"I swear I've found the key to the universe in the engine of an old parked car"

La mia foto
On The Road
Who I am? I wish I knew. I guess I'm a messed-up girl who's trying to "get to that place where we really want to go", as the famous Springsteen anthem says. I spend most of my life on the road, following Bruce in tour around the world or attending cinema conventions like the Venice International Film Festival. I have three amazing passions, indeed: Bruce Springsteen music, movies and books (as good George would say: what else?), and everytime one of them calls, I'm ready to answer 'yes', without any hesitation. I love Martin Scorsese's and Tim Burton's works, along with Pixar ones, and right now I'm literally crazy for Robert Downey Jr., probably one of the best actor EVER. I've also a dream, to become a movie director myself, and I'm studying in Rome in order to make it real someday. 'Cause baby, remember: it's my life, and I'll do what I want.

Countdown To My Journey In The Ol' Good London!

My Personality

Click to view my Personality Profile page

Tramps Like Us, Baby We Were Born To Run!

Thunder Road - Bruce Springsteen

Robert Downey Jr. - Sherry Darling

Robert Downey Jr. & Jude Law

dicembre 24, 2008

Merry Christmas Baby!

Perdonate l'assenza delle ultime due settimane, ma per cinque giorni son stata a Roma e ho dovuto concentrarmi al massimo sullo studio, son tornata a casa solo venerdì scorso e qui le tradizioni sono importanti, per cui ho avuto un tour de force con dolci e frittelle a casa dei miei nonni, e di conseguenza poco tempo passato nella mia stanza per dedicarmi alle mie solite cose. Anche ora, ho il tempo contato (la Vigilia da noi si mangiano frittelle - quelle salate - e verdura - rape, non so se avete presente - e insomma, mia nonna vuole aiuto e glielo vado a dare), passata solo per farvi gli auguri.

And so, rimandando al 26-27 le novità su Bruce, più la mia analisi sulla copertina di Workin' On A Dream, vi auguro un Sereno Natale, con la speranza che nessuno lo trascorra da solo, o che non si
senta lonesome out there.

MERRY CHRISTMAS!

Well now Santa came down chimney, half past three
With lots of nice little presents for my baby and me
Merry Christmas baby, you surely treat me nice
And I feel like I'm living, just living in paradise
And I just came down to say... Merry Christmas, baby!




dicembre 10, 2008

Right From The Set...

... the second most beautiful man here on Earth: Wolverine


P.S.: dite quel che volete, è semplicemente affascinante *_*

dicembre 08, 2008

Working On A Dream - Cover

Direi che qualche avvisaglia di insanità mentale l'avevamo già avuta quest'estate, ma si sa, queste cose si tende sempre a minimizzarle...

Ora però non si può più ignorare: quest'uomo SE N'E' ANDATO DI TESTA!!!

Okay, non è mai stato un genio nello scegliere la foto da mettere in copertina, ma direi che questa le supera tutte:
Le stelle e la luna sono il colpo di grazia, ehm, volevo dire, il tocco di classe! xD xD xD xD xD

Adìos, è stato un piacere xD xD xD xD xD



P.S.: tra parentesi, io avevo difeso a spada tratta la cover di Magic, ma su questa mi sa che non potrò far molto per lui xD


dicembre 05, 2008

Out Here The Nights Are Long, The Days Are Lonely...

Buon pomeriggio cari radioascoltatori. Oggi il calendario segna 5 Dicembre (a proposito, vorrei fare gli auguri ai miei che oggi festeggiano il loro anniversario!). Sono le 5 e 27 e fuori è buio già da un po'. Visto che non so di cosa parlarvi, direi che vi posso mettere a parte di quel che mi passa nella testa.
Mi sono già rotta le scatole dell'inverno, anche se non è ancora arrivato; e allora diciamo dell'autunno, se volete, ma l'importante è che abbiate capito di che parlo. Sì, esatto, di queste giornate che muoiono prima ancora di cominciare, di questa pioggia che son quasi due settimane che vien giù ininterrottamente, di questo freddo che mi fa gelare le mani mentre scrivo e di starmene rinchiusa in una stanza di dieci metri quadrati nella quale o studio o sto al pc a scrivere perchè altro non posso fare. Quando vado all'università mi faccio mezz'ora di bus ad andare e mezz'ora a tornare, se mi va bene e non ci sono ritardi o non decidono autonomamente di cancellare qualche corsa.

Solo due mesi e ne ho già abbastanza. Mi sento di nuovo come se mi stesse venendo sottratto qualcosa. Il problema è cosa, esattamente.
La mia libertà? Mah, in parte sì ma insomma non poi così tanto.
La mia gioventù? Un po', però è anche vero che è già un passo in avanti rispetto allo scorso anno.
La mia vita? Forse è questo il punto, non mi sento totalmente a posto con quel che sto facendo. Insomma, sono messa meglio di molte altre persone che conosco, mi sto avvicinando un piccolo passo dopo l'altro a quel che davvero voglio fare nella mia vita, e questo non può che essere positivo. Ma nonostante tutti questi vantaggi, c'è ancora qualcosa che non va. Mi manca la mia macchina, mi manca la mia chitarra, mi manca di poter andare a fare due passi da sola senza dover scansare gente a destra e a sinistra, mi manca il mare ma soprattutto il lungomare deserto d'inverno sul quale, con i lampioni perlopiù spenti e nessuno in vista, ero solita girare in macchina ascoltando Born To Run o Darkness, dopo aver portato da mangiare al mio cane. Sono queste piccole cose a mancarmi adesso, e fino alla scorsa primavera se qualcuno me l'avesse detto non gli avrei creduto, perchè per me allora erano stupidaggini.
Così adesso se da un lato va meglio dall'altro va peggio.
Meglio prima o meglio ora? Non so dirlo con certezza (e chi potrebbe?), quel che è certo è che sto cominciando a capire davvero come vorrò vivere in futuro. In un piccolo paese sul mare, dove si conoscono un po' tutti e dal quale poter andar via per un po' quando avrò bisogno di viaggiare senza pensare a niente; un posto in cui non passano ambulanze e pattuglie della polizia a sirene spiegate ad ogni ora del giorno e della notte, in cui le estati sono lunghe e non troppo calde e gli inverni freddi con un po' di vento che faccia increspare il mare; un paese dove ci sia un bel cinema e qualche locale tipo Stazione Birra e che ospiti qualche volta una bella fiera.
Lì sono sicura che la mia vita sarebbe non perfetta, ma a misura mia. So che può sembrare una fairytale, ma d'altronde sono una persona che vuol fare della sua fantasia, della sua capacità di creare storie la propria vita, per cui è giusto che insegua anche questo mio sogno.

I'm working on a dream
Though sometimes it feels so far away
I'm working on a dream
I know it will be mine someday

novembre 30, 2008

My Lucky Day

IL MIO GIORNO FORTUNATO

Nella stanza dove la buona sorte fallisce
In un giorno in cui la possibilità è tutto ciò che resta
Nell'oscurità di questo esilio
Avverto la grazia del tuo sorriso

Tesoro sei il mio giorno fortunato
Bimba sei il mio giorno fortunato
Una volta che ho perso tutte le altre scommesse su cui avevo puntato
Tesoro sei il mio giorno fortunato

Quando vedo cuori vigorosi cedere il passo
Al fardello che ogni giorno porta con sè
Alle mani sfinite del tempo che passa
Posti in cui la buona sorte non è magnanima

Tesoro sei il mio giorno fortunato
Bimba sei il mio giorno fortunato
Una volta che ho perso tutte le altre scommesse su cui avevo puntato
Tesoro sei il mio giorno fortunato

Ho aspettato al tuo fianco
Ho portato con me tutte le lacrime che ti hanno solcato il viso
Ma per vincere cara dobbiamo giocare
Perciò nascondi per bene il tuo cuore da qualche parte

Tesoro sei il mio giorno fortunato
Bimba sei il mio giorno fortunato
Una volta che ho perso tutte le altre scommesse su cui avevo puntato
Tesoro sei il mio giorno fortunato

novembre 21, 2008

Working On A Dream - New Single

Copertina del nuovo singolo, Working On A Dream, che è possibile sentire on line.

