PREMESSA
E' difficile per me lasciare andare questo manoscritto, anche se è solo un'anteprima del lavoro totale; è difficile ed è la prima volta che mi capita, da che ho cominciato quello che mi piace definire il mio secondo lavoro: di solito ci metto del tempo per partire con la narrazione, rimango anche ore a fissare ciò che mi sta davanti, fuori dalla finestra - senza peraltro considerarlo affatto - ma mentre lo faccio, il più delle volte senza che ne sia pienamente consapevole, lentamente è come se tutti i pezzi del mosaico che poi si verrà a creare raggiungessero il loro posto, ed è solo a quel punto che faccio scattare la penna sul foglio e comincio a scrivere, e da allora non mi fermo più, vado avanti finchè tutto ciò che avevo in testa non sta scritto lì, nero su bianco, e alla fine metto il punto e non lo guardo più, lo lascio al suo destino senza manco rileggere. Lo facevo nei compiti in classe di italiano, ed ho continuato a farlo con gli articoli per i giornali, con le recensioni, con i resoconti dei concerti e via dicendo; insomma, con tutto.
Stavolta no, stavolta è diverso. Sarà che ho paura di aver messo da parte qualche dettaglio importante, sarà forse il fatto che mettendo per iscritto la propria avventura viene da pensare che è davvero tutto finito. E, ancora una volta, il discorso non riguarda Bruce, potrei anche dire che non lo riguarda affatto. Questo vuol essere il racconto, o meglio il ricordo di un viaggio, un grandissimo viaggio, e soprattutto la testimonianza di un'amicizia destinata a durare nel tempo, nonostante viviamo in un'epoca storica nella quale ci viene detto e ripetuto da tutti che non c'è niente di definitivo, niente che non si possa spezzare. Forse è vero, ma chi può dirlo alla fin fine? Non credo alle coincidenze, e non credo neanche al destino, quindi per me l'inevitabilità è un concetto altamente relativo. So ben poche cose, ma è un dato certo che la mia vita sia cambiata in questi ultimi cinque mesi; è cambiata dal 3 Giugno, anche se in quel momento non lo sapevo e non lo potevo immaginare. E' cambiata da quando ho conosciuto tre persone di questo forum che ancora non avevo avuto l'opportunità di conoscere, e grazie alle quali tutto questo progetto ha potuto prendere forma e svilupparsi così come ha fatto. Cinque mesi fa cominciava il leg Europeo del Dream Tour, e l'America era solo un sogno; da quando sono entrata nel "Bruce world" ho sempre avuto la voglia di vedere, anche solo per una volta in vita mia, lui e la E Street Band suonare in uno dei posti storici, quei posti in cui la loro leggenda ha preso le mosse: lo Spectrum, il Madison, l'arena nelle Meadowlands, il Giants Stadium, solo per dirne qualcuno. Era una cosa a cui tenevo particolarmente, e che pensavo non si sarebbe potuta realizzare per varie ragioni: magari per quando fossi potuta andarci io la E Street Band era ormai un capitolo chiuso, o non era in tour; forse nessuno di quei palazzetti sarebbe più stato in piedi, o comunque non agibile, e cose di questo tipo. Quando escono le date del primo leg e leggo che suonerà per l'ultima volta allo Spectrum, che poi verrà abbattuto, è stato come avere conferma dei propri timori: un'altro pezzo di storia se ne va in pezzi, ed io non ci sono; poi verso Maggio comincia a trapelare la notizia della demolizione del Giants Stadium, e mi convinco che il mio desiderio è destinato a rimanere tale.
