It’s been a long time comin’, è scritto in una song, but now is here. Pensandoci bene, la cosa può non essere del tutto casuale; e d’altronde, gli uomini hanno una certa capacità nell’incrociare tra loro le coincidenze più disparate. Ma lasciamo stare.
Oggi è il 16 agosto 2008. Esattamente un anno fa avremmo avuto conferma delle voci che da gennaio si rincorrevano a fasi alterne su internet: Bruce Springsteen avrebbe pubblicato il 2 ottobre il suo nuovo lavoro con la E Street Band, Magic, un nome alquanto strano in una discografia fatta di Darkness On The Edge Of Town, The Ghost Of Tom Joad e Born To Run, giusto per citarne alcuni. Ma, ovviamente, la cosa non si sarebbe esaurita lì (e quando mai?); nuovo disco equivale a nuovo tour, nella mente di tutti gli Springsteeniani, fatto esaltante già per suo essere, ma ancor di più quando si parla della E Street Band. Il 16 agosto 2007 sarebbe stato l’inizio per me (anche se non ne ero ancora consapevole) di un nuovo stile di vita, che, letterariamente parlando, potremmo definire “the part of my life you could call my life on the road”. Mi stavano aspettando giorni interminabili di file, aeroporti deserti, sveglie ad orari assurdi nel cuore della notte, innumerevoli discussioni coi miei, prosciugamenti improvvisi della mia carta di credito, acquisti mirati nel settore abbigliamento and so on, e tutto questo per provare that ain’t no sin to be glad when you’re alive, come poi ho scritto sulla giustifica per le assenze del 27, 28 e 29 novembre che ho portato a scuola.
E adesso tutto questo è finito, o comunque sta per finire: tra sei show (sette, contando l’outsider di Milwaukee) questo tour chiude baracca, tra meno di dieci giorni tutto questo apparterrà ormai al passato, e sarà (solo?) un ricordo.
Qualche giorno fa sfogliavo l’agenda dell’anno scorso, cercavo un biglietto di cinema che mancava all’appello; arrivata alla pagina del 2 ottobre leggo la scaletta della prima data del tour, ad Hartford, e sorrido leggendo le mie annotazioni a margine: al posto di The Ties That Bind avevo fatto una freccia con accanto scritto Prove It All Night, avevo aggiunto Thunder Road nei bis e, sotto, un “e poi sono a posto così! J ” che assai bene spiega il mio stato d’animo back in those days; come poi lessi qualche giorno dopo in un articolo, ci si riteneva fortunati che tutto questo fosse ripreso. Certo, qualcuno avrebbe criticato la brevità dello show (poco più di due ore e un quarto), qualcuno avrebbe detto “Vabbè, sì, va bene Thundercrack ma…”, ma, appunto, si trattava di qualcun altro, e a me non interessava neanche un po’. Avrebbe potuto suonare ogni sera le stesse identiche cose, e a me sarebbe andato ugualmente bene, era già una fortuna esserci, vivere l’attesa del fatidico battesimo con la E Street. E, diciamocela tutta, vedere un concerto di Bruce come si deve, dal momento che di quello precedente (il primo) ricordavo (e ricordo) poco e niente, una sensazione molto simile a quella di una cuccia colpita da un uragano, se serve a dare l’idea. Vuoi per l’inconsapevolezza, vuoi per la sorpresa, vuoi per un sacco di altre cose che riguardano il mio concetto di musica prima e dopo essere entrata nell’Universo Bruce, di quel 8 ottobre 2006 l’unica cosa che mi balza subito alla mente è il chiasso assordante del Palamaggiò quando entrò Lui e l’unica immagine è quella di Lui in continuo movimento, da una parte all’altre del palco, per tutto lo show. Nell’anno scarso intercorso avevo rimediato quasi tutta la discografia ufficiale di Bruce, qualche boot sparso qua e là e una discreta conoscenza di tutto quello che si sviluppa ogni volta che Lui è in tour, vale a dire nottate per biglietti, nottate per il pit, trasferte in mezza Europa per seguirlo (“perché cambia ogni sera scaletta, ed è sempre un’emozione unica”) e via dicendo. Non vedevo l’ora di mettere tutto questo in pratica, per cui mi importava gran poco di cosa suonasse, benché lo suonasse.