Malgrado a molti sia venuta l'abitudine di criticare Bruce sempre e comunque, noi da queste parti siamo contenti ogni volta esce qualcosa di nuovo, com'è giusto che sia, se ti dichiari fan di qualcuno.

Quindi oggi si festeggia, lo stiamo già facendo da lunedì per la verità, e continueremo a farlo per lungo tempo. Perchè noi lo si sa, i tempi duri sono sempre dietro l'angolo, e allora è bene goderci tutto questo right now. Non rompete ancora le scatole, dunque, se vi siete stufati. In giro ce n'è tanta di gente come piace a voi, seguiteli, comprate i loro dischi, qualunque cosa, ma toglietevi dalla mia vista. Non vi sopporto più.

E' Bruce Springsteen, è Dio. Say amen somebody!

P.S.: se volete ascoltarlo: http://www.q1043.com/pages/news/brucespringsteen/



novembre 19, 2008

WORKING ON A DREAM

"WORKING ON A DREAM" SET FOR JANUARY 27 RELEASE

Bruce Springsteen's new album "Working on a Dream" has been set for a January 27 release on Columbia Records. "Working on a Dream" was recorded with the E Street Band and features twelve new Springsteen compositions plus two bonus tracks. It is the fourth collaboration between Springsteen and Brendan O'Brien, who produced and mixed the album.

"Working on a Dream" Song Titles:

1. Outlaw Pete
2. My Lucky Day
3. Working on a Dream
4. Queen of the Supermarket
5. What Love Can Do
6. This Life
7. Good Eye
8. Tomorrow Never Knows
9. Life Itself
10. Kingdom of Days
11. Surprise, Surprise
12. The Last Carnival

Bonus tracks:
The Wrestler
A Night with the Jersey Devil

Bruce Springsteen said, "Towards the end of recording 'Magic,' excited by the return to pop production sounds, I continued writing. When my friend producer Brendan O'Brien heard the new songs, he said, 'Let's keep going.' Over the course of the next year, that's just what we did, recording with the E Street Band during the breaks on last year's tour. I hope 'Working on a Dream' has caught the energy of the band fresh off the road from some of the most exciting shows we've ever done. All the songs were written quickly, we usually used one of our first few takes, and we all had a blast making this one from beginning to end."

"Working on a Dream" is Bruce Springsteen's twenty-fourth album and was recorded and mixed at Southern Tracks in Atlanta, GA with additional recording in New York City, Los Angeles, and New Jersey.

Sappiatelo, l'anno prossimo per parlare di persona con me vi occorrerà prendere appuntamento settimane prima (tanto lo so che non mi cerca nessuno xD).
Ora aspettiamo ulteriori aggiornamenti.


novembre 14, 2008

Do You Remember The Story Of The Promised Land?

Visto che si sta qui ad aspettare (noi Springsteeniani lo facciamo sempre, per una ragione o per l'altra), girovagando su internet ho trovato questo 'servizio-testimonianza' sul concerto di Torino 1988.



Le facce stravolte dei ragazzi mi hanno riportato indietro di qualche mese, in particolare al mio primo concerto del leg estivo del Magic Tour quando, voltandomi stordita ed estasiata verso la bolgia di San Siro (provate a stare in transenna con 60,000 persone alle spalle e crederete) dissi ai due miei amici che erano con me (e con non poca difficoltà): "Non credo sarei riuscita a resistere a San Siro 1985... Già adesso mi ha distrutta completamente, immaginate a vederlo COSI' per TRE ORE!". Al che Alessandro, guardando l'orologio, mi fa: "Ma, Vanessa... HA CANTATO TRE ORE E PIU'!!!".
Sarebbe stato bello se mi avessero fatto una foto. Almeno così adesso avreste potuto ridere anche voi vedendola. Ma tant'è, nel 1985 non c'ero e Bruce 23 anni dopo ha replicato per me, con una scaletta anche migliore (HA FATTO IL DETROIT MEDLEY!!!, rendiamoci conto) ed una condizione fisica altrettanto straordinaria (come sempre, provare per credere).
Insomma, quel filmato di cui sopra potrebbe esser stato girato a giugno (Red Ronnie a parte), il che è alquanto strabiliante.
Guardatelo, frattanto che si sta qui ad aspettare.

novembre 05, 2008

YES, WE CAN!

BARACK OBAMA E' IL NUOVO PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D'AMERICA.

E ADESSO POSSIAMO DIRLO: LA NOSTRA AMERICA E' TORNATA.

DEDICO LAND OF HOPE AND DREAMS AD OBAMA, A BRUCE E A TUTTI QUELLI CHE CI HANNO CREDUTO DAL PRIMO MINUTO.




P.S.: qualcosa di più concreto prossimamente. Per adesso si festeggia e, si sa, un party non può essere razionale.

novembre 02, 2008

Can't Take This Anymore

Mi chiedo per quale fottutissima ragione devo comprarmi una casa in Ohio.


http://my.barackobama.com/page/s/ohbocleveland


Ma vaffanculo, va.


_________________________________________________________________

Aggiornamento delle 00:25: HA CANTATO UNA SONG NUOVA.


ADDIO.


__________________________________________________________________

Aggiornamento delle 08:45: "Bruce makin' front pages today all over the world!" [cit.]

ottobre 31, 2008

A Night With The Jersey Devil

Niente, se n'è andato di testa, ma sul serio.
E' normale che uno faccia un video (e una nuova song) per festeggiare Halloween?
Secondo me no. Ma comunque:























Andate qui per scaricare la song e vedere il video (questo per forza): http://brucespringsteen.net/news/index.html

Anyway, noi godiamo. Oh, eccome se godiamo!

ottobre 26, 2008

An Innocent Man In A Living Hell

E capita così, che mentre hai finito di lavorare (perchè guardare film per te è un lavoro) e te ne vorresti tornare at your place per riposarti un po', magari anche mangiare qualcosa, visto che non è ancora vietato e che da quando è iniziata la giornata hai mandato giù soltanto un caffè e una merendina, mentre ti incammini vedi da lontano un po' di movimento, sembrano grida da lontano, "Che cavolo può essere da queste parti?" ti domandi e la risposta ti vien data subito dopo da uno dei ragazzi dello staff, vicino all'entrata, sbarrata. Hanno bloccato l'accesso al red carpet, stanno arrivando i rinforzi di polizia e carabinieri per allestire un tunnel alternativo per permettere agli accreditati e alla stampa di entrare e uscire. Dopo un po' ce la fanno, ci danno indicazioni per uscire e poi tornano là fuori, con in mano lo scudo e il manganello infilato nella cintura. Una volta fuori dall'auditorium, prima di imboccare l'altro tunnel messo su qualche minuto fa vedo forse 300, 400 ragazzi (ma potevano essere anche di più) gridare stupidi slogan, fare gesti alla polizia, a noi, a chiunque finisse sotto il loro sguardo, come fossero in uno stadio, o in un circo, animali senza cervello quali sono (chiedo scusa agli animali per il paragone). In quel momento mi sono vergognata, in una maniera che spiegare è impossibile. Perchè, vi chiederete? Be', forse non lo so nemmeno bene. Perchè sono anche io una ragazza? Perchè vado all'università come loro? No, era perchè mi faceva schifo tutto quello. E' ipocrita manifestare in questo modo massiccio adesso, quando non c'è più niente da fare. Dov'eravate tutti voi che ora scendete in piazza a luglio, quando la signora Gelmini (ah, com'è bello l'inglese) proponeva il suo decreto legge (ammesso che sappiate cosa sia un dl)? In vacanza, senza dubbio. E allora della scuola non fregava niente a nessuno, men che mai a voi. Ora invece è diverso, ora ci sono le lezioni e quindi perchè non fare queste sceneggiate? Come dite? Ah, voi protestate! Ecco, non l'avevo capito! Strano modo, comunque, se mi è consentito. Non ho mai sentito nessuno protestare bloccando un evento internazionale culturale. Ma certo, questo non conta! Che ne sapete voi di cultura? Siete futuri medici, architetti, ingegneri, professori e chissà che altro ma la cultura non è roba vostra. Ecco, forse mi sono ricordato chi bloccava gli eventi culturali! Il fascismo, negli anni '20 e '30, ma questo voi lo sapete. Siete così intelligenti! Il vostro cervello è talmente abituato a riflettere che gli è sfuggita una piccola cosa: non si convolgono gli innocenti. Col vostro atteggiamento da cretini avete danneggiato non solo la cultura (che, capisco, è un concetto astratto per voi), ma tutte le persone che in quel luogo ci stavano lavorando: i giornalisti, gli accreditati, i ragazzi dello staff e quelli degli stand presenti al Villaggio Del Cinema, costretti a chiudere, a sprangare porte e finestre per non correre il rischio di riportare dei danni. Ma tanto che vi frega? Una volta tornati a casa avete trovato il piatto in tavola, e sarete andati a dormire con in mente vari progetti su come far saltare le lezioni il giorno seguente, contenti di aver ottenuto quel che volevate veramente: la visibilità. Certo, non è difficile da capire che era solo questo ciò che vi premeva: essere visti, esibirvi dove sapevate esserci le telecamere. Bravi, complimenti, siete finiti in tv! Questo cambierà le cose? No, non cambierà un cazzo di niente, e ben vi sta, ragazzi senza ideali che non trovano altro da fare se non mettere in difficoltà la gente che lavora. Bello, bellissimo esempio di democrazia, davvero! Non vi accorgete che siete esattamente come chi contestate! Allora fatemi un piacere, statevi zitti e non lamentatevi: ognuno ha il governo che si merita.

Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

Pier Paolo Pasolini

ottobre 10, 2008

Stranger In This City

Uno scatolone quadrato è la mia stanza
Dormo in un letto su di una tavola di legno
Mangio cibo in scatola e un po' di latte
Esco solo per fare quattro passi
Se mi venisse voglia di far qualcosa qui dentro
Be', farei meglio a farla in silenzio
Sai come vanno le cose, le regole son regole
E queste valgono solo per me

Fuori la città brucia, arde di energia
Stranieri sbucano da ogni dove
Parlano tra di loro, scattano foto
Bambini in gita turistica sentono cose
Che ben presto scorderanno
Uomini in giacca e cravatta
Corrono di qua e di là parlando al telefono
Cercando di non perdere il bus.

Ma io che ci sto a fare in tutto questo casino?
Non è posto per me, bisogna che vada via
Sono solo un ragazzo, in fondo
Sono cresciuto in un paese di mare
No, non ci voglio nemmeno tornare
Quei posti li conosco ormai troppo bene
Allora, qual è il mio destino?
Be', forse davvero quello di vagabondare

ottobre 08, 2008

Have A Jukebox Graduate For First Mate

Nonostante il giorno del mio compleanno mi renda sempre latitante, e vorrei che nessuno chiamasse per farmi gli auguri, e altre robe del genere, be', nonostante questo c'è un anniversario che mi piace sempre festeggiare, da due anni a questa parte, ed è quello del mio primo concerto di Bruce Springsteen.

Quel genio di Larry Kravitz disse una volta: "Al mondo ci sono solo due tipi di persone. Quelle che amano Bruce Springsteen e quelle che non l'hanno mai visto in concerto". Non ho mai capito a che anno (o, meglio, a che tour) risalga questa affermazione, ma so che non ce n'è mai stata una più veritiera e duratura (vale benissimo tutt'ora). Se non sapete niente di Lui, come me all'epoca, e andate a vederlo dal vivo segnate un punto di non ritorno nella vostra vita. Certo, se vi piace un certo tipo di 'musica' o seguite una certa ideologia meglio di no, perchè altrimenti non lo potete apprezzare (o santificare, tappa immediatamente successiva). Non capireste cosa vuol dire quando dice che si deve costruire una nuova casa, deve andare da qualche parte e non ci può andare da solo, gli serve il tuo aiuto.

L' 8 ottobre 2006 ci fu dunque la mia svolta. Se oggi sono on the road, lo devo in gran parte a lui. Ma questa, come si dice, è un'altra storia, quindi non indugiamo oltre e gettiamoci nel divertimento, ritornando con la testa indietro di due anni, a Caserta, e a quella splendida serata di musica folk, banjo, trombe, cori tutti diretti da un tizio vestito a tema anni '70-'90 del 1800, che, con una chitarra acuistica tra le mani, da lontano sembrava un ragazzino. Un ragazzino di 57 anni che ha corso, saltato e cantato per tutte le due ore e mezza di quello spettacolare concerto, e che mi ha fatto capire (come ebbi modo di scrivere all'epoca sul mio Oscar) "che non sono sola, che ci sono ancora persone come me, al mondo, che ogni giorno lottano per la giustizia, la fratellanza, l'amore tra gli uomini. Che ci sono soluzioni alternative all'odio e alla violenza quotidiani, che c'è ancora un filo di speranza per chi sa - e vuole - vederlo, che ci spingerà ad andare sempre avanti, anche se gli ostacoli che ci troviamo davanti ci appaiono insormontabili. Ma con la sua musica ho capito soprattutto che non sono gli ostacoli, ad essere enormi, ma semplicemente sono io a buttarmi giù, a buttare la spugna troppo presto. Ora, però, so di potercela fare, di poter, come lui, alzare la testa e, comunque sia, sorridere."







P.S.: e poi, diciamoci la verità, è proprio un bel ragazzo *_____*

P.P.S.: le foto sono tratte dai mini concerti gratuiti fatti da Bruce il 4, 5 e 6 ottobre a Philadelphia, Columbus e Ypsilanti (MI) a sostegno di Obama. Prossimamente la tradizione del PSA scritto (e raccontato alla folla prima di The Rising) da Bruce.

P.P.P.S.: cliccare sul titolo per credere!



ottobre 06, 2008

Hey Bus Driver, Keep The Change...

E ovviamente, siccome Bruce Springsteen non è un uomo, non è un cantante, ma Dio fatto in carne ed ossa, venuto fra noi per miracol mostrare (adesso le suore mi ammazzano), il giorno prima di partire mi ha dedicato Thunder Road.

Fatta questa doverosa precisazione, passiamo alle buone nuove.

Oggi ho cominciato ufficialmente l'Università. Una figata pazzesca. Più che a lezione sembra di stare ad una conferenza, ci sono due prof e tre assistenti, dei quali due lavorano in Rai! Poi sono simpatici e preparati, e oggi hanno un po' illustrato il programma e detto qualcosa sui libri di testo. Nella seconda ora, invece, ci hanno fatto vedere alcuni filmati, tra cui il dibattito Palin-Biden, quello tra Obama-McCain *_* ed il primo, storico, tra Nixon e Kennedy, spiegandoci come sia importante il ruolo della Comunicazione.

Alle due ho fatto l'esame di inglese, credo bene...

Che altro dire, il palazzo è bellissimo, ci siamo solo noi del DAMS e questo fa sì che non ci sia tutta la confusione delle altri parti. L'Università è bellissima, ma tutto il clima lo è... Poi c'è da aggiungere che la lezione inizia alle 10, quindi posso prendermela anche con comodo! :o)

ottobre 02, 2008

Meeting Across The River

Mercoledì mattina mi aggiravo per le strade di Roma inseguendo bus a destra e manca, riuscendo infine a giungere a destinazione per poi scoprire che la lezione era stata sospesa perchè ad un'altra sede - distante 2 km e mezzo - c'era l'accoglienza per le matricole. Tornata in sede per la seconda lezione che supponevo dover avere, trovo altri ragazzi del primo anno che cercano di districarsi tra l'orario (a prima vista assurdo), e che si interrogano se entrare o meno alla lezione che dovremmo seguire. Alla fine si offre un volontario, bussa, mette dentro la testa e la riesce subito dopo: è già cominciata, la prof. l'ha guardato un po' perplessa. Dopo un altro breve e confusionario consulto, per fortuna la porta si riapre e la prof ci fa entrare, ci fa mettere seduti e ci spiega molto pittorescamente che le nostre lezioni sono quelle segnate in giallo sull'orario, e che no, la sua è inutile frequentarla perche l'esame si può fare dal secondo in poi. "Ora toglietevi dai piedi che noi dobbiamo continuare". Quel 'noi' sta per lei e altre cinque persone. Ma che bello. Alla fine perciò fino al 14 novembre ho una sola lezione, Teorie e Tecniche della Comunicazione di Massa, che si tiene dal lunedì al mercoledì dalle 10 alle 12. Dopodichè niente. Dio, quanto mi piace questo DAMS!