Arriva Giugno, arriva Stoccolma e cambia un po' le carte in tavola; scherzando tra di noi ci diciamo che quella settimana in terra scandinava è stata la nostra rovina, il che è vero, perchè è da lì che è partito tutto. Tre concerti della madonna, una band in forma strepitosa, e forse anche il presentimento di star assistendo ad un qualcosa di eccezionale generano in noi un entusiasmo anche un po' esagerato, se vogliamo, al punto che mi sembra assurdo, dopo il 7, avere la prospettiva di *soli* quattro concerti davanti a me, *soltanto* uno in più di quelli che avevo visto in cinque giorni. L'ultima sera usciamo dallo stadio con i piedi che non poggiano a terra, ma sollevati di almeno un paio di metri; nel delirio generale cominciano ad entrarmi nella testa nomi di altre città, come Monaco, Vienna, e alla fine anche un nome familiare, Fabri mi dice "Vieni al Giants!" e in quel momento è stato come quando nei film si vede uno che fantastica (e che magari cammina tipo nel paese dei balocchi) venire richiamato alla realtà (ed allora si scopre che in realtà si trova in metropolitana): insomma, una scena del genere. La mia risposta è secca, decisa, chè io non sono una che si fa illusioni, sia chiaro: "Nono" dico, "L'America per me è un sogno proibito, è inutile che ci pensi perchè tanto i miei non mi ci manderebbero mai, figuriamoci, troppo lontano, troppo poco preavviso". Il giorno dopo, in aereo, tornando a casa, mi convinco però che una tra Monaco e Vienna ci può stare, insomma, se mi impegno e faccio i tre esami che mi mancano per tempo e per bene soprattutto capace che mi dicano di sì. Erano tipo le 9:30 del 9 Giugno. Due ore dopo, il tempo di entrare in camera mia e accendere il pc che sono sul sito di Ticketmaster a provare a prendere due biglietti per l'8 o il 9 Ottobre 2009, chè io sono una persona molto coerente, ovviamente. Alle 11:45 mando un messaggio a Chiara con scritto più o meno così: "Non ci credo, ho preso un ticket per l'8!!!". Sì, sono anche una persona molto riflessiva, non faccio mai le cose senza pensarci per bene su. Be', un biglietto ce l'ho, penso, adesso cominciano i problemi.
So anyway, questo per dire come è nata la nostra pazza avventura in quel d'America: grazie alla follia di un minuto, a Bruce, e alla nostra determinazione, dettata da una fede anche abbastanza cieca nella chiusa finale di Prove It All Night, con la quale vi lascio alla lettura della preview del resoconto del nostro American Dream Journey. Enjoy!
Stavolta no, stavolta è diverso. Sarà che ho paura di aver messo da parte qualche dettaglio importante, sarà forse il fatto che mettendo per iscritto la propria avventura viene da pensare che è davvero tutto finito. E, ancora una volta, il discorso non riguarda Bruce, potrei anche dire che non lo riguarda affatto. Questo vuol essere il racconto, o meglio il ricordo di un viaggio, un grandissimo viaggio, e soprattutto la testimonianza di un'amicizia destinata a durare nel tempo, nonostante viviamo in un'epoca storica nella quale ci viene detto e ripetuto da tutti che non c'è niente di definitivo, niente che non si possa spezzare. Forse è vero, ma chi può dirlo alla fin fine? Non credo alle coincidenze, e non credo neanche al destino, quindi per me l'inevitabilità è un concetto altamente relativo. So ben poche cose, ma è un dato certo che la mia vita sia cambiata in questi ultimi cinque mesi; è cambiata dal 3 Giugno, anche se in quel momento non lo sapevo e non lo potevo immaginare. E' cambiata da quando ho conosciuto tre persone di questo forum che ancora non avevo avuto l'opportunità di conoscere, e grazie alle quali tutto questo progetto ha potuto prendere forma e svilupparsi così come ha fatto. Cinque mesi fa cominciava il leg Europeo del Dream Tour, e l'America era solo un sogno; da quando sono entrata nel "Bruce world" ho sempre avuto la voglia di vedere, anche solo per una volta in vita mia, lui e la E Street Band suonare in uno dei posti storici, quei posti in cui la loro leggenda ha preso le mosse: lo Spectrum, il Madison, l'arena nelle Meadowlands, il Giants Stadium, solo per dirne qualcuno. Era una cosa a cui tenevo particolarmente, e che pensavo non si sarebbe potuta realizzare per varie ragioni: magari per quando fossi potuta andarci io la E Street Band era ormai un capitolo chiuso, o non era in tour; forse nessuno di quei palazzetti sarebbe più stato in piedi, o comunque non agibile, e cose di questo tipo. Quando escono le date del primo leg e leggo che suonerà per l'ultima volta allo Spectrum, che poi verrà abbattuto, è stato come avere conferma dei propri timori: un'altro pezzo di storia se ne va in pezzi, ed io non ci sono; poi verso Maggio comincia a trapelare la notizia della demolizione del Giants Stadium, e mi convinco che il mio desiderio è destinato a rimanere tale.
