Jackson Browne è probabilmente la seconda persona di un certo peso musicale più umile di tutto lo show biz; non ha mai avuto enorme successo di pubblico, soprattutto in Europa, e, a giudicare dal tipo di gente che sedeva in platea ieri sera, per la maggior parte quelli che lo conoscono sono dei nostalgici che hanno passato i 55 anni e ricordano con affetto e nostalgia i loro verdi anni (insomma, è gente che ha fatto il '68 e giù di lì). Va perciò da sè che il massimo a cui possa aspirare, dal punto di vista concertistico almeno, è di girare l'Italia nei piccoli auditori e teatri, roba da 1000/1200 posti come per l'appunto la Sala Santa Cecilia dell'Auditorium Parco Della Musica (che comunque, c'è da dire, era abbastanza piena). Tuttavia la semplicità e la passione che lo animano sono come minimo esemplari, e dovrebbero servire da lezione a tanta gente che gira ultimamente e che ha il coraggio di chiedere cifre astronomiche per un concerto che... Ma lasciamo stare, evito la polemica e vado avanti.
Mentre ero lì ad aspettare che cominciasse, sono rimasta completamente incantata a fissare il palco, e la sala in generale; ci ero già stata alle proiezioni stampa durante la Festa Del Film di Roma lo scorso ottobre, perciò la conoscevo, ma quello che mi ha lasciata lì per dieci minuti buoni è stato tutto l'ambiente: niente mi potrà mai togliere dalla testa che il Capitol Theatre di Passaic era, se non uguale, assai simile alla sala, ed il solo pensiero mi ha dato più di un brivido d'emozione. Spesso mi ritrovo a pensare che, da un lato almeno, sarebbe stato meglio se Bruce e la band non avessero avuto tutto questo successo, perchè così avrei avuto l'occasione di vederli suonare in questi posti così raccolti, così intimi, ed un loro concerto sarebbe valso sicuramente di più.
Tant'è, mentre ero assorta in questi pensieri molto profondi ecco che di colpo si abbassano le luci e Jackson e la band escono fuori, in fila indiana, dalla porta laterale (!); lui saluta il pubblico in italiano, attacca il jack alla chitarra (!!!) e parte Boulevard. Dopo qualche canzone di repertorio, comincia il breve set, di quattro canzoni, dal nuovo album, Time The Conqueror, ognuna introdotta da una piccola presentazione (ed anche qui, reminescenze springsteeniane mi sono tornate prontamente alla mente... vi ricordate del: "We were out in the desert, driving... driving home through Nevada..."? Eh sì, bei tempi), per portare un po' di strade californiane in quella che lo stesso Jackson ha definito "the most beautiful city in the world, besides L.A.... Altough there is a part of Rome very very similar to L.A., so maybe I'll be write a song about!". Ha raccontato di una volta che gli si è fermata la macchina a 80 miglia da Los Angeles, e per passare il tempo ha acceso la radio e s'è messo a scrivere, oppure dei primi tempi in cui di notte vagava da un locale all'altro pur di suonare, salvo poi ritornare a casa e dormire per tutto il giorno o stare in spiaggia fino al tramonto. Il pubblico è stato ad ascoltare in religioso silenzio, interrompendolo solo di rado per qualche urlo al nome di L.A. (probabilmente l'unica cosa che la maggior parte dei presenti capiva xD), ma nondimeno applaudendo calorosamente alla fine di ogni canzone.
Dopo i venti minuti abbondanti di pausa, è arrivato il momento di un piccolo ma intenso set acustico, in cui al piano Jackson ha suonato, tra le altre, For A Dancer e Fountain Of Sorrow, e poi, ritornata la band, è stato il turno di una dolcissima Late For The Sky, che avevo tanto sperato facesse e che è venuta fuori una meraviglia (lui era ancora al piano, e ad un certo punto s'è scordato due parole... momento che mi ha toccato particolarmente, ha avuto un gesto di stizza tenerissimo! - ah, quando non ci sono i telepromoter...). Da lì è stato un crescendo di emozioni, da Goin' Down To Cuba ("We have to ask for a special permission to get there! Maybe you Italians too!") a Doctor My Eyes, per finire alla grande con The Pretender e Running On Empty, la Born To Run di Jackson, con le luci in sala tutte accese e, finalmente, gran parte del pubblico (sempre seduto) a cantare.
