Ma gennaio e febbraio sono due mesi chiave nel settore cinematografico cui sento inevitabilmente di appartenere, nel cui mondo sono immersa; e lo sono perchè nella seconda domenica di gennaio ci sono i Golden Globes, dopo un due settimane le nomination per gli Academy Awards (aka Oscar) e infine l'ultima domenica di febbraio c'è la loro sontuosa e straordinaria cerimonia di premiazione. E come conseguenza di tutti questi premi il mercato italico viene letteralmente invaso da più o meno ogni film che si è aggiudicato le più importanti nomination, il che mi porta a vedere tre o quattro film a settimana, media alta perfino per me.
Questa è un po' la situazione normale di questi due primi mesi del nuovo anno. Come non bastasse il tutto, quest'anno c'è stato un ulteriore incremento di attività che mi interessano da vicino: non tanto perchè Bruce ha scritto una song per il suo amico Mickey Rourke che è stata poi candidata ai Golden Globes eccetera eccetera, quanto perchè il 20 gennaio c'è l'insediamento di Obama alla Casa Bianca (momento storico!), il 23 esce Working On A Dream e il 1 febbraio Bruce e la E Street Band suonano al Super Bowl (ah, e ci sarà - forse - da aggiungere una nottata fuori alla Feltrinelli per eventuali biglietti di un ancor più eventuale tour - aspettiamo ancora comunicazione, se mai ci sarà).
Non so se mi spiego.
Anyway, tutte queste cose le ho pensate un po' prima di addormentarmi ieri sera la prima volta (sconvolta dal finale della quarta stagione di Dr. House), un po' prima di addormentarmi stamattina alle 6 la seconda volta (ancora commossa dalla standing ovation che l'audience di lusso ha tributato al vincitore del Golden Globe per la migliore interpretazione maschile).
Ma in realtà c'è una ragione per cui amo così tanto alzarmi la notte per seguire questi eventi Americani, siano l'elezione del nuovo presidente, uno show di Bruce o le cerimonie di consegna dei premi cinematografici più importanti del mondo.
E la ragione è che sono le cose che mi fanno sentire VIVA, che mi permettono di dire a me stessa: "Sì, sono parte di un qualcosa che sento come mio, che è effettivamente mio"; sono, in definitiva, le cose che mi fanno non sognare, ma sperare.
Sperare di poter essere un giorno seduta ad uno di quei tavoli rotondi insieme al cast di un mio film, circondata da persone che ce la mettono tutta per essere d'aiuto con la propria fantasia agli altri, makin' them dreaming, come dice qualcuno. Chi crede in una qualsiasi forma d'arte questo lo sa, sia essa una musica, un film o un libro. Poi alla fine non importa molto chi vince, il mondo del cinema in fondo lo sa.
Così se qualcuno potrebbe obiettare che lo faccio per me stessa, è anche vero che non ci posso fare niente, è più forte di me. Lo so, a molti sembra una stupidaggine, perdere ore di sonno per seguire una cerimonia cui a me in definitiva non è che cambi la vita. Forse hanno ragione anche queste persone, ed io sono semplicemente troppo presa per non accorgermene da me, tuttavia devo in tutta onestà dire che per me non è solo questo. Se quel che ho attorno non è quel che vorrei, visto che ho la forza e la voglia di cambiarlo perchè non farlo? Perchè negarmi questa possibilità di passare tre, quattro ore assecondando la mia natura, il mio vero spirito?
Anche perchè chi non l'ha mai fatto non può mai capire cosa si prova. Cosa si prova quando un'intera platea si alza in piedi e applaude, applaude, finchè il vincitore non raggiunge il palco, raggiante o in lacrime; e sapere che quella platea è formata da persone che stimi, persone che hanno inseguito il loro sogno e ce l'hanno fatta, persone da cui in definitiva non ti aspetteresti il benchè minimo cenno di umiltà, o correttezza, o passione; e invece le vedi tutte là, tutte in piedi ad applaudire one of them, a tributargli il giusto omaggio. E stai te, da solo, nella tua camera, tutto intorno silenzio, il silenzio della notte, ad osservare con gli occhi scintillanti tutto questo. Be', in quel momento ti senti davvero come se fossi lì in mezzo a loro, ad applaudire; e ti accorgi anche che è il cinema che applaude sè stesso, in tutte le sue forme e dimensioni, non una semplice auto-celebrazione come i più invece pensano. E' il cinema che rivendica il suo ruolo troppo spesso sottratogli dalla stampa, dai critici, da internet e via dicendo. E' il cinema che alza la voce contro l'amministrazione Bush. E' il cinema che festeggia per l'elezione di Obama.
