"I swear I've found the key to the universe in the engine of an old parked car"

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On The Road
Who I am? I wish I knew. I guess I'm a messed-up girl who's trying to "get to that place where we really want to go", as the famous Springsteen anthem says. I spend most of my life on the road, following Bruce in tour around the world or attending cinema conventions like the Venice International Film Festival. I have three amazing passions, indeed: Bruce Springsteen music, movies and books (as good George would say: what else?), and everytime one of them calls, I'm ready to answer 'yes', without any hesitation. I love Martin Scorsese's and Tim Burton's works, along with Pixar ones, and right now I'm literally crazy for Robert Downey Jr., probably one of the best actor EVER. I've also a dream, to become a movie director myself, and I'm studying in Rome in order to make it real someday. 'Cause baby, remember: it's my life, and I'll do what I want.

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Thunder Road - Bruce Springsteen

Robert Downey Jr. - Sherry Darling

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marzo 08, 2009

Quando Il Sole Spunterà, Domani...

La prima volta che ho messo su Working On A Dream era una fredda e grigia giornata di fine gennaio, completamente diversa da oggi, con il sole che splende e la temperatura sui 20 gradi. Dopo i primi tre ascolti pensai che quel che ci voleva per gustarsi appieno il disco era una bella giornata, una tipicamente primaverile, perché in qualche modo l’aspetto generale delle song mi ricordava la spensieratezza di quel periodo. Avevo detto qualche mese fa che secondo me questo nuovo disco sarebbe stato “leggero”, e devo dire che ci avevo preso. Intendiamoci, non sempre lo è, ma credo che questo derivi dal fatto che Working sia un album strano, strutturalmente parlando. Man mano che sono andata avanti con gli ascolti, mi sono accorta di trovarmi davanti un disco che ha al suo interno una sorta di intermezzo, di parentesi, di cui magari sarebbe stato meglio (per come la vedo io almeno) farne a meno. C’era un tempo in cui Bruce lasciava fuori dai suoi dischi quantità enormi di materiale finito e perfetto, per esigenze spesso stilistiche, altre volte tematiche; questa abitudine sembrava essere ritornata con Magic, e a quanto pare, almeno in parte, è presente anche in Working (tant’è che Brendan O’ Brien l’ha confermato). Però in questo disco sono state inserite alcune (o tutte?) song che su Magic non avevano trovato posto, e questo si sente. Ecco perché dicevo che l’album ha una sorta di parentesi, che comunque non riguarda solamente la parte dei testi, ma si estende anche alla musica: What Love Can Do, This Life, Good Eye e Life Itself portano con loro la connotazione di Magic, i suoi toni cupi ed un suono che sembra essere in una gabbia (lo stesso senso di claustrofobia, di compressione che si avvertiva in tracce quali Your Own Worst Enemy, Last To Die e Gypsy Biker, giusto per fare degli esempi). E questo vale, come già detto, anche per i testi: in queste quattro song Bruce non racconta una storia, in senso narrativo o fatta di intenzioni, ma descrive una situazione, che è ben diverso. La stessa che faceva da filo conduttore a Magic.
C’è tuttavia un anello di congiunzione molto forte tra i due album, a livello di lyrics, costituito da Girls In Their Summer Clothes e Long Walk Home: con la prima song, Bruce ci aveva riportato, seppur per pochi minuti, all’atmosfera dei suoi classici, e soprattutto a quella multisfaccettata di The River (o, se volete, e forse rende meglio l’idea, al secondo disco di Tracks); mentre con la seconda eravamo più che altro dalle parti di Born In The U.S.A. (e corrispettivo terzo disco del cofanetto del ’98). Entrambe, infatti, sono stilisticamente e tematicamente costruite come delle storie, allo stesso modo di Sherry Darling, Stolen Car, Downbound Train e via dicendo. Lo stesso modo usato per tutte le altre song di Working On A Dream, in cui viene di nuovo raccontata una storia, come Bruce era solito fare back in the old days.