Dopodichè ha salutato e sono usciti di nuovo; solita sequenza di applausi, qualche sporadico grido ed ecco di nuovo tutti on stage, per l'ultimissimo bis, che solo da un mesetto a questa parte si è aggiunto alle scalette e che un buon Springsteeniano dovrebbe conoscere: I Am A Patriot, per questo ruolo ampliata a dismisura e portata avanti per una decina di minuti abbondanti. Su questa canzone è avvenuto infine il miracolo: tutti quanti si sono alzati e si sono portati sotto il palco, rompendo definitivamente quell'atmosfera un po' da concerto lirico che si era creata e rendendo la cosa un po' più simile ad un concerto rock. E così il caloroso pubblico romano ha dato dimostrazione di non essere solo educato, ma anche - e soprattutto - pronto al divertimento e alla partecipazione attiva: si battevano le mani a tempo, si cantava qualcosa di simile a quello che la band diceva e lo show raggiungeva il suo punto più alto in tutti i sensi.
Finita questa, era giunto il momento di andare: tutti lo sapevano anche se nessuno lo diceva; I Am A Patriot, da quando è stata aggiunta in coda, ha sempre concluso il concerto, e quindi...
Ma nel mondo del rock che piace a noi i "sempre" ci piace trasformarli in "quasi sempre", quando è possibile, e perciò a furia di richiamare Jackson sul palco alla fine ci siamo riusciti: quasi imbarazzato, ma di certo contento e soddisfatto per questa reazione popolare, è tornato on stage e si è seduto al piano, mentre dal pubblico cominciavano a volare nomi di canzone stile request ("Uh? Take It Easy? But I can't play it on the piano, it needs the guitar! xD"). Alla fine ha deciso per un medley, per accontentare un po' tutti, ha richiamato la band ed ha spaziato da Looking East a Redneck Friend passando per Before The Deluge e Take It Easy e concludendo con una strepitosa Stay che da sola è durata più di cinque minuti, con tanto di reprise e parte cantata solo dal pubblico, ormai completamente dentro la musica non solo con la presenza ma anche con la testa.
E' stata la giusta apoteosi per un concerto stupendo, un concerto old style per un songwriter che meriterebbe molta più attenzione di pubblico di quanta non ne riceva e che ha portato con grande stile e leggerezza un po' di quel "Californian sunny side of America" nelle nostre confusionarie e troppo incasinate vite metropolitane. In fondo, qualche volta, potremmo anche pensare di prendere la macchina e correre da Frisco a L.A. con i finestrini aperti, il sole sulla nostra pelle e la radio che passa: "We may lose and we may win, but we will never be here again, open up, I'm climbin' in to take it easy!"
Tant'è, mentre ero assorta in questi pensieri molto profondi ecco che di colpo si abbassano le luci e Jackson e la band escono fuori, in fila indiana, dalla porta laterale (!); lui saluta il pubblico in italiano, attacca il jack alla chitarra (!!!) e parte Boulevard. Dopo qualche canzone di repertorio, comincia il breve set, di quattro canzoni, dal nuovo album, Time The Conqueror, ognuna introdotta da una piccola presentazione (ed anche qui, reminescenze springsteeniane mi sono tornate prontamente alla mente... vi ricordate del: "We were out in the desert, driving... driving home through Nevada..."? Eh sì, bei tempi), per portare un po' di strade californiane in quella che lo stesso Jackson ha definito "the most beautiful city in the world, besides L.A.... Altough there is a part of Rome very very similar to L.A., so maybe I'll be write a song about!". Ha raccontato di una volta che gli si è fermata la macchina a 80 miglia da Los Angeles, e per passare il tempo ha acceso la radio e s'è messo a scrivere, oppure dei primi tempi in cui di notte vagava da un locale all'altro pur di suonare, salvo poi ritornare a casa e dormire per tutto il giorno o stare in spiaggia fino al tramonto. Il pubblico è stato ad ascoltare in religioso silenzio, interrompendolo solo di rado per qualche urlo al nome di L.A. (probabilmente l'unica cosa che la maggior parte dei presenti capiva xD), ma nondimeno applaudendo calorosamente alla fine di ogni canzone.