Arriva Giugno, arriva Stoccolma e cambia un po' le carte in tavola; scherzando tra di noi ci diciamo che quella settimana in terra scandinava è stata la nostra rovina, il che è vero, perchè è da lì che è partito tutto. Tre concerti della madonna, una band in forma strepitosa, e forse anche il presentimento di star assistendo ad un qualcosa di eccezionale generano in noi un entusiasmo anche un po' esagerato, se vogliamo, al punto che mi sembra assurdo, dopo il 7, avere la prospettiva di *soli* quattro concerti davanti a me, *soltanto* uno in più di quelli che avevo visto in cinque giorni. L'ultima sera usciamo dallo stadio con i piedi che non poggiano a terra, ma sollevati di almeno un paio di metri; nel delirio generale cominciano ad entrarmi nella testa nomi di altre città, come Monaco, Vienna, e alla fine anche un nome familiare, Fabri mi dice "Vieni al Giants!" e in quel momento è stato come quando nei film si vede uno che fantastica (e che magari cammina tipo nel paese dei balocchi) venire richiamato alla realtà (ed allora si scopre che in realtà si trova in metropolitana): insomma, una scena del genere. La mia risposta è secca, decisa, chè io non sono una che si fa illusioni, sia chiaro: "Nono" dico, "L'America per me è un sogno proibito, è inutile che ci pensi perchè tanto i miei non mi ci manderebbero mai, figuriamoci, troppo lontano, troppo poco preavviso". Il giorno dopo, in aereo, tornando a casa, mi convinco però che una tra Monaco e Vienna ci può stare, insomma, se mi impegno e faccio i tre esami che mi mancano per tempo e per bene soprattutto capace che mi dicano di sì. Erano tipo le 9:30 del 9 Giugno. Due ore dopo, il tempo di entrare in camera mia e accendere il pc che sono sul sito di Ticketmaster a provare a prendere due biglietti per l'8 o il 9 Ottobre 2009, chè io sono una persona molto coerente, ovviamente. Alle 11:45 mando un messaggio a Chiara con scritto più o meno così: "Non ci credo, ho preso un ticket per l'8!!!". Sì, sono anche una persona molto riflessiva, non faccio mai le cose senza pensarci per bene su. Be', un biglietto ce l'ho, penso, adesso cominciano i problemi.
So anyway, questo per dire come è nata la nostra pazza avventura in quel d'America: grazie alla follia di un minuto, a Bruce, e alla nostra determinazione, dettata da una fede anche abbastanza cieca nella chiusa finale di Prove It All Night, con la quale vi lascio alla lettura della preview del resoconto del nostro American Dream Journey. Enjoy!
Once more, thanks to Ale, Antonio, Chiara, Claudio, Corrado, Emanuele, Luca, Martino, Maurizio, Roberto, Robi: this is for you. 'Cause we made a promise, we swore we'd always remember: no retreat, baby, no surrender...
Tie your hair, baby, in a long white bow
Meet me in the street behind the dinamo
You hear their voices tell you not to go
They made their choices and they'll never know
What means to steal, to cheat, to lie
Meet me in the street behind the dinamo
You hear their voices tell you not to go
They made their choices and they'll never know
What means to steal, to cheat, to lie
What's like to live and die to prove it all night
THEY'RE GONNA MEET 'NEATH THAT GIANT EXXON SIGN...