Così si comincia con Outlaw Pete, costruita come Rockaway The Days: la vita di un ragazzo destinato ad essere un fuorilegge, che cerca un riscatto sociale e morale senza trovarlo, perché il passato “non si può cancellare”, come gli ricorda il cacciatore di taglie morente. Il mood è quello dei vecchi western, armonica e chitarra a la Ennio Morricone ed una trama che parte da Serio Leone per arrivare a Sam Peckinpah, il tutto armonizzato con il wall of sound tanto caro a Bruce che ci fa ascoltare la cavalcata del Mustang pony di Pete, il freddo vento della montagna ghiacciata, la pioggia battente e l’eco di una voce che si spegne lentamente. Anche dal punto di vista dei temi, ritroviamo la classicità Springsteeniana: la voglia di cambiare il proprio destino, il non arrendersi, il peccato, la solitudine, il confine – menzionato due volte – come possibilità prima di redimersi e poi di sparire/fuggire. Ma una novità in effetti è presente, ed è la chiusura: il destino del personaggio rimane avvolto nel mistero, come buona tradizione dei western, l’unica cosa certa è che non lo si vede più in giro; invece gli ultimi due versi vedono una giovane ragazza indigena come protagonista, con un finale stilisticamente simile a quello di Taxi Driver di Martin Scorsese: il protagonista che guarda nervoso nello specchietto retrovisore (è veramente cambiato?, ci si chiede), la ragazza che sale nel taxi diretta chissà dove.
My Lucky Day è invece una song senza pretese, stile Be True, Cadillac Ranch e via dicendo, con molto organo in evidenza, un testo abbastanza libero concentrato tutto sul tema dell’amore fedele: “quando ho perso tutte le scommesse su cui avevo puntato, rimani tu a portarmi fortuna” canta Bruce e in fondo tanto basta, c’è Steve che si diverte a fare il controcanto sullo sfondo alla fine ed è tutto.
Working On A Dream è un po’ la stessa cosa, se vogliamo, anche se rispetto alla precedente ha in effetti un qualcosa di più: non c’è soltanto l’amore, c’è anche il tema del lavoro, seppur nascosto, non proprio esplicitato. Ritorna il martello come simbolo, oltre che oggetto, del lavoro; c’è il tanto vituperato fischio, che rimanda al muratore, colui che costruisce qualcosa appunto, e la scelta non è casuale: possono essere case, possono essere sogni, può essere qualsiasi obiettivo una persona voglia raggiungere. L’andare avanti con la pioggia battente, da solo, sotto il sole cocente: emerge la fatica, la voglia di mollare anche, ma subito dissipata, perché “anche se i guai sembrano voler rimanere qui per sempre, so che un giorno realizzerò il mio sogno”. È vero, il testo è breve, un po’ ripetitivo, ma a rifletterci su vengono fuori tutte le parole che Bruce non dice ma lascia intendere, per una scelta di fondo, più che per caso. Trent’anni fa avrebbe scritto di “non essere più un ragazzo, ma un uomo, e credo in una terra promessa”: adesso non c’è più bisogno di dirlo, si vede, ma nondimeno si rinuncia ai propri sogni, anzi, ancora una volta viene ribadito che bisogna lottare per vederli realizzati, un giorno.
Queen Of The Supermarket è stata la prima song che mi ha fatto venire le lacrime soltanto leggendo il testo (come avevano fatto in precedenza Thunder Road e Bobby Jean). È di una dolcezza assoluta, come I Wanna Marry You, e racconta un tipo di amore sublime, per così dire, puro, senza volgarità, ma allo stesso tempo estremamente moderno, vero. Credo sia capitato a tutti di innamorarsi di un qualcuno che non si conosce affatto, di restare affascinato dai suoi modi, da un dettaglio di questa persona, e di voler provare a conquistarla, in qualche maniera. Questa è una storia che potrebbe capitare ad ognuno di noi, e la scelta del supermercato quale luogo d’ambientazione ne è la dimostrazione, perché è il luogo che più di tutti caratterizza la nostra società oggi. Ci trovi di tutto, è “una microsocietà nella società più grande” come ha detto il mio professore di teatro qualche giorno fa, ed è quindi naturale – ma non banale ed anzi straordinario – che ci si possa anche innamorare. Il talento narrativo di Bruce qui esplode in pieno: dipinge lo stato d’animo del personaggio con una grazia che richiama la dolcezza di Sandy, lo sguardo rapito del protagonista di Racing e la consapevolezza di quello di Thunder Road, il tutto accompagnato dal contrasto dentro-fuori, sogno-realtà, che aggiunge un tocco di spiccato realismo alla song, e che nondimeno lascia aperta la porta alla possibilità che questo amore diventi realtà. “Mi volto verso di lei per un secondo e riesco a cogliere un sorriso che fa scomparire all'istante tutto questo posto del cazzo” sono le ultime parole del protagonista, indicative almeno di due cose: da un lato possiamo immaginare che i suoi sentimenti trovino corrispondenza nella ragazza, che gli sorride, mentre dall’altro abbiamo la maturata consapevolezza, da parte del narratore, che il “mondo meraviglioso” di cui parlava all’inizio è solo un “posto del cazzo” come tanti altri, da cui (è verosimile crederlo) andrà via una volta conquistata la donna dei propri sogni, mettersi di nuovo in viaggio, questa volta in sua compagnia.