Così arriva Milano, e già dalla mattinata del concerto iniziano ad arrivare voci: ritorna in estate, però la data che sarebbe dovuta esserci a Roma è stata spostata a Bruxelles, quindi solo uno show, anche l’anno prossimo, questa volta a San Siro. “Sono solo voci”, penso, e non ci ritorno su, almeno fino ad una settimana da lì a quella parte, quando la notizia diviene ufficiale con tanto di avviso: concerto il 25 giugno, biglietti in vendita il 5 dicembre, dopo due giorni. Saltare un giorno di scuola a distanza così ravvicinata dai tre precedenti mi pare impossibile, per cui opto per comprarli su internet. Ma oltre a questo, ci sarebbe anche un problema alquanto grave, in sottofondo: potrebbero esserci gli esami di maturità. Verso l’inizio di ottobre avevo convinto i miei ad acconsentire alla follia di due giorni out in the street nel gelo milanese di fine novembre con l’argomentazione che, fosse ritornato in Italia, avrei potuto avere gli esami (argomentazione che poi è stata usata anche per convincerli a farmi fare Parigi nella prima leg – idea poi miseramente naufragata per colpa di uno stupido compito di matematica, tra parentesi risultato il peggiore, in termini di risultato, in tutti e cinque gli anni – e, quello stesso giorno, per convincere mio padre a prestarmi la sua carta di credito per comprare il biglietto dell’ultima serata di Barcellona, giacché la mia mi serviva per prendere quelli di Milano); al ritorno mia madre, vedendomi felice come non mai, e ascoltando le mie preoccupazioni sulla possibilità della coincidenza concerto/esami, mi aveva detto di prenderli lo stesso, i biglietti per il 25, che poi si sarebbe pensato al da farsi. Abbandonata quindi quel poco di incertezza che avevo, il 5 dicembre rimango in piedi fino alle due riuscendo a comprare questi benedetti biglietti. Andandomene finalmente a letto, quella notte, mi dico che il giorno dopo avrei già cominciato a fare il countdown per il prossimo concerto. Mancavano qualcosa come 200 giorni, ma non mi importava: ogni sera, prima di spegnere la luce, mettevo una croce rossa sul numero del giorno, e tanto mi bastava. Era una cosa stupida, è vero, ma mi serviva per superare tutto quello che non andava nella mia vita: “at the end of every hard earned day people find some reason to believe” aveva cantato Bruce a Milano, ed io ci credevo.
Arrivato aprile, le cose iniziano a girare veloce, troppo veloce perché riesca a fermarle; la gita di classe a cui rinuncio per poter andare a Barcellona, The Ghost Of Tom Joad fatta elettrica negli show californiani, e i miei che continuano a litigare... E poi quel messaggio arrivato alle sette e mezza di mattina, troppo tardi per non andare a scuola, troppo brutto per poterci credere... E quella conferma a mezzogiorno, quello sconforto, quel dolore, quella paura che… Gli show spostati, una canzone che continuo a sentire per una settimana, che avevo sentito per la prima volta qualche settimana prima in un film, una canzone che non c’entra niente con Bruce, con Danny o con la Band, ma che rimetto sempre perché comincia con una frase che spiega tutto il dolore, in un certo senso, per quanto sia possibile: “Se la mia chitarra piange dolcemente, stasera non è sera di vedere gente …”, inizia, e mi sembra di vederlo, Bruce, seduto da qualche parte in silenzio, a piangere... E poi quel discorso, fatto al funerale, dove mescola ricordi di giorni felici e lontani con le lacrime, con il dolore... E quel “and yes, death defying E Street Band” a ridare fiducia a sé stesso e a tutti noi, come quel “c’mon, rise up!” in altri tempi era servito a ridare coraggio agli Americani dopo l’11 settembre... E poi lo show di Tampa, il video tributo, la voce di Bruce che si spezza su Backstreets, su No Surrender, quel “Roy, you better get this right… Somebody’s watchin’…”, Fly Away cantata coralmente, quasi come un gospel, e la dedica a Danny negli show seguenti...