E ad ogni cerimonia che ho visto finora c'è stato un momento in cui tutto questo l'ho sentito ancora più forte, ancora più intensamente degli altri momenti. L'Oscar a Scorsese nel 2007, finalmente, consegnatogli da tre grandi registi - nonchè suoi amici: Steven Spielberg, Francis Ford Coppola e George Lucas; o ancora quando Ennio Morricone ha ricevuto il riconoscimento alla carriera, e tanti altri a seguire.
E' avvenuto anche per questa 66esima edizione dei Golden Globes, e non quando è stato premiato Bruce (so che adesso "i miei dieci lettori", scommetto tutti quanti fan - suppongo siano gli unici a leggermi - resteranno sbalorditi), nonostante mi si sia aperto un sorriso a 360° che ho mantenuto come un'ebete fin quando Bruce non è ritornato ciondolando al suo posto (riporto solo la battuta iniziale e quella finale: "This is the only time I'm gonna be in competition with Clint Eastwood. Felt pretty good, too! [...] Happy birthday, Big Man Clarence Clemons!" - che quest'uomo sia un genio è stato ampliamente dimostrato).
No, il momento topico è stato quando hanno annunciato: "And the Golden Globe goes to... MICKEY ROURKE!!!". Mi sono venute le lacrime, e son rimasta lì impalata mentre Bruce si alzava e lo abbracciava forte, dandogli grandi pacche sulla spalla e sussurrandogli chissà quali parole all'orecchio; mentre lui avanzava per la sala, che nel frattempo era scattata tutta in piedi ad applaudire sulle note di The Wrestler ("Then you've seen me, I come and stand at every door, then you've seen me, I always leave with less than I had before"); mentre saliva sul palco e per poco non inciampava; mentre ringraziava tutti quanti, molto commosso: il regista, i suoi cagnolini e, last but not least, Bruce. "I wanna thank Bruce Springsteen... For everything, brother... Love you! Thank you so much!". Poi ho un vuoto, probabile abbiano mandato la pubblicità, ed io ancora lì con gli occhi lucidi a pensare a tutto questo, a quando avevo visto The Wrestler in anteprima mondiale a Venezia back in september e mi ero commossa (cosa che mi capita assai di rado), e avevo capito che questa pellicola sarebbe andata lontano, con la sua storia di un lottatore che va comunque avanti, anche se the others - i medici, le persone che incontra nel supermercato - gli dicono di rinunciare ai suoi sogni, in definitiva. Alla fine Randy "L'Ariete" ritorna sul quel ring, proprio come Mickey Rourke è tornato sul set, e prima di disputare l'incontro rivolge al pubblico parole importanti, che troppo spesso si dimenticano e che riassumono tutto: "Molti mi dicono che sono finito, che non sarò mai più un wrestler. Ma gli unici che mi devono dire quando non lo potrò più fare siete voi pubblico che siete qui".
Questa è un po' la situazione normale di questi due primi mesi del nuovo anno. Come non bastasse il tutto, quest'anno c'è stato un ulteriore incremento di attività che mi interessano da vicino: non tanto perchè Bruce ha scritto una song per il suo amico Mickey Rourke che è stata poi candidata ai Golden Globes eccetera eccetera, quanto perchè il 20 gennaio c'è l'insediamento di Obama alla Casa Bianca (momento storico!), il 23 esce Working On A Dream e il 1 febbraio Bruce e la E Street Band suonano al Super Bowl (ah, e ci sarà - forse - da aggiungere una nottata fuori alla Feltrinelli per eventuali biglietti di un ancor più eventuale tour - aspettiamo ancora comunicazione, se mai ci sarà).
Non so se mi spiego.
Anyway, tutte queste cose le ho pensate un po' prima di addormentarmi ieri sera la prima volta (sconvolta dal finale della quarta stagione di Dr. House), un po' prima di addormentarmi stamattina alle 6 la seconda volta (ancora commossa dalla standing ovation che l'audience di lusso ha tributato al vincitore del Golden Globe per la migliore interpretazione maschile).
Ma in realtà c'è una ragione per cui amo così tanto alzarmi la notte per seguire questi eventi Americani, siano l'elezione del nuovo presidente, uno show di Bruce o le cerimonie di consegna dei premi cinematografici più importanti del mondo.
E la ragione è che sono le cose che mi fanno sentire VIVA, che mi permettono di dire a me stessa: "Sì, sono parte di un qualcosa che sento come mio, che è effettivamente mio"; sono, in definitiva, le cose che mi fanno non sognare, ma sperare.
Sperare di poter essere un giorno seduta ad uno di quei tavoli rotondi insieme al cast di un mio film, circondata da persone che ce la mettono tutta per essere d'aiuto con la propria fantasia agli altri, makin' them dreaming, come dice qualcuno. Chi crede in una qualsiasi forma d'arte questo lo sa, sia essa una musica, un film o un libro. Poi alla fine non importa molto chi vince, il mondo del cinema in fondo lo sa.