Durante tutta questa strana giornata, ho avuto in mente una frase ben precisa, che puntualmente mi tornava a far visita: "And if we blew up this one, they ain't gonna be lookin' for just me this time...", che può sembrare fuori luogo, vero, per un po' di ragioni, ma a rifletterci bene su ci si accorge che - forse - è quanto di più azzeccato ci possa essere (vabbè, a parte quel 'we' che non si spiega, visto che sono da sola, ma non è il caso di star lì a cercare l'ago nel pagliaio).
Adesso che sono a casa mi è tornata in mente e ho deciso di postare la traduzione. Fate un po' voi se ci sta.


Incontro Al Di Là Del Fiume


Ehi, Eddie, hai qualche verdone da darmi
E non è che puoi rimediarci uno strappo, stasera?
Dobbiamo passare sotto il tunnel
Ho un appuntamento con un tipo dall'altra parte...

Ehi, Eddie, questo qui è il tipo giusto
Quindi se vuoi venire insieme
Mi devi promettere che terrai la bocca chiusa
Perchè 'sto tipo non scherza mica
E gira voce che questa sia la nostra ultima occasione

Dobbiamo mantenere il sangue freddo, stanotte, Eddie
Perchè giochiamo sul filo del rasoio
E se ci va male questa
Non verranno a cercare soltanto me stavolta

Ci basterà guardarci bene le spalle
Tieni, metti questa roba in tasca
Sembrerà che facciamo sul serio
E vedi bene di non sorridere
Cambiati quella camicia, stanotte dobbiamo essere perfetti

Cherry m'ha detto che se ne andrà
Perchè ha scoperto che ho preso la sua radio e me la sono giocata
Ma, Eddie, amico, non riesce a capire
Che ho praticamente in tasca due bei bigliettoni

E stanotte sarà davvero la volta buona
E quando entrerò nella sua stanza
Le getterò tutti quei soldi sul letto
Vedrà con i suoi occhi che stavolta non erano solo chiacchere
Poi la lascerò lì da sola e me ne andrò in giro...

Ehi, Eddie, ce l'hai questo strappo?


settembre 24, 2008

My Life On The Road

"With the coming of Dean Moriarty began the part of my life you could call my life on the road"
In realtà volevo un'altra frase per cominciare, questa l'ho già usata altre volte, ma forse è giusto così.
D'altronde questo nuovo blog prende le mosse proprio da quella frase, e rispecchia il periodo che ho cominciato a vivere da quest'estate. Ma andiamo con ordine.

L'idea di creare un nuovo blog non è stata dettata da alcuna ragione specifica, ma semplicemente dal fatto che un pomeriggio ero senza far niente, leggevo qualche blog qui e là e mi è venuto in mente di aprirne uno nuovo. E poi, diciamo la verità, lo Space non permette di personalizzare più di tanto.
Probabilmente, però, tutto questo non sarebbe nato se non ci fosse stata anche un'esigenza particolare, chiamiamola così, che ha a che fare con questa nuova fase della mia vita. Se cambiamento deve essere, che lo sia in tutto...

Spulciando l'archivio del vecchio blog qualche volta mi sono ritrovata a sorridere ripensando a quei momenti particolari, quei momenti nei quali nulla sembrava essere al posto giusto anche se tutti pretendevano lo fosse. Quante volte sono state riportate frasi tratte da On The Road, dai libri di Stephen King, dai film di Martin Scorsese e dalle lyrics di Bruce Springsteen... Quante volte desideravo fuggire dalla mia hometown, dalle persone che mi circondavano, da chi parlava e parlava e non concludeva mai niente... Questi 'personaggi', che poi erano - e sono - persone reali affollavano i miei pensieri, i miei testi, le mie poesie. E, contrapposti a loro, c'erano i 'miei' eroi, ragazzi che cercavano disperatamente una via d'uscita, una fuga da tutto quello che non andava, dalle parole sprecate e vuote, dai sogni infranti e dalle bugie che si presentavano sotto la forma spudorata di verità. Non so se qualcuno abbia mai letto le mie poesie che postavo sul blog, ma se c'è qualcuno che l'ha fatto, be', allora saprà di che parlo. Ogni tanto, parlando a scuola, o in macchina, veniva fuori l'argomento 'andarsene dalla città', per dirla in termini Springsteeniani, e immancabilmente mi venivano risposte del tipo: "Sogni troppo", "Dove vuoi andare, tanto è uguale dappertutto!" e "Sì, grandioso, un giorno lo faremo, per forza!", salvo poi aggiungere: "Mi riaccompagni a casa, si sta facendo tardi, ho un impegno...". Ci sono stati momenti in cui spegnevo la macchina, una volta sola, sul lungomare, la radio accesa che suonava Born To Run e mi mettevo a pensare, nella penombra. Pensavo se avessero poi davvero ragione loro, se le mie non fossero altro che idee utopistiche, dettate da una visione del mondo a cui ero stata abituata fin da piccola da mio nonno (e che assai somiglia alla convinzione Americana dell' 'everything will be alright') e dai cartoni animati della Walt Disney (fatti con la stessa ricetta con l'aggiunta di una buona dose di sano cristianesimo), che guardavo e riguardavo. Ci pensavo a lungo, ma alla fine concludevo sempre che se non si ha la forza di credere nei propri sogni, be', allora non rimane molto spazio alla speranza di cambiare le cose.

D'altra parte però un po' capivo il loro modo di pensare, perchè c'è stato un periodo in cui lo condividevo. Sono stati un quattro anni, più o meno, durante i quali tutto quello in cui credevo è venuto all'improvviso a crollare. L'Amicizia, la Lealtà, il Rispetto, la Solidarietà Umana divennero parole vuote ai miei occhi, perchè mi accorsi che il mondo non le concepiva, voleva il tradimento, la paura, l'arroganza, il potere, ed era fermamente deciso ad estirpare ogni radice positiva dentro di sè. Tutto questo mi si rese evidente quando mio nonno venne accusato di qualcosa che non aveva mai commesso. Alla fine tutto si risolse, finì per il meglio, certo, ma ad una bambina di dodici anni certe cose non gliele togli dalla testa, soprattutto dopo che si è vista crollare il proprio punto di riferimento, o, meglio, quello che lui rappresentava e mi aveva insegnato. Così è stato un brutto periodo, un gran brutto periodo, e se oggi trovo il coraggio di parlarne è perchè l'ho finalmente accettato come tale. Prima ne ero dentro, e, si sa, quando ci sei dentro, a qualsiasi cosa, non riesci ad essere oggettivo, mai. In quel periodo mi misi in testa che tutti i miei sogni dell'infanzia, quello che volevo fare da grande dovevano essere accantonati, perchè la realtà era altra cosa, la realtà non ti permetteva di immaginare un futuro migliore del presente. Erano stupidaggini, mi dicevo, e le misi da parte per dedicarmi a quella che ritenevo una missione, dettata anche da quello che era successo a mio nonno. Insomma, decisi che sarei entrata nelle forze dell'ordine, per fare giustizia. Passavo giorni interi a leggere libri sul terrorismo, sulla mafia, sulle stragi degli anni '70, sugli omicidi mai risolti, sui cosiddetti 'misteri Italiani'. Nel giro di un anno sapevo a memoria la storia di Cosa Nostra, delle Brigate Rosse e la cronologia di ogni spargimento di sangue avvenuto dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Così spesso mi ritrovavo a pensare alla gente morta, a chi non è mai tornato a casa dal lavoro, a Falcone, Borsellino, Cassarà e via dicendo, fatti saltare in aria, freddati sul molo o sciolti nell'acido, i loro corpi mai ritrovati. Avevo quattordici anni, e la sera prima di addormentarmi mi chiedevo perchè la gente morisse in questo modo; a quindici, ero convinta che il mondo facesse davvero schifo, e che morire per i propri ideali fosse un bel modo di andarsene; a sedici, mi convinsi che avrei finito anche io per scomparire, un giorno, senza fare mai più ritorno a casa. Non avevo alcuna prospettiva davanti a me, nessun sogno se non quello di diventare commissario di polizia, nessun altro interesse che non riguardasse la mafia e il terrorismo. A sedici anni, la mia vita era già uno schifo.
E poi, in un giorno grigio di pioggia, all'improvviso entrò nella mia vita un libro destinato a cambiare tutto; non mi ricordo nemmeno perchè lo comprai, mi sembra per via del titolo, mi piaceva un sacco: Lentamente prima di morire. Ma il bello di tutta la vicenda è che non è stato tanto il romanzo, a fare la differenza, ma le note sul suo autore, un ragazzo che aveva per interessi il calcio, gli U2 e un tizio di nome Bruce Springsteen, cognome impronunciabile e che dimenticai quasi subito, ma che mi tornò in mente al momento giusto.
Il resto, come si suol dire, è ormai storia. Scrissi una volta uno dei tanti motivi per cui Bruce Springsteen è tanto importante per me (potete trovarlo qui); quello che ha fatto per me è incredibile, perchè mi ha ridato speranza, mi ha assicurato che credere nei sogni non è un peccato, e che, anzi, lo si deve fare, perchè è a loro che ci si può sempre aggrappare quando le cose vanno male, quando sembra che tutto il mondo debba travolgerti. Ma quel che è più importante, la sua storia sembra essere la mia storia, per come è cresciuto, per le sue convinzioni e le sue debolezze, e, soprattutto, per i valori in cui crede. Mi riconosco completamente in lui, e questo mi fa credere completamente in lui, in quello che fa e in come lo fa.
E' quindi grazie a lui se sono venuta fuori da quel brutto periodo, se ho ricominciato a credere in tutto quello che avevo abbandonato, chiuso a chiave in un cassetto di cui avevo buttato la chiave in un pozzo profondo. Gli devo la vita, e non è una cazzata.