A maggio il tour fa una pausa, a scuola si fanno gli ultimi sforzi per strappare un buon voto, e intanto il countdown segna – 50, nel tempo libero la testa va da sola al 25 giugno ed io spero di poterci andare. A giugno gli esami sono alle porte, guardo le partite della Nazionale scrivendo la tesina, ripetendo per la terza prova, e quasi non mi accorgo che veniamo eliminati. Quando manca solo un mese mi dicono che forse gli orali cominciano già il 26, e mi chiedo come diavolo farei a tornare da Milano in tempo (di questo penso vi ricordiate, ho rotto le scatole a tutti ininterrottamente xD)... E quando, alla fine, ad una settimana dal concerto mi dicono che il mio esame sarà il 2 luglio, lancio un urlo talmente forte che i miei compagni si voltano a guardarmi e la presidentessa mi fissa a metà tra il disgustato e il perplesso, ma non mi importa: il 25 giugno SARÒ a San Siro, a vedere Bruce Springsteen & The E Street Band e, ancora una volta, è questo quello che conta.
E così si torna on the road, questa volta c’è anche la mia famiglia insieme, gli scritti davvero alle spalle e la testa tutta rivolta a Milano; durante il viaggio i miei (riappacificati) sopportano di buon grado ogni stupidaggine che dico, mia mamma esclama che ci vuole un concerto di Springsteen per vedermi così di buon umore e di buona compagnia e mio fratello brontola sul sedile di dietro perché si scoccia a venire insieme. Il 23 sera, mentre sono in camera in un hotel a Cattolica (abbiamo spezzato il viaggio), mi telefona il mio amico dei concerti dicendomi che, incredibile ma vero, gli hanno regalato il biglietto e gliel’hanno appena dato! “So, ci vediamo domani a Milano!” mi saluta ed io sono contenta per lui.
Dopo il concerto i miei decidono di non tornare subito a casa, e si prendono tre giorni di vacanza; portarli insieme ha sortito una serie di effetti positivi, tra tutti il fatto che mia madre finalmente ha capito la mia passione e adesso mi lascia stare quando le dico che mi devo alzare la notte per seguire il tour, e non fa più storie per le trasferte, e quello che mio fratello è rimasto senza parole alla vista dell’unica persona sulla faccia della terra capace di stremarlo, e adesso si prende un disco alla volta dalla mia stanza per ascoltarlo (per ora ha Darkness). Ritorniamo a casa soltanto il 30 giugno, il 1 luglio lo passo sui libri e ovviamente non mi ricordo niente di niente, ho una serie di crisi in cui butto tutto per terra ma alla fine fila via tutto liscio, la commissione rimane colpita dalla tesina ma soprattutto dal tema (che risulterà il migliore del liceo) e porto a casa un ottimo 93 (di lusso, come direbbe mio nonno, visto il mio odio per la matematica -.-).
Le due settimane che mi separano dal tanto agognato viaggio in terra spagnola passano tranquillamente, mi godo finalmente il dovuto riposo dopo un anno scolastico che, oltre a non finire mai, è stato anche psicologicamente stressante, e accantono l’idea di tradurre la tesina in inglese per darla a Bruce nel caso lo incontrassi, non si sa mai, perché non ne ho voglia e l’obiettivo mi sembra alquanto remoto. Mio fratello parte per l’Inghilterra e nell’Ipod faccio in tempo a mettergli l’ultima versione audio disponibile del concerto di Milano (con sua estrema gioia), io continuo a seguire le setlist rimanendo sempre più senza parole, i miei riprendono a litigare, andiamo al concerto di Ligabue con Cristian (mio zio) e poi è tempo di tornare, ancora una volta, on the road.
Il giorno prima arriva la notizia che Patti con i figli ha raggiunto la band a San Sebastian, e quindi ci sarà anche lei sul palco a Barcellona; lì per lì la cosa mi aveva lasciato indifferente, ma ovviamente mi sarei dovuta ricredere il 19 sera.