What Love Can Do spezza (purtroppo) un album che fino a questo momento avrebbe potuto esser stato scritto in una dimensione parallela datata 1978-1981 e ci riporta ai tempi moderni, al mondo reale anno di grazia 2007, per l’esattezza. Il testo è complesso, pieno di rimandi oscuri che comunque non è difficile capire, una volta tornati col pensiero a song come I’ll Work For Your Love o Last To Die; stesso scenario apocalittico, stessi protagonisti: una coppia che cerca di tener duro, di non farsi contaminare dalla crudeltà del mondo e di non precipitare nello stesso baratro facendo affidamento al proprio amore (“Lascia che ti faccia questa promessa: qui dove c'è soltanto sete di vendetta, lascia che ti mostri cosa può fare l'amore”). Anche dal punto di vista della musica siamo lì, eccezion fatta per il piano che è qui assente: chitarre che ogni tanto mandano un riff, una batteria che si fonde col resto dei suoni.
This Life è la stessa cosa, variazione sul tema “l’amore in tempi difficili”, con un testo che è una metafora dall’inizio alla fine, giocata sui richiami delle stelle e dell’astronomia, e per traslato sul binomio luce-buio, probabilmente in relazione al voler raggiungere un qualcosa che sembra tanto, troppo lontano (una nuova amministrazione?). “Ho vagato senza sosta in tutto questo vuoto cercando un posto da poter chiamare casa” si legge, e siamo sempre fermi al solito punto: le cose non vanno, si cerca di appigliarsi ad un’ultima possibilità per poter dare una svolta alla propria vita.
Good Eye segue anche lei il discorso, ma se non altro ha il merito di proporre una nuova strada dal punto di vista del suono: l’uso del bullet mic enfatizza un personaggio – seppur leggermente tracciato – diviso a metà, e qua i dualismi che si celano dietro alle figure simboliche del fiume, di “tutte le ricchezze di questo mondo” e della donna amata si sprecano, soprattutto nel primo caso (leggersi un racconto di Flannery O’ Connor per capire di che si parla). Il fiume infatti è elemento molto presente in Reason To Believe, che si ritrova ad avere in comune con questa song anche l’uso, nella sua esecuzione live dell’ultimo tour, del bullet mic. Come a dire che qualcosa vorrà pur dire.
Con Tomorrow Never Knows si ricomincia finalmente a respirare (anche se c’è ancora la seguente prima di poter dichiarare chiusa la parentesi figlia di Magic): la voce di Bruce ritorna libera di muoversi nella melodia, sembra quasi di essere catapultati tra quelle balle di fieno del booklet, e di avvertire la luce del sole sul viso. Eppure il testo è all’insegna – almeno ad un primo sguardo – dell’incertezza, una serie di cose naturali (verso dove soffia il vento, dove cresce l’erba verde) che l’uomo non conosce, semplicemente perché non può. Però è anche – e soprattutto – un invito, posto in maniera sottile e che molto bene trova corrispondenza nella musica: è l’invito a non preoccuparsi di cose che, per loro stessa natura, non possiamo capire completamente, non possiamo spiegarci razionalmente. È un po’ lo stesso spirito che animava Take ‘Em As They Come, anche se qui assume una dimensione più ampia, meno all’insegna dell’avventura e della vita presa così come viene e più rivolta ad una serena accettazione di quello che ci capita. “Sopra i chiodi arrugginiti di quell'autostrada d'acciaio dove non rimbombano più tutti quei tuoni” può sembrare vagamente preoccupante, soprattutto se pensiamo a quella strada di tuono che ci è così tanto cara, ma in realtà i tuoni sono qui intesi come metonimia dei problemi, ormai lasciati alle nostre spalle. Ed in fondo si può legittimamente pensare che sia lo stesso tuono di Land Of Hope And Dreams, che finalmente ha abbandonato il nostro percorso, ad essere sparito.