Così adesso sto seguendo il mio sogno, vado via da questa città di falsi amici, di bugie e di porte chiuse con la speranza di farlo avverare, un giorno; con la consapevolezza di chi sono e di cosa voglio; ma, soprattutto, con la certezza che sto facendo la cosa giusta, e che mai la rimpiangerò. Sì, è vero che il pensiero di lasciare casa un po' mi spaventa, ma per contro so che è questo che voglio, e che è ciò che mi può dare l'opportunità di vivere felice, sapendo che ho fatto quello che sentivo di fare. In fondo se non si rischia, non si sa mai a cosa si è rinunciato.
Martedì parto per Roma, e la mia vita cambierà in tutto. Da quest'estate, come diceva Dean, si è aperta la parte della mia vita on the road, fatta di viaggi continui, nuove amicizie, auto che, in marcia su strade infinite, cercano di raggiungere la libertà, la felicità, la vera essenza della vita. Parto con niente, vagabondo nato per correre, come dice Bruce, sperando di arrivare prima o poi in un posto che possa veramente chiamare 'casa'. Fino ad allora, però, viaggerò su quella strada di Tuono senza stancarmi, perchè so di essermi lasciata alle spalle la mia città di perdenti e di essere andata via per vincere.

settembre 22, 2008

"Meet Me In A Dream Of This Hard Land..."

It’s been a long time comin’, è scritto in una song, but now is here. Pensandoci bene, la cosa può non essere del tutto casuale; e d’altronde, gli uomini hanno una certa capacità nell’incrociare tra loro le coincidenze più disparate. Ma lasciamo stare.

Oggi è il 16 agosto 2008. Esattamente un anno fa avremmo avuto conferma delle voci che da gennaio si rincorrevano a fasi alterne su internet: Bruce Springsteen avrebbe pubblicato il 2 ottobre il suo nuovo lavoro con la E Street Band, Magic, un nome alquanto strano in una discografia fatta di Darkness On The Edge Of Town, The Ghost Of Tom Joad e Born To Run, giusto per citarne alcuni. Ma, ovviamente, la cosa non si sarebbe esaurita lì (e quando mai?); nuovo disco equivale a nuovo tour, nella mente di tutti gli Springsteeniani, fatto esaltante già per suo essere, ma ancor di più quando si parla della E Street Band. Il 16 agosto 2007 sarebbe stato l’inizio per me (anche se non ne ero ancora consapevole) di un nuovo stile di vita, che, letterariamente parlando, potremmo definire “the part of my life you could call my life on the road”. Mi stavano aspettando giorni interminabili di file, aeroporti deserti, sveglie ad orari assurdi nel cuore della notte, innumerevoli discussioni coi miei, prosciugamenti improvvisi della mia carta di credito, acquisti mirati nel settore abbigliamento and so on, e tutto questo per provare that ain’t no sin to be glad when you’re alive, come poi ho scritto sulla giustifica per le assenze del 27, 28 e 29 novembre che ho portato a scuola.

E adesso tutto questo è finito, o comunque sta per finire: tra sei show (sette, contando l’outsider di Milwaukee) questo tour chiude baracca, tra meno di dieci giorni tutto questo apparterrà ormai al passato, e sarà (solo?) un ricordo.

Qualche giorno fa sfogliavo l’agenda dell’anno scorso, cercavo un biglietto di cinema che mancava all’appello; arrivata alla pagina del 2 ottobre leggo la scaletta della prima data del tour, ad Hartford, e sorrido leggendo le mie annotazioni a margine: al posto di The Ties That Bind avevo fatto una freccia con accanto scritto Prove It All Night, avevo aggiunto Thunder Road nei bis e, sotto, un “e poi sono a posto così! J che assai bene spiega il mio stato d’animo back in those days; come poi lessi qualche giorno dopo in un articolo, ci si riteneva fortunati che tutto questo fosse ripreso. Certo, qualcuno avrebbe criticato la brevità dello show (poco più di due ore e un quarto), qualcuno avrebbe detto “Vabbè, sì, va bene Thundercrack ma…”, ma, appunto, si trattava di qualcun altro, e a me non interessava neanche un po’. Avrebbe potuto suonare ogni sera le stesse identiche cose, e a me sarebbe andato ugualmente bene, era già una fortuna esserci, vivere l’attesa del fatidico battesimo con la E Street. E, diciamocela tutta, vedere un concerto di Bruce come si deve, dal momento che di quello precedente (il primo) ricordavo (e ricordo) poco e niente, una sensazione molto simile a quella di una cuccia colpita da un uragano, se serve a dare l’idea. Vuoi per l’inconsapevolezza, vuoi per la sorpresa, vuoi per un sacco di altre cose che riguardano il mio concetto di musica prima e dopo essere entrata nell’Universo Bruce, di quel 8 ottobre 2006 l’unica cosa che mi balza subito alla mente è il chiasso assordante del Palamaggiò quando entrò Lui e l’unica immagine è quella di Lui in continuo movimento, da una parte all’altre del palco, per tutto lo show. Nell’anno scarso intercorso avevo rimediato quasi tutta la discografia ufficiale di Bruce, qualche boot sparso qua e là e una discreta conoscenza di tutto quello che si sviluppa ogni volta che Lui è in tour, vale a dire nottate per biglietti, nottate per il pit, trasferte in mezza Europa per seguirlo (“perché cambia ogni sera scaletta, ed è sempre un’emozione unica”) e via dicendo. Non vedevo l’ora di mettere tutto questo in pratica, per cui mi importava gran poco di cosa suonasse, benché lo suonasse.