I primi tre giorni scorrono tranquilli, giriamo la città come meglio riusciamo (e vogliamo), perché non è che ce ne importi poi molto, e attendiamo con trepidazione l’arrivo dei ragazzi in città, previsto per il 18. Giunto venerdì, infatti, ogni cosa smette di avere un significato ed ogni mossa è calcolata secondo l’obiettivo di incontrare Bruce (e quelli della Band, vabbè, ma in second’ordine). L’hotel l’avevamo già individuato il giorno prima, per cui nel pomeriggio del 18 andiamo ad appostarci lì fuori e aspettiamo; dopo un po’ che eravamo lì si avvicina con l’aria mezza seccata uno della security dell’hotel, chiedendo se fossimo lì “per il cantante”. Alla risposta affermativa, con un sorriso smagliante ci dice che “lui non qui (e fa il gesto)”, sperando di farci andare via; “E la band?” chiediamo allora, al che risponde di sì, arrivano per le cinque, e aggiunge che Lui è in un hotel su una montagna (il Tibidabo) con la famiglia. Va bene, ci diciamo, sapevamo in partenza che beccarlo a Barcellona sarebbe stata impresa ardua; decidiamo di rimanere ad aspettare la band. Ma le cinque arrivano e passano, mentre davanti all’hotel arriviamo ad una decina di persone (tra cui due simpaticissimi ragazzi italiani arrivati in moto da Milano, che alla notizia di Bruce sul Tibidabo si precipitano lì); alle sette decidiamo di smontare per un po’, giusto per andarci a dare una rinfrescata in albergo, per poi tornare: un tipo spagnolo ha assicurato tutti che un suo amico ha visto Bruce in quell’hotel. Verso le nove siamo di nuovo lì fuori, non c’è quasi nessuno; ci sediamo un po’, poi facciamo il giro del perimetro dell’hotel e sul retro becchiamo di sfuggita Steve (con l’immancabile bandana) che fa un cenno di saluto e poi va via; ritorniamo davanti, sediamo, attendiamo pazienti, ad un certo punto ci infiliamo come fosse la cosa più logica del mondo dentro il corridoio che conduce alla hall dell’hotel, e da dove passano i taxi. Dopo un po’ vediamo arrivare Roy accompagnato (almeno pensiamo) dal figlio e da una ragazza (la sua girlfriend?), e dopo ancora Max; riusciamo a contenerci e a fare le persone garbate, ma non serve a molto visto che da lì a poco si avvicina sempre il simpatico tipo della security dicendo che quelle panchine sono riservate agli ospiti dell’albergo, quindi, please, andate via (da qui lo scambio di battute che c’è nella firma mia e di Stepak). Quando ormai siamo sul punto di rinunciare ecco che ci vengono incontro dei tipi spagnoli, che ci riferiscono del loro incontro con Max, Roy e Nils nel bar dell’hotel, e ci consigliano di andare a vedere. Superata l’iniziale diffidenza (anche perché eravamo stati segnalati a mezza security), ci avventuriamo verso il banco esterno; lì ci ferma un ragazzo che ci chiede se vogliamo qualcosa, e al quale viene risposto prontamente che stiamo soltanto andando al bar, così lui ci passa lasciare tranquillamente. Prendiamo l’ascensore, arriviamo al bar, notiamo Roy e dopo un po’ ci avviciniamo, chiediamo la foto e lui accetta di buon grado (continuando a ripetere “Photo! Photo! Photo!” con aria molto divertita); breve ricognizione in giardino (immenso) e poi scendiamo, incrociando sfortunatamente il famoso tipo della security che ci guarda disgustato prima di proferirsi in un “Voi non dovreste essere qua... Non vi fate più vedere!” assai poco educato. A questo punto (erano le tre di notte) Barbara ed io decidiamo di avventurarci sul porto, alla ricerca dello yacht di Bruce (gli spagnoli ci avevano detto anche questo); riusciamo a superare la guardia, giriamo tre quarti di molo e crediamo di trovarci a qualche metro di distanza da quello di Bruce (dal quale, due minuti dopo, viene spenta una luce), impossibilitate a raggiungerlo per via dell’acqua tra noi e lui. Pazienza, ci diciamo, riproveremo lunedì.