Life Itself segna il colpo di coda di quella che potremmo definire la seconda anima del disco, ed è probabilmente la migliore tra le rappresentanti di questo filone, perché più che descrivere un mondo in pezzi, sul punto di sbriciolarsi sotto i nostri piedi, ci presenta le conseguenze di questo fenomeno generale nel piccolo. Ovvero, che cosa succede quando la catastrofe riguarda noi stessi, quando non possiamo condividere con nessuno quel che proviamo? In Life Itself non c’è la consolazione di un amore, la consapevolezza di essere in qualche modo immuni a quel che sta accadendo a tutto il resto del mondo: allora i protagonisti non siamo più solo noi, e la song diventa una riflessione sulla vita stessa, appunto. “Perché le cose che ci uniscono, lentamente ci fanno allontanare l'uno dall'altro, finché non spariamo nella nostra stessa oscurità, estranei davanti ai nostri stessi cuori?” si chiede il narratore, in una sorta di monologo interiore, e la domanda rimane senza risposta, semplicemente perché non c’è nessuno in grado di fornircela. Rimane solo un brindisi da fare, nella speranza di poter, un giorno, ricominciare.
Kingdom Of Days è l’altra song di una bellezza disarmante, non vuole parlare di un qualcosa di importante, non richiama su di sé l’attenzione tanto che diresti che non è importante nella struttura del disco. Invece non è affatto così, anche se non è facile spiegare il motivo. Ad un’occhiata superficiale non dice niente di nuovo, anzi il testo appare perfino banale per tre quarti della sua lunghezza: il narratore descrive sostanzialmente come, quando è con la sua ragazza, non si avverte del tempo che passa, perché è così tutto piacevole che il resto del mondo non ha alcuna importanza ai suoi occhi. Ed è proprio qui che sta la grandezza di Kingdom Of Days: Bruce è uno scrittore eccezionale, sa sublimare ogni cosa con le sue parole, dona uno sguardo nuovo, non retorico agli argomenti che tratta, e accompagnato da un suono costituito da una batteria leggera, una chitarra che ricorda un’atmosfera di altri tempi e, soprattutto, da un insieme di archi eccezionale riesce a rendere anche questa una song un esempio di come si dovrebbero trattare certi argomenti. Il bridge è stupendo, con quella frase finale, “allora dimostrami [che mi ami], ragazzo malinconico” caricata di un pathos quasi esistenziale. È la song più dichiaratamente autobiografica dell’intero album, in cui non può non farsi strada il pensiero che c’entri qualcosa la morte di Danny; non a caso viene citata l’estate che svanisce, l’aria che si fa più fresca, le giornate che si accorciano: “La mia giacca sulle tue spalle, le foglie che cadono, l'erba umida dove ci sdraiamo mentre la brezza autunnale soffia tra gli alberi”. È un invito, ancora una volta, a dimenticare i problemi per vivere appieno quel che la vita ci offre, qua ed ora, perché il domani è un’incognita, lo sappiamo tutti. Qui si capisce il cammino di maturazione dell’uomo, di colui che ha sempre rifiutato la dietrologia rockettara secondo la quale “meglio morire giovani che invecchiare”; c’è una lunga schiera di cantanti/artisti che respingerebbero questa idea, ma non Bruce, non uno che ama la vita, qualsiasi cosa porti con sé. L’ultimo verso è di una sincerità disarmante, e dimostra che, anche se non si hanno più vent’anni, non si deve per questo rinunciare al divertimento, alle serate magiche che animavano quel tempo: “Ridiamo sotto le coperte e contiamo le rughe e i nostri capelli bianchi, continua a cantare, continua a cantare, mia cara, continueremo a cantare”.
Surprise, Surprise segue una lunga tradizione di song pensate e scritte per esser suonate dal vivo, ‹‹ per sentire il pubblico cantarle ›› come disse Bruce a proposito di Waitin’ On A Sunny Day. E così ecco un testo che ricorda molto la spensieratezza di Out In The Street, due strofe leggere che scorrono veloci per far spazio al ritornello (e, possiamo prevedere, al bagno di folla di Bruce nelle prime file del pit). E’ un inno alla felicità, alla voglia di vivere, con un importante riferimento ad un percorso condiviso alle nostre spalle, a delle esperienze comuni, quelle di Bruce e della band, ma anche delle nostre e sue. Si spreca l’ottimismo, come sempre in questi casi, la E Street Band splende in tutta la sua forza e si sentono tutti, ma proprio tutti (splendido il coro finale con il verso “Let your love shine down” ripetuto a turno da Steve, Nils, Patti e Bruce, proprio come fanno in Out In The Street).