Così arriva Milano, e già dalla mattinata del concerto iniziano ad arrivare voci: ritorna in estate, però la data che sarebbe dovuta esserci a Roma è stata spostata a Bruxelles, quindi solo uno show, anche l’anno prossimo, questa volta a San Siro. “Sono solo voci”, penso, e non ci ritorno su, almeno fino ad una settimana da lì a quella parte, quando la notizia diviene ufficiale con tanto di avviso: concerto il 25 giugno, biglietti in vendita il 5 dicembre, dopo due giorni. Saltare un giorno di scuola a distanza così ravvicinata dai tre precedenti mi pare impossibile, per cui opto per comprarli su internet. Ma oltre a questo, ci sarebbe anche un problema alquanto grave, in sottofondo: potrebbero esserci gli esami di maturità. Verso l’inizio di ottobre avevo convinto i miei ad acconsentire alla follia di due giorni out in the street nel gelo milanese di fine novembre con l’argomentazione che, fosse ritornato in Italia, avrei potuto avere gli esami (argomentazione che poi è stata usata anche per convincerli a farmi fare Parigi nella prima leg – idea poi miseramente naufragata per colpa di uno stupido compito di matematica, tra parentesi risultato il peggiore, in termini di risultato, in tutti e cinque gli anni – e, quello stesso giorno, per convincere mio padre a prestarmi la sua carta di credito per comprare il biglietto dell’ultima serata di Barcellona, giacché la mia mi serviva per prendere quelli di Milano); al ritorno mia madre, vedendomi felice come non mai, e ascoltando le mie preoccupazioni sulla possibilità della coincidenza concerto/esami, mi aveva detto di prenderli lo stesso, i biglietti per il 25, che poi si sarebbe pensato al da farsi. Abbandonata quindi quel poco di incertezza che avevo, il 5 dicembre rimango in piedi fino alle due riuscendo a comprare questi benedetti biglietti. Andandomene finalmente a letto, quella notte, mi dico che il giorno dopo avrei già cominciato a fare il countdown per il prossimo concerto. Mancavano qualcosa come 200 giorni, ma non mi importava: ogni sera, prima di spegnere la luce, mettevo una croce rossa sul numero del giorno, e tanto mi bastava. Era una cosa stupida, è vero, ma mi serviva per superare tutto quello che non andava nella mia vita: “at the end of every hard earned day people find some reason to believe” aveva cantato Bruce a Milano, ed io ci credevo.

Arrivato aprile, le cose iniziano a girare veloce, troppo veloce perché riesca a fermarle; la gita di classe a cui rinuncio per poter andare a Barcellona, The Ghost Of Tom Joad fatta elettrica negli show californiani, e i miei che continuano a litigare... E poi quel messaggio arrivato alle sette e mezza di mattina, troppo tardi per non andare a scuola, troppo brutto per poterci credere... E quella conferma a mezzogiorno, quello sconforto, quel dolore, quella paura che… Gli show spostati, una canzone che continuo a sentire per una settimana, che avevo sentito per la prima volta qualche settimana prima in un film, una canzone che non c’entra niente con Bruce, con Danny o con la Band, ma che rimetto sempre perché comincia con una frase che spiega tutto il dolore, in un certo senso, per quanto sia possibile: “Se la mia chitarra piange dolcemente, stasera non è sera di vedere gente …”, inizia, e mi sembra di vederlo, Bruce, seduto da qualche parte in silenzio, a piangere... E poi quel discorso, fatto al funerale, dove mescola ricordi di giorni felici e lontani con le lacrime, con il dolore... E quel “and yes, death defying E Street Band” a ridare fiducia a sé stesso e a tutti noi, come quel “c’mon, rise up!” in altri tempi era servito a ridare coraggio agli Americani dopo l’11 settembre... E poi lo show di Tampa, il video tributo, la voce di Bruce che si spezza su Backstreets, su No Surrender, quel “Roy, you better get this right… Somebody’s watchin’…”, Fly Away cantata coralmente, quasi come un gospel, e la dedica a Danny negli show seguenti...

A maggio il tour fa una pausa, a scuola si fanno gli ultimi sforzi per strappare un buon voto, e intanto il countdown segna – 50, nel tempo libero la testa va da sola al 25 giugno ed io spero di poterci andare. A giugno gli esami sono alle porte, guardo le partite della Nazionale scrivendo la tesina, ripetendo per la terza prova, e quasi non mi accorgo che veniamo eliminati. Quando manca solo un mese mi dicono che forse gli orali cominciano già il 26, e mi chiedo come diavolo farei a tornare da Milano in tempo (di questo penso vi ricordiate, ho rotto le scatole a tutti ininterrottamente xD)... E quando, alla fine, ad una settimana dal concerto mi dicono che il mio esame sarà il 2 luglio, lancio un urlo talmente forte che i miei compagni si voltano a guardarmi e la presidentessa mi fissa a metà tra il disgustato e il perplesso, ma non mi importa: il 25 giugno SARÒ a San Siro, a vedere Bruce Springsteen & The E Street Band e, ancora una volta, è questo quello che conta.

E così si torna on the road, questa volta c’è anche la mia famiglia insieme, gli scritti davvero alle spalle e la testa tutta rivolta a Milano; durante il viaggio i miei (riappacificati) sopportano di buon grado ogni stupidaggine che dico, mia mamma esclama che ci vuole un concerto di Springsteen per vedermi così di buon umore e di buona compagnia e mio fratello brontola sul sedile di dietro perché si scoccia a venire insieme. Il 23 sera, mentre sono in camera in un hotel a Cattolica (abbiamo spezzato il viaggio), mi telefona il mio amico dei concerti dicendomi che, incredibile ma vero, gli hanno regalato il biglietto e gliel’hanno appena dato! “So, ci vediamo domani a Milano!” mi saluta ed io sono contenta per lui.

Dopo il concerto i miei decidono di non tornare subito a casa, e si prendono tre giorni di vacanza; portarli insieme ha sortito una serie di effetti positivi, tra tutti il fatto che mia madre finalmente ha capito la mia passione e adesso mi lascia stare quando le dico che mi devo alzare la notte per seguire il tour, e non fa più storie per le trasferte, e quello che mio fratello è rimasto senza parole alla vista dell’unica persona sulla faccia della terra capace di stremarlo, e adesso si prende un disco alla volta dalla mia stanza per ascoltarlo (per ora ha Darkness). Ritorniamo a casa soltanto il 30 giugno, il 1 luglio lo passo sui libri e ovviamente non mi ricordo niente di niente, ho una serie di crisi in cui butto tutto per terra ma alla fine fila via tutto liscio, la commissione rimane colpita dalla tesina ma soprattutto dal tema (che risulterà il migliore del liceo) e porto a casa un ottimo 93 (di lusso, come direbbe mio nonno, visto il mio odio per la matematica -.-).

Le due settimane che mi separano dal tanto agognato viaggio in terra spagnola passano tranquillamente, mi godo finalmente il dovuto riposo dopo un anno scolastico che, oltre a non finire mai, è stato anche psicologicamente stressante, e accantono l’idea di tradurre la tesina in inglese per darla a Bruce nel caso lo incontrassi, non si sa mai, perché non ne ho voglia e l’obiettivo mi sembra alquanto remoto. Mio fratello parte per l’Inghilterra e nell’Ipod faccio in tempo a mettergli l’ultima versione audio disponibile del concerto di Milano (con sua estrema gioia), io continuo a seguire le setlist rimanendo sempre più senza parole, i miei riprendono a litigare, andiamo al concerto di Ligabue con Cristian (mio zio) e poi è tempo di tornare, ancora una volta, on the road.

Il giorno prima arriva la notizia che Patti con i figli ha raggiunto la band a San Sebastian, e quindi ci sarà anche lei sul palco a Barcellona; lì per lì la cosa mi aveva lasciato indifferente, ma ovviamente mi sarei dovuta ricredere il 19 sera.