Il giorno seguente ci alziamo con comodo, raggiungiamo il Camp Nou, ci tatuiamo con un numero assurdo per i nostri standard (1478), salutiamo un po’ di gente; ma la cosa più importante di tutte è che ci confermano che Bruce è su al Tibidabo, e non sul mare con la band. Per un po’ pensiamo di andarci dopo la consegna dei braccialetti, ma accantoniamo poi l’idea e preferiamo rientrare in albergo per darci una rinfrescata (anche perché la notte seguente avremmo dovuto essere in fila). Dei concerti non scrivo niente, un turbinio di emozioni intense as usually, con un sacco di song sentite per la prima volta, i duetti di Bruce e Patti (che pazienza per chi non vogliono dir niente, ma a me hanno aperto il cuore in due a vederli ancora così uniti dopo tanto tempo), la E Street Band Junior sul palco per una grande festa di famiglia (e che significato dietro a questo gesto!) e le parole finali di Bruce, “WE’LL SEE YOU AGAIN” ruggite nel microfono a fine serata che m’hanno aiutato a scacciar via dalla mente tutti quei brutti pensieri che m’avevano accompagnata per tutto il giorno. All’uscita c’è tempo per una foto di gruppo con i lohaders, prima di salutare tutti e tornare in albergo. Ci aspettano poche ore di sonno, perché poi, ormai l’abbiamo deciso, si va all’assalto di Bruce. Un’ultima fatica, in fondo adesso se ne va e non sappiamo quando sarà di ritorno...
E quindi lunedì mattina siamo di nuovo in pista, cambiamo metro, una specie di tram, funivia e per finire ci facciamo due chilometri a piedi prima di raggiungere questo benedetto hotel in cima al monte; estremamente più modesto rispetto a quello della band (un grattacielo di non so quanti piani), questo mi sembra più a misura di Bruce, non so, è la prima cosa che penso. Ritroviamo i due Italian Bikers, che ci informano che è uscita una tipa spagnola dicendo che Bruce non si fermerà, andrà direttamente via. Ma come, parte di già!? Anyway, un po’ perché noi siamo quelli di no retreat, baby, no surrender, un po’ perché ormai ci siamo, decidiamo di restare; avvistiamo tra l’altro il cioccolatiere con la sua statua, che è veramente una figata a vederla dal vivo. Continuiamo ad aspettare, tanto ormai ci siamo abituati (in questi sette giorni abbiamo fatto file dappertutto) e alla fine, come è scritto in un’altra song, faith will (would, nel nostro caso) be rewarded. Dopo infatti appena tre quarti d’ora vediamo uscire nuovamente quella tipa spagnola, che guardandoci come fossimo le più infime persone sulla faccia della terra ci dice che in effetti Bruce uscirà, ma firmerà solo autografi, “please, no photo”: se per cortesia ci mettiamo in fila (sì, per la fucilazione penso, ed è l’ultimo pensiero razionale in a long time), non gridate, non stringetelo e via dicendo. Immediatamente le altre otto persone si rivolgono a me e a Barbara, implorandoci con un “siete soltanto voi le ragazze, per favore non gridate!” che nemmeno sento, perché ormai il cervello mi si è scollegato. Scaravento lo zaino sotto un albero, tiro fuori la bandiera, il pennarello indelebile e la tesina (sì, alla fine l’avevo portata così com’è) e mi metto in fila, cercando di trovare un pensiero sensato nella mia testa (impresa che fallisce miseramente). Dopo cinque minuti so cosa deve aver provato Mosè sul monte Sinai.