Di The Last Carnival è difficile, molto difficile parlare, più che altro perché le parole escono fuori a fatica, la song dice tutto sotto forma di una metafora fin troppo lampante, e aggiungere altro è superfluo. Le tende che vengono smontate, il treno che parte, i leoni che i due acrobati fronteggiavano ogni sera... la magia è lì, non c’è bisogno di spiegare. Bruce ha spiegato che ha usato “carnival” (che in America sta ad indicare il circo itinerante che si sposta di città in città), come parola, perché è stata una parte caratterizzante di quando erano ragazzi (in italiano potrebbe rendere bene l’espressione “Ultimo Giro Di Giostra”). È però impossibile, leggendo questa parola, non pensare a quel verso di Sandy, “Il molo illumina questa nostra vita di strada per sempre... Oh, amami stasera, e ti prometto che ti amerò per sempre”, quel verso che è stato come una dichiarazione d’intenti della E Street Band, tanto tempo fa. “Prenderemo quel treno senza di te stanotte, quel treno che continua la sua corsa, il suo fumo nero che brucia il cielo notturno” richiama molto la strofa finale originale di Blood Brothers, “continuerò a muovermi nell’oscurità portandoti sempre nel mio cuore, fratello di sangue”, e non è un caso. La vita continua, perché non può far altro. Ci si ferma un attimo e poi si riparte, proprio come il circo nella song, con il ricordo di chi non c’è più inciso nel profondo dentro di noi. È questo il modo più giusto di onorare i morti, continuare a vivere anche per loro, che si sono fermati da qualche parte lungo la strada.
The Wrestler non fa parte dell’album, merita un discorso a sé in quanto nata per uno scopo preciso e sotto una spinta precisa. Però val la pena spendere due parole sulla scelta – da alcuni contestata – di togliere l’altra bonus track, A Night With The Jersey Devil, dal suo posto dopo The Wrestler. Per quel che vale la mia opinione, mai decisione fu più saggia. Perché questa song, ricopre nel disco la stessa funzione che ricopre nel film: è come se calasse un sipario immaginario sull’album, come se scorressero i titoli di coda; serve a non far finire tutto brutalmente, a dare lo spazio alle emozioni di The Last Carnival di svanire con calma. Il protagonista di The Wrestler cerca di sfruttare l’unica cosa che sa fare per rendersi libero, è uno dei personaggi più classici in senso Springsteeniano, uno con un solo asso nella manica, nessun amico e respinto da tutti.
È la maniera perfetta per chiudere un disco che, almeno nel suo 75-80%, richiama gli album dell’illustre passato, e lo fa giocandosi molto bene la partita. E alla fine il liet motiv che emerge dal disco (almeno dalle song principali) è l’invito a prendere quel che la vita ti offre, senza starsi a fare troppe domande, perché “il domani non lo conosce nessuno”; nelle tredici song si fa il punto sul tempo che trascorre, sul proprio passato che “non si può cancellare” ma anche sul suo valore, sull’importanza di avere qualcuno accanto con cui invecchiare e con cui condividere tutto ciò che la vita ti presenta. Ancora una volta, quel che si evidenzia perfettamente è la sincerità di un uomo che non tenta di nascondersi dietro facili soluzioni; il coraggio di rimettersi ogni volta in gioco, anche quando ne potrebbe fare a meno; la serenità con cui affronta le proprie paure, i propri dubbi uscendone, una volta di più, vittorioso. Ma soprattutto quel che rimane alla fine, nonostante tutto, è la consapevolezza di avere appena ascoltato un disco attuale, fresco, pieno di vita presente, e non una squallida e comoda riproposizione del passato. Le nuove song vivono da sole, non hanno bisogno di un appoggio e questo perché sono frutto di un lavoro onesto, il solito lavoro di un uomo che non può fare a meno, in tutto quel che fa, di metterci il cuore dentro. E questo viene fuori facilmente anche da una song gioiosa e semplice come Surprise, Surprise, che esploderà quest’estate negli stadi di tutta Europa, cantata e urlata nelle notti afose ancora una volta come un simbolo di speranza, sempre presente nelle lyrics di Bruce Springsteen; saremo tutti lì, ad intonare: “E quando il sole spunterà, domani, sarà l'inizio di un giorno nuovo di zecca, e tutto ciò che hai sempre desiderato so che incrocerà la tua strada!” con la consapevolezza, la dannata consapevolezza, che non sono solo parole messe in riga, ma la verità, “che è solo rock ‘n’ roll... ma in realtà non lo è”.

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