I primi tre giorni scorrono tranquilli, giriamo la città come meglio riusciamo (e vogliamo), perché non è che ce ne importi poi molto, e attendiamo con trepidazione l’arrivo dei ragazzi in città, previsto per il 18. Giunto venerdì, infatti, ogni cosa smette di avere un significato ed ogni mossa è calcolata secondo l’obiettivo di incontrare Bruce (e quelli della Band, vabbè, ma in second’ordine). L’hotel l’avevamo già individuato il giorno prima, per cui nel pomeriggio del 18 andiamo ad appostarci lì fuori e aspettiamo; dopo un po’ che eravamo lì si avvicina con l’aria mezza seccata uno della security dell’hotel, chiedendo se fossimo lì “per il cantante”. Alla risposta affermativa, con un sorriso smagliante ci dice che “lui non qui (e fa il gesto)”, sperando di farci andare via; “E la band?” chiediamo allora, al che risponde di sì, arrivano per le cinque, e aggiunge che Lui è in un hotel su una montagna (il Tibidabo) con la famiglia. Va bene, ci diciamo, sapevamo in partenza che beccarlo a Barcellona sarebbe stata impresa ardua; decidiamo di rimanere ad aspettare la band. Ma le cinque arrivano e passano, mentre davanti all’hotel arriviamo ad una decina di persone (tra cui due simpaticissimi ragazzi italiani arrivati in moto da Milano, che alla notizia di Bruce sul Tibidabo si precipitano lì); alle sette decidiamo di smontare per un po’, giusto per andarci a dare una rinfrescata in albergo, per poi tornare: un tipo spagnolo ha assicurato tutti che un suo amico ha visto Bruce in quell’hotel. Verso le nove siamo di nuovo lì fuori, non c’è quasi nessuno; ci sediamo un po’, poi facciamo il giro del perimetro dell’hotel e sul retro becchiamo di sfuggita Steve (con l’immancabile bandana) che fa un cenno di saluto e poi va via; ritorniamo davanti, sediamo, attendiamo pazienti, ad un certo punto ci infiliamo come fosse la cosa più logica del mondo dentro il corridoio che conduce alla hall dell’hotel, e da dove passano i taxi. Dopo un po’ vediamo arrivare Roy accompagnato (almeno pensiamo) dal figlio e da una ragazza (la sua girlfriend?), e dopo ancora Max; riusciamo a contenerci e a fare le persone garbate, ma non serve a molto visto che da lì a poco si avvicina sempre il simpatico tipo della security dicendo che quelle panchine sono riservate agli ospiti dell’albergo, quindi, please, andate via (da qui lo scambio di battute che c’è nella firma mia e di Stepak). Quando ormai siamo sul punto di rinunciare ecco che ci vengono incontro dei tipi spagnoli, che ci riferiscono del loro incontro con Max, Roy e Nils nel bar dell’hotel, e ci consigliano di andare a vedere. Superata l’iniziale diffidenza (anche perché eravamo stati segnalati a mezza security), ci avventuriamo verso il banco esterno; lì ci ferma un ragazzo che ci chiede se vogliamo qualcosa, e al quale viene risposto prontamente che stiamo soltanto andando al bar, così lui ci passa lasciare tranquillamente. Prendiamo l’ascensore, arriviamo al bar, notiamo Roy e dopo un po’ ci avviciniamo, chiediamo la foto e lui accetta di buon grado (continuando a ripetere “Photo! Photo! Photo!” con aria molto divertita); breve ricognizione in giardino (immenso) e poi scendiamo, incrociando sfortunatamente il famoso tipo della security che ci guarda disgustato prima di proferirsi in un “Voi non dovreste essere qua... Non vi fate più vedere!” assai poco educato. A questo punto (erano le tre di notte) Barbara ed io decidiamo di avventurarci sul porto, alla ricerca dello yacht di Bruce (gli spagnoli ci avevano detto anche questo); riusciamo a superare la guardia, giriamo tre quarti di molo e crediamo di trovarci a qualche metro di distanza da quello di Bruce (dal quale, due minuti dopo, viene spenta una luce), impossibilitate a raggiungerlo per via dell’acqua tra noi e lui. Pazienza, ci diciamo, riproveremo lunedì.

Il giorno seguente ci alziamo con comodo, raggiungiamo il Camp Nou, ci tatuiamo con un numero assurdo per i nostri standard (1478), salutiamo un po’ di gente; ma la cosa più importante di tutte è che ci confermano che Bruce è su al Tibidabo, e non sul mare con la band. Per un po’ pensiamo di andarci dopo la consegna dei braccialetti, ma accantoniamo poi l’idea e preferiamo rientrare in albergo per darci una rinfrescata (anche perché la notte seguente avremmo dovuto essere in fila). Dei concerti non scrivo niente, un turbinio di emozioni intense as usually, con un sacco di song sentite per la prima volta, i duetti di Bruce e Patti (che pazienza per chi non vogliono dir niente, ma a me hanno aperto il cuore in due a vederli ancora così uniti dopo tanto tempo), la E Street Band Junior sul palco per una grande festa di famiglia (e che significato dietro a questo gesto!) e le parole finali di Bruce, “WE’LL SEE YOU AGAIN” ruggite nel microfono a fine serata che m’hanno aiutato a scacciar via dalla mente tutti quei brutti pensieri che m’avevano accompagnata per tutto il giorno. All’uscita c’è tempo per una foto di gruppo con i lohaders, prima di salutare tutti e tornare in albergo. Ci aspettano poche ore di sonno, perché poi, ormai l’abbiamo deciso, si va all’assalto di Bruce. Un’ultima fatica, in fondo adesso se ne va e non sappiamo quando sarà di ritorno...

E quindi lunedì mattina siamo di nuovo in pista, cambiamo metro, una specie di tram, funivia e per finire ci facciamo due chilometri a piedi prima di raggiungere questo benedetto hotel in cima al monte; estremamente più modesto rispetto a quello della band (un grattacielo di non so quanti piani), questo mi sembra più a misura di Bruce, non so, è la prima cosa che penso. Ritroviamo i due Italian Bikers, che ci informano che è uscita una tipa spagnola dicendo che Bruce non si fermerà, andrà direttamente via. Ma come, parte di già!? Anyway, un po’ perché noi siamo quelli di no retreat, baby, no surrender, un po’ perché ormai ci siamo, decidiamo di restare; avvistiamo tra l’altro il cioccolatiere con la sua statua, che è veramente una figata a vederla dal vivo. Continuiamo ad aspettare, tanto ormai ci siamo abituati (in questi sette giorni abbiamo fatto file dappertutto) e alla fine, come è scritto in un’altra song, faith will (would, nel nostro caso) be rewarded. Dopo infatti appena tre quarti d’ora vediamo uscire nuovamente quella tipa spagnola, che guardandoci come fossimo le più infime persone sulla faccia della terra ci dice che in effetti Bruce uscirà, ma firmerà solo autografi, “please, no photo”: se per cortesia ci mettiamo in fila (sì, per la fucilazione penso, ed è l’ultimo pensiero razionale in a long time), non gridate, non stringetelo e via dicendo. Immediatamente le altre otto persone si rivolgono a me e a Barbara, implorandoci con un “siete soltanto voi le ragazze, per favore non gridate!” che nemmeno sento, perché ormai il cervello mi si è scollegato. Scaravento lo zaino sotto un albero, tiro fuori la bandiera, il pennarello indelebile e la tesina (sì, alla fine l’avevo portata così com’è) e mi metto in fila, cercando di trovare un pensiero sensato nella mia testa (impresa che fallisce miseramente). Dopo cinque minuti so cosa deve aver provato Mosè sul monte Sinai.