Parte Prima: SOMEWHERE IN THE SWAMPS OF JERSEY! (October 07-11)
October 07, 2009 - Day 0
Inizio dalla fine, come al solito. Anzi, a dirla tutta inizio da un po’ di tempo dopo la fine, esattamente dalla mattina del 23 Ottobre. O meglio, dall’ora di pranzo del 23 Ottobre, quando mio padre mi viene a svegliare ed io per non so quale strano motivo sono convinta di essere nel letto della mia vecchia casa, quella dove ora ci abitano i miei nonni paterni, e che la luce del sole provenga da dietro di me, come nella mia vecchia stanza, invece che dalla porta alla mia destra. È una cosa strana, che non mi era mai successa prima d’ora, e che mi colpisce molto, come se tutto questo pazzo viaggio fosse stato solo un sogno (non a caso il mio countdown della partenza recitava: My American Dream); anzi, come se tutto quello che mi sia successo negli ultimi tre anni, da quel benedetto 8 Ottobre 2006, fosse stata una fantasia, e che fosse alla fine arrivato il mattino, il tempo di alzarsi e ricominciare la vita, quella *vera*. Il fatto è che il tutto ha una sua corrispondenza ben precisa, ed è questo più di ogni altra cosa che mi ha lasciata interdetta: perché il 2006 è stato anche l’anno in cui ci siamo trasferiti in questa nuova casa, più grande, dove prima ci abitavano i miei nonni. Questo per dire che non credo alle coincidenze, soprattutto a questo tipo di coincidenze. Tra l’altro, nel primo pomeriggio dello stesso giorno, mentre stavo finendo di sistemare maglie varie, e in generale cercando di mettere un po’ d’ordine nella stanza, ascoltavo Brand New Day di tale Joshua Radin (era pure all’Hard Rock Calling quest’anno, ho poi scoperto), che ha un paio di versi molto consoni a come mi sento adesso: It’s a brand new day, for the first time in such a long, long time I know I’ll be okay. E insomma, proprio mentre risuonavano quelle parole mi son girata verso il palazzo di fronte (*sigh*) e nel cielo è apparso un arcobaleno bello grande (e sì, lo so che sembra una tipica scena da film, ma è capitato sul serio). Okay, il viaggio è finito, sono di nuovo in Italia, ma, come dire?, ci torno da persona cambiata, a testa alta, e con un paio di importanti conquiste in più. Non male, in effetti, per essere “solo” un viaggio.
Il 7 Ottobre tutte queste cose non le sapevo ancora, né le sarei mai arrivata ad immaginare, anche mettendomi di impegno; mentre insonne mi giravo e rigiravo nel letto nel cuore della notte, con un caldo abbastanza assurdo fuori, non avevo un qualche pensiero preciso in testa, se non che avrei finalmente visto this land America con i miei occhi, e non tramite fotografie o video di altri che ci erano stati. E questa era già di per sé gran cosa, se pensate che la mia love story con il nuovo continente prende le mosse da ben più tempo di tre anni, da quando mio padre mi portò a vedere Toy Story al cinema ed io mi innamorai, prima che di Woody, della casa in cui abitavano Andy e la sua famiglia, tipica villetta americana, per intenderci, ovviamente bianca. Quella fu la scintilla, a cui negli anni seguirono altri episodi più o meno rilevanti che mi hanno portata a conoscere meglio le capitali degli stati americani dei capoluoghi di provincia italiani. Poi a 16 anni era arrivato On The Road a gettare nuova benzina su un fuoco che a dire il vero si era negli ultimi tempi un po’ affievolito, causa convinzioni un po’ particolari che mi ero stampata in testa, e da quel momento mi fu chiaro che non era Londra, a chiamarmi, bensì la terra che si estende da New York a Los Angeles.
Quando fuori diventa giorno, mi alzo con un’agitazione addosso che non mi so spiegare, arrivo anche a pensare che sia una specie di paura per il lungo volo, o per il fatto di trovarmi a tante miglia di distanza da casa; per cercare di distrarmi mi vesto e precedo i miei in piazza di Spagna, dove ho appuntamento con Chiara, portandomi dietro una strana sensazione di deja-vu, perché avevamo fatto esattamente le stesse cose poco meno di tre mesi prima, quando dopo il concerto di Roma dovevamo prendere l’aereo destinazione Torino.
