreadin' the news, I'm leavin' today
I wanna be a part of it, New York, New York...