Esce dall’hotel da solo, tranquillo, come se stesse andando a fare una passeggiata per conto suo; lo seguono a ruota la tipa di prima e il suo bodyguard. Lo vedo camminare con quel suo passo particolare, e cominciano a tremarmi le gambe; già da questo sentore capisco che non ne verrà niente di buono: in vita mia non ho mai avvertito niente di simile, anche perché pur apprezzando artisticamente alcune persone del mondo del cinema, e avendo avuto occasione di incontrarle, non ho mai avuto un particolare desiderio di incontrarle di persona (per dire, quando ho incontrato Tim Burton ero agitata, sì, ma cosciente di quel che stava avvenendo ed emozionata). Ma Bruce ha drasticamente cambiato molte cose nella mia vita, e tra queste il mio separare la persona dalla propria opera. Così, senza nessun pensiero in testa, lo guardo avvicinarsi e sento le gambe tremare, il cuore saltare parecchi battiti; ci saluta tutti, ci chiede “How you doin’?”, se ci fossero piaciuti gli show e cose di questo tipo; una signora spagnola chiede la foto, Bruce accetta di buon grado (nonostante la tipa di prima cercasse di tirarlo via), poi tocca ai due ragazzi bikersItalians!” e poi firma col suo pennarello personale (altra cosa di cui sono rimasta colpita). Io ero là, immobile, impietrita, senza parole, incapace di fare qualsiasi cosa. Poi è un attimo, una scintilla di lucidità (o di pazzia, forse), lo raggiungo (era andato avanti a firmare autografi), gli metto una mano sul braccio e chiedo, con un filo di voce tremante, “Bruce?”. Lui, incredibile ma vero, mi ascolta, finisce di firmare e si gira verso di me (mentre la tipa di cui sopra mi urlava qualcosa del tipo “Hai già avuto il tuo autografo ora te ne vuoi andare!?”), rispondendo con un sorriso: “Hey!”. E, anche se in quell’unico attimo avevo pensato di star calma, di impormi di dire qualcosa, qualsiasi cosa, trovarmelo a dieci centimetri di distanza aveva annullato ogni funzione di parola, così lo fissavo, il mio viso riflesso nei suoi Rayban, incapace di proferir parola. Lui non si muove, vorrebbe dire qualcosa ma non sa cosa, e poi mi risveglio improvvisamente, prendo il coraggio a due mani e gli chiedo “May I huge you?” con gli occhi che mi brillano. O almeno quella era la mia intenzione, dato che dalla mia bocca esce soltanto la prima parola; credo però che il mio essere Italiana sia in qualche modo servito, almeno una volta nella mia vita, perché la nostra abitudine di gesticolare ha sopperito alla mancanza della parola: ho aperto le braccia, mimando un abbraccio, con la speranza che servisse a qualcosa. Vuoi per essere metà Italiano, vuoi perché credo sia un gesto universale e lo capiscano un po’ tutti, vuoi perché è un grande già così, fatto sta che capisce al volo, e dicendo “Oh, sure!” apre anche lui le braccia e mi ci accoglie dentro. È stato uno dei momenti più belli della mia vita, e credo di riuscire ad apprezzarlo appieno solo adesso che è passato quasi un mese, perché è il tempo a farci capire di più le cose, suppongo. Qualsiasi cosa sul momento appare bella, appare perfetta, ma è al banco del tempo che si capiscono le vere gioie, quelle autentiche; un film, un disco, un concerto entrano nella storia quando vengono ricordati e, a distanza di tempo, riescono a dare ancora le stesse emozioni, magari anche un po’ più forti perché, nel frattempo, è passata altra acqua sotto i ponti, sono successe cose che ti fanno capire meglio il vero significato di quel sentimento. “C’mon, now, try and understand the way I feel when I’m in your hands” ha cantato a Milano, a Barcellona, ed è curioso come sia proprio Because The Night a ritornarmi in mente, song che ho veramente capito (e di conseguenza apprezzato) solamente da quando l’ho sentita dal vivo per la prima volta, come era successo per She’s The One a novembre. They can’t hurt us now, because the night belongs to us diventa un inno di per sé, e spiega tutto quello che non si può spiegare; perché durante un concerto, durante quell’abbraccio loro, gli altri, non ci possono far del male, perché la notte appartiene a noi, ed è vero. Essere fan di Bruce non è facile per me, lo dicevo all’inizio, perché è un qualcosa che assorbe completamente, perché è davvero come se fosse il mio migliore amico, perché quando è morto Danny ci siamo stati tutti male, perché siamo felici quando lo vediamo felice (o almeno so che per qualcuno è così), perché, come ha detto lui, “we all grew up and know it’s just rock ‘n’ roll... But it isn’t…”, perché non è solo un cantante, come pensano tutti gli altri, perché quando parli di lui come persona ti guardano male e pensano che farnetichi, perché... La lista è lunga, troppo lunga, e allora quel verso basta da solo a spiegare tutto questo e altro ancora. (che chiedono ed ottengono anche loro una foto vicino alla moto), ad un’altra coppia di Italiani ed infine a noi. Quando vede la bandiera Italiana si mette a ridere, dicendo tra sé “

Quando Bruce va via, rimaniamo a guardarci in faccia per un po’, ancora increduli, ancora sospesi in un’altra dimensione, dimentichi dei nostri problemi, delle nostre preoccupazioni; ci sentiamo uniti indissolubilmente, fratelli anche se ci conosciamo solo da un’oretta e parliamo lingue diverse. Difficile farlo sembrare vero, ma l’aria che si respirava lì attorno era esattamente questa; poi ognuno a raccontare al telefono il miracolo che è appena venuto, a cercare parole di conforto, di amicizia, tra una lacrima e l’altra (vabbè, eccetto mia madre che al telefono la prima cosa che mi dice è: “Mi raccomando, non è che ti fai venire un infarto adesso..!”). Dal canto mio sono ancora stravolta, incapace di realizzare appieno cosa è successo, di proferir parola di senso compiuto; perché alla fine sì, credi che Bruce Springsteen sia diverso da tutti gli altri, lo credi davvero vedendo il percorso che ha fatto, leggendo i racconti degli altri, ascoltando le sue parole, ma a sentire quel che dice chi non è suo fan certe volte ti domandi se poi sia tutto vero ciò che pensi, o se piuttosto non sia anche tu diventato un fan-atico come quelli che fanno vedere in tv, incapace di rendersi conto dove finisca l’artista e dove cominci l’uomo, incapace di essere obiettivo. Ci ha pensato Lui, ancora una volta, a chiarire le mie incertezze, le mie preoccupazioni; esce dall’hotel tranquillo, da solo, saluta, risponde ad ogni nostra domanda, a chiunque chieda una foto risponde di sì con un sorriso bellissimo, calmando anche la tipa spagnola che ci aveva espressamente proibito di tirar fuori le macchine, dicendo che per lui va benissimo, mettendosi in posa da solo accanto alla sua statua di cioccolato, facendosi abbracciare, baciare come sia la cosa più normale della terra. A chi fosse passato di lì in quella mezz’ora, sarebbe sembrata una rimpatriata di vecchi amici, e non un incontro tra una rockstar di fama mondiale ed i suoi fan, e forse basta questo a rispondere a tutte le domande su che persona sia Bruce Springsteen. Egli è veramente ciò che pensate sia, il ragazzo che voleva andarsene dalla città di perdenti per poter finalmente vincere, che ha costretto quei postacci a trattarlo meglio, che se n’è fregato di ogni regola, che ad un certo punto s’è reso conto che ci sono cose che ti abbattono, che non hai neanche visto arrivare, che cercando un po’ di grazia divina ne ha trovato la prova vivente, che sta tornando a casa, sì, ma sarà un lungo viaggio, e che, da solo sulla strada di notte, chiudendo gli occhi riesce a sentire tanti amici intorno a lui. Bruce Springsteen è tutto questo, ogni singola parola che ha scritto è lì perché in quel momento ci credeva, ci crede tutt’ora, ed ogni sera, ogni concerto, ogni incontro è lì per ricordarci di non arrenderci, di continuare a lottare, anche contro tutto e tutti, perché sì, è vero, questa terra è davvero spietata, ma non è detto che dobbiamo esserlo anche noi. Lo dice con lo sguardo, ma in fondo l’ha già detto a parole. Era la song che volevo sentire a Barcellona, ha preso il mio cartello, l’ha fatta, ed in un certo senso me l’ha dedicata, come fece con Thunder Road a novembre. Mentre la cantava voleva dire tutte queste cose insieme, e lì, in quello stadio, l’ha capito ognuno di noi; tenete duro, amici miei, ci rivediamo tra un po’, più in là sulla strada...


Hey, Frank, coraggio, prepara i bagagli, ci vediamo stasera alla Liberty Hall; il tempo di un saluto, fratello, e poi viaggeremo finché non cadremo a terra sfiniti. Dormiremo nei campi, dormiremo vicino ai fiumi e la mattina penseremo ad un piano... Be’, se non ce la fai tieni duro, non ti accontentare mai, vai avanti finché puoi, e poi mi troverai in un sogno di questa terra spietata...