Tra una colazione mandata giù a stento e il racconto dei cibi provenienti da mezza Italia da consegnare oltreoceano arriviamo a Fiumicino, dove ovviamente già dall’imbarco-bagagli cominciano i problemi: il tipo oltre il banco ci chiede il codice ESTA; ci guardiamo un attimo interdette, prima di rispondere, candidamente, che non l’abbiamo, dato che sul sito veniva espressamente detto che non era necessario portarselo dietro; “No, no” ci ripete, “Adesso potete non darmelo, ma una volta là ve lo chiedono”. Panico. Per fortuna avevo deciso di portarmi il pc dietro, e con la chiavetta riusciamo a rifare la procedura in tempo e a scriverci per bene il codice (infinito); passato il momento critico ci prendiamo due panini e ci dirigiamo verso il check-in: panico #2, fila chilometrica e (ovviamente) confusionaria, con solo quattro porte aperte. Guardiamo l’orologio e ci accorgiamo che è tremendamente tardi, sono le 12:30; e così, per la serie “Gli Springsteeniani e le code” e sotto suggerimento di mio padre, saltiamo come fosse la cosa più normale del mondo (o come se qualcuno ci stesse tenendo il posto lì davanti) qualcosa come cinquecento persone in fila fuori dall’area check-in, così che ce ne rimangono davanti un centinaio scarso. Venti minuti più tardi corriamo verso il nostro gate di imbarco con in mano felpe e zaini, ma quando ci arriviamo lo vediamo chiuso: panico #3; per fortuna in quel momento sentiamo i nostri nomi risuonare nell’aria, ci giriamo ed individuiamo l’impiegata che parla nel microfono: ultimi cento metri a perdifiato, porgiamo i documenti e lei con espressione a metà tra il disgustato e lo snob ci rimprovera: “Meno male che siete arrivate, vi stavamo cancellando!”, e nella mia testa malata è seguita una risata diabolica stile Dracula. Altra corsa fino all’ingresso (plateale) sull’aereo, prima di buttarci sfinite sui nostri sedili (dimenticandoci peraltro di spegnere i telefonini e di allacciare le cinture) e cercare di riprendere un respiro regolare. Ci guardiamo in faccia e pensiamo che se questo non è neanche il primo giorno... Per la serie (e mai circostanza fu più indicata): “We can make it if we run”. Dopo due minuti l’aereo decolla. Durante il volo, ad un certo punto ci si avvicina una signora, sbircia il mio block-notes di traduzioni che Chiara stava leggendo, e afferma estasiata: “Che calligrafia precisa (balle, nda), vorrei saper scrivere anch’io così! Che sono, poesie?”, al che ci scambiamo un’occhiata perplessa, prima di rispondere: “No, non le ho scritte io, sono dei... ehm, testi...”; lei rimane ancora un po’ a fissare il foglio, e poi si allontana: scopriremo poco dopo che era una hostess, senza divisa ma sempre una hostess. Il resto del volo va via tranquillo, e penso tra me che il destino ha davvero uno strano modo di prendersi le proprie rivincite, facendomi fare scalo giusto a Parigi: nel 2007, ad inizio Magic Tour, mi ero fatta convincere a comprare un biglietto per lo show del 17 Dicembre proprio a Parigi, penultimo della leg Europea, tra l’altro, ma una settimana prima avevo saputo che il 18 ci sarebbe stato compito in classe di matematica, spostato da un’altra data non mi ricordo nemmeno più per quale motivo; la cosa sulle prime non mi era sembrata un problema, senza starci manco molto su a pensare avevo deciso che l’avrei saltato come se nulla fosse, salvo poi recuperarlo dopo, ma sfortunatamente in quei dieci giorni lì capitò il consiglio di classe, dove anche se prima di quella volta non si era mai parlato di niente, la prof di matematica uscì fuori il discorso del compito in classe, e mio padre che era rappresentante dei genitori ovviamente lo venne a sapere, e insomma detto in parole poverissime la trasferta francese se ne andò in fretta a quel paese, e anche se mio padre, vedendomi giù in una maniera impressionante, disse che se avessi trovato due biglietti per Londra (due giorni dopo) mi ci avrebbe accompagnato lui, la cosa non valse a niente perché i biglietti erano ovviamente impossibili da trovare, così passai il 17 sera chiusa nella mia camera, con il pc