Dopo i venti minuti abbondanti di pausa, è arrivato il momento di un piccolo ma intenso set acustico, in cui al piano Jackson ha suonato, tra le altre, For A Dancer e Fountain Of Sorrow, e poi, ritornata la band, è stato il turno di una dolcissima Late For The Sky, che avevo tanto sperato facesse e che è venuta fuori una meraviglia (lui era ancora al piano, e ad un certo punto s'è scordato due parole... momento che mi ha toccato particolarmente, ha avuto un gesto di stizza tenerissimo! - ah, quando non ci sono i telepromoter...). Da lì è stato un crescendo di emozioni, da Goin' Down To Cuba ("We have to ask for a special permission to get there! Maybe you Italians too!") a Doctor My Eyes, per finire alla grande con The Pretender e Running On Empty, la Born To Run di Jackson, con le luci in sala tutte accese e, finalmente, gran parte del pubblico (sempre seduto) a cantare.
Dopodichè ha salutato e sono usciti di nuovo; solita sequenza di applausi, qualche sporadico grido ed ecco di nuovo tutti on stage, per l'ultimissimo bis, che solo da un mesetto a questa parte si è aggiunto alle scalette e che un buon Springsteeniano dovrebbe conoscere: I Am A Patriot, per questo ruolo ampliata a dismisura e portata avanti per una decina di minuti abbondanti. Su questa canzone è avvenuto infine il miracolo: tutti quanti si sono alzati e si sono portati sotto il palco, rompendo definitivamente quell'atmosfera un po' da concerto lirico che si era creata e rendendo la cosa un po' più simile ad un concerto rock. E così il caloroso pubblico romano ha dato dimostrazione di non essere solo educato, ma anche - e soprattutto - pronto al divertimento e alla partecipazione attiva: si battevano le mani a tempo, si cantava qualcosa di simile a quello che la band diceva e lo show raggiungeva il suo punto più alto in tutti i sensi.
Finita questa, era giunto il momento di andare: tutti lo sapevano anche se nessuno lo diceva; I Am A Patriot, da quando è stata aggiunta in coda, ha sempre concluso il concerto, e quindi...
Ma nel mondo del rock che piace a noi i "sempre" ci piace trasformarli in "quasi sempre", quando è possibile, e perciò a furia di richiamare Jackson sul palco alla fine ci siamo riusciti: quasi imbarazzato, ma di certo contento e soddisfatto per questa reazione popolare, è tornato on stage e si è seduto al piano, mentre dal pubblico cominciavano a volare nomi di canzone stile request ("Uh? Take It Easy? But I can't play it on the piano, it needs the guitar! xD"). Alla fine ha deciso per un medley, per accontentare un po' tutti, ha richiamato la band ed ha spaziato da Looking East a Redneck Friend passando per Before The Deluge e Take It Easy e concludendo con una strepitosa Stay che da sola è durata più di cinque minuti, con tanto di reprise e parte cantata solo dal pubblico, ormai completamente dentro la musica non solo con la presenza ma anche con la testa.
E' stata la giusta apoteosi per un concerto stupendo, un concerto old style per un songwriter che meriterebbe molta più attenzione di pubblico di quanta non ne riceva e che ha portato con grande stile e leggerezza un po' di quel "Californian sunny side of America" nelle nostre confusionarie e troppo incasinate vite metropolitane. In fondo, qualche volta, potremmo anche pensare di prendere la macchina e correre da Frisco a L.A. con i finestrini aperti, il sole sulla nostra pelle e la radio che passa: "We may lose and we may win, but we will never be here again, open up, I'm climbin' in to take it easy!"









Nessun commento:
Posta un commento