Esce dall’hotel da solo, tranquillo, come se stesse andando a fare una passeggiata per conto suo; lo seguono a ruota la tipa di prima e il suo bodyguard. Lo vedo camminare con quel suo passo particolare, e cominciano a tremarmi le gambe; già da questo sentore capisco che non ne verrà niente di buono: in vita mia non ho mai avvertito niente di simile, anche perché pur apprezzando artisticamente alcune persone del mondo del cinema, e avendo avuto occasione di incontrarle, non ho mai avuto un particolare desiderio di incontrarle di persona (per dire, quando ho incontrato Tim Burton ero agitata, sì, ma cosciente di quel che stava avvenendo ed emozionata). Ma Bruce ha drasticamente cambiato molte cose nella mia vita, e tra queste il mio separare la persona dalla propria opera. Così, senza nessun pensiero in testa, lo guardo avvicinarsi e sento le gambe tremare, il cuore saltare parecchi battiti; ci saluta tutti, ci chiede “How you doin’?”, se ci fossero piaciuti gli show e cose di questo tipo; una signora spagnola chiede la foto, Bruce accetta di buon grado (nonostante la tipa di prima cercasse di tirarlo via), poi tocca ai due ragazzi bikersItalians!” e poi firma col suo pennarello personale (altra cosa di cui sono rimasta colpita). Io ero là, immobile, impietrita, senza parole, incapace di fare qualsiasi cosa. Poi è un attimo, una scintilla di lucidità (o di pazzia, forse), lo raggiungo (era andato avanti a firmare autografi), gli metto una mano sul braccio e chiedo, con un filo di voce tremante, “Bruce?”. Lui, incredibile ma vero, mi ascolta, finisce di firmare e si gira verso di me (mentre la tipa di cui sopra mi urlava qualcosa del tipo “Hai già avuto il tuo autografo ora te ne vuoi andare!?”), rispondendo con un sorriso: “Hey!”. E, anche se in quell’unico attimo avevo pensato di star calma, di impormi di dire qualcosa, qualsiasi cosa, trovarmelo a dieci centimetri di distanza aveva annullato ogni funzione di parola, così lo fissavo, il mio viso riflesso nei suoi Rayban, incapace di proferir parola. Lui non si muove, vorrebbe dire qualcosa ma non sa cosa, e poi mi risveglio improvvisamente, prendo il coraggio a due mani e gli chiedo “May I huge you?” con gli occhi che mi brillano. O almeno quella era la mia intenzione, dato che dalla mia bocca esce soltanto la prima parola; credo però che il mio essere Italiana sia in qualche modo servito, almeno una volta nella mia vita, perché la nostra abitudine di gesticolare ha sopperito alla mancanza della parola: ho aperto le braccia, mimando un abbraccio, con la speranza che servisse a qualcosa. Vuoi per essere metà Italiano, vuoi perché credo sia un gesto universale e lo capiscano un po’ tutti, vuoi perché è un grande già così, fatto sta che capisce al volo, e dicendo “Oh, sure!” apre anche lui le braccia e mi ci accoglie dentro. È stato uno dei momenti più belli della mia vita, e credo di riuscire ad apprezzarlo appieno solo adesso che è passato quasi un mese, perché è il tempo a farci capire di più le cose, suppongo. Qualsiasi cosa sul momento appare bella, appare perfetta, ma è al banco del tempo che si capiscono le vere gioie, quelle autentiche; un film, un disco, un concerto entrano nella storia quando vengono ricordati e, a distanza di tempo, riescono a dare ancora le stesse emozioni, magari anche un po’ più forti perché, nel frattempo, è passata altra acqua sotto i ponti, sono successe cose che ti fanno capire meglio il vero significato di quel sentimento. “C’mon, now, try and understand the way I feel when I’m in your hands” ha cantato a Milano, a Barcellona, ed è curioso come sia proprio Because The Night a ritornarmi in mente, song che ho veramente capito (e di conseguenza apprezzato) solamente da quando l’ho sentita dal vivo per la prima volta, come era successo per She’s The One a novembre. They can’t hurt us now, because the night belongs to us diventa un inno di per sé, e spiega tutto quello che non si può spiegare; perché durante un concerto, durante quell’abbraccio loro, gli altri, non ci possono far del male, perché la notte appartiene a noi, ed è vero. Essere fan di Bruce non è facile per me, lo dicevo all’inizio, perché è un qualcosa che assorbe completamente, perché è davvero come se fosse il mio migliore amico, perché quando è morto Danny ci siamo stati tutti male, perché siamo felici quando lo vediamo felice (o almeno so che per qualcuno è così), perché, come ha detto lui, “we all grew up and know it’s just rock ‘n’ roll... But it isn’t…”, perché non è solo un cantante, come pensano tutti gli altri, perché quando parli di lui come persona ti guardano male e pensano che farnetichi, perché... La lista è lunga, troppo lunga, e allora quel verso basta da solo a spiegare tutto questo e altro ancora. (che chiedono ed ottengono anche loro una foto vicino alla moto), ad un’altra coppia di Italiani ed infine a noi. Quando vede la bandiera Italiana si mette a ridere, dicendo tra sé “