Così se qualcuno potrebbe obiettare che lo faccio per me stessa, è anche vero che non ci posso fare niente, è più forte di me. Lo so, a molti sembra una stupidaggine, perdere ore di sonno per seguire una cerimonia cui a me in definitiva non è che cambi la vita. Forse hanno ragione anche queste persone, ed io sono semplicemente troppo presa per non accorgermene da me, tuttavia devo in tutta onestà dire che per me non è solo questo. Se quel che ho attorno non è quel che vorrei, visto che ho la forza e la voglia di cambiarlo perchè non farlo? Perchè negarmi questa possibilità di passare tre, quattro ore assecondando la mia natura, il mio vero spirito?
Anche perchè chi non l'ha mai fatto non può mai capire cosa si prova. Cosa si prova quando un'intera platea si alza in piedi e applaude, applaude, finchè il vincitore non raggiunge il palco, raggiante o in lacrime; e sapere che quella platea è formata da persone che stimi, persone che hanno inseguito il loro sogno e ce l'hanno fatta, persone da cui in definitiva non ti aspetteresti il benchè minimo cenno di umiltà, o correttezza, o passione; e invece le vedi tutte là, tutte in piedi ad applaudire one of them, a tributargli il giusto omaggio. E stai te, da solo, nella tua camera, tutto intorno silenzio, il silenzio della notte, ad osservare con gli occhi scintillanti tutto questo. Be', in quel momento ti senti davvero come se fossi lì in mezzo a loro, ad applaudire; e ti accorgi anche che è il cinema che applaude sè stesso, in tutte le sue forme e dimensioni, non una semplice auto-celebrazione come i più invece pensano. E' il cinema che rivendica il suo ruolo troppo spesso sottratogli dalla stampa, dai critici, da internet e via dicendo. E' il cinema che alza la voce contro l'amministrazione Bush. E' il cinema che festeggia per l'elezione di Obama.
E ad ogni cerimonia che ho visto finora c'è stato un momento in cui tutto questo l'ho sentito ancora più forte, ancora più intensamente degli altri momenti. L'Oscar a Scorsese nel 2007, finalmente, consegnatogli da tre grandi registi - nonchè suoi amici: Steven Spielberg, Francis Ford Coppola e George Lucas; o ancora quando Ennio Morricone ha ricevuto il riconoscimento alla carriera, e tanti altri a seguire.
E' avvenuto anche per questa 66esima edizione dei Golden Globes, e non quando è stato premiato Bruce (so che adesso "i miei dieci lettori", scommetto tutti quanti fan - suppongo siano gli unici a leggermi - resteranno sbalorditi), nonostante mi si sia aperto un sorriso a 360° che ho mantenuto come un'ebete fin quando Bruce non è ritornato ciondolando al suo posto (riporto solo la battuta iniziale e quella finale: "This is the only time I'm gonna be in competition with Clint Eastwood. Felt pretty good, too! [...] Happy birthday, Big Man Clarence Clemons!" - che quest'uomo sia un genio è stato ampliamente dimostrato).
No, il momento topico è stato quando hanno annunciato: "And the Golden Globe goes to... MICKEY ROURKE!!!". Mi sono venute le lacrime, e son rimasta lì impalata mentre Bruce si alzava e lo abbracciava forte, dandogli grandi pacche sulla spalla e sussurrandogli chissà quali parole all'orecchio; mentre lui avanzava per la sala, che nel frattempo era scattata tutta in piedi ad applaudire sulle note di The Wrestler ("Then you've seen me, I come and stand at every door, then you've seen me, I always leave with less than I had before"); mentre saliva sul palco e per poco non inciampava; mentre ringraziava tutti quanti, molto commosso: il regista, i suoi cagnolini e, last but not least, Bruce. "I wanna thank Bruce Springsteen... For everything, brother... Love you! Thank you so much!". Poi ho un vuoto, probabile abbiano mandato la pubblicità, ed io ancora lì con gli occhi lucidi a pensare a tutto questo, a quando avevo visto The Wrestler in anteprima mondiale a Venezia back in september e mi ero commossa (cosa che mi capita assai di rado), e avevo capito che questa pellicola sarebbe andata lontano, con la sua storia di un lottatore che va comunque avanti, anche se the others - i medici, le persone che incontra nel supermercato - gli dicono di rinunciare ai suoi sogni, in definitiva. Alla fine Randy "L'Ariete" ritorna sul quel ring, proprio come Mickey Rourke è tornato sul set, e prima di disputare l'incontro rivolge al pubblico parole importanti, che troppo spesso si dimenticano e che riassumono tutto: "Molti mi dicono che sono finito, che non sarò mai più un wrestler. Ma gli unici che mi devono dire quando non lo potrò più fare siete voi pubblico che siete qui".






2 commenti:
bellissimo vane....interessante e piacevole da legger =) complimenti
veramento bello! complimenti! :-)
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