Quando Bruce va via, rimaniamo a guardarci in faccia per un po’, ancora increduli, ancora sospesi in un’altra dimensione, dimentichi dei nostri problemi, delle nostre preoccupazioni; ci sentiamo uniti indissolubilmente, fratelli anche se ci conosciamo solo da un’oretta e parliamo lingue diverse. Difficile farlo sembrare vero, ma l’aria che si respirava lì attorno era esattamente questa; poi ognuno a raccontare al telefono il miracolo che è appena venuto, a cercare parole di conforto, di amicizia, tra una lacrima e l’altra (vabbè, eccetto mia madre che al telefono la prima cosa che mi dice è: “Mi raccomando, non è che ti fai venire un infarto adesso..!”). Dal canto mio sono ancora stravolta, incapace di realizzare appieno cosa è successo, di proferir parola di senso compiuto; perché alla fine sì, credi che Bruce Springsteen sia diverso da tutti gli altri, lo credi davvero vedendo il percorso che ha fatto, leggendo i racconti degli altri, ascoltando le sue parole, ma a sentire quel che dice chi non è suo fan certe volte ti domandi se poi sia tutto vero ciò che pensi, o se piuttosto non sia anche tu diventato un fan-atico come quelli che fanno vedere in tv, incapace di rendersi conto dove finisca l’artista e dove cominci l’uomo, incapace di essere obiettivo. Ci ha pensato Lui, ancora una volta, a chiarire le mie incertezze, le mie preoccupazioni; esce dall’hotel tranquillo, da solo, saluta, risponde ad ogni nostra domanda, a chiunque chieda una foto risponde di sì con un sorriso bellissimo, calmando anche la tipa spagnola che ci aveva espressamente proibito di tirar fuori le macchine, dicendo che per lui va benissimo, mettendosi in posa da solo accanto alla sua statua di cioccolato, facendosi abbracciare, baciare come sia la cosa più normale della terra. A chi fosse passato di lì in quella mezz’ora, sarebbe sembrata una rimpatriata di vecchi amici, e non un incontro tra una rockstar di fama mondiale ed i suoi fan, e forse basta questo a rispondere a tutte le domande su che persona sia Bruce Springsteen. Egli è veramente ciò che pensate sia, il ragazzo che voleva andarsene dalla città di perdenti per poter finalmente vincere, che ha costretto quei postacci a trattarlo meglio, che se n’è fregato di ogni regola, che ad un certo punto s’è reso conto che ci sono cose che ti abbattono, che non hai neanche visto arrivare, che cercando un po’ di grazia divina ne ha trovato la prova vivente, che sta tornando a casa, sì, ma sarà un lungo viaggio, e che, da solo sulla strada di notte, chiudendo gli occhi riesce a sentire tanti amici intorno a lui. Bruce Springsteen è tutto questo, ogni singola parola che ha scritto è lì perché in quel momento ci credeva, ci crede tutt’ora, ed ogni sera, ogni concerto, ogni incontro è lì per ricordarci di non arrenderci, di continuare a lottare, anche contro tutto e tutti, perché sì, è vero, questa terra è davvero spietata, ma non è detto che dobbiamo esserlo anche noi. Lo dice con lo sguardo, ma in fondo l’ha già detto a parole. Era la song che volevo sentire a Barcellona, ha preso il mio cartello, l’ha fatta, ed in un certo senso me l’ha dedicata, come fece con Thunder Road a novembre. Mentre la cantava voleva dire tutte queste cose insieme, e lì, in quello stadio, l’ha capito ognuno di noi; tenete duro, amici miei, ci rivediamo tra un po’, più in là sulla strada...
Hey, Frank, coraggio, prepara i bagagli, ci vediamo stasera alla Liberty Hall; il tempo di un saluto, fratello, e poi viaggeremo finché non cadremo a terra sfiniti. Dormiremo nei campi, dormiremo vicino ai fiumi e la mattina penseremo ad un piano... Be’, se non ce la fai tieni duro, non ti accontentare mai, vai avanti finché puoi, e poi mi troverai in un sogno di questa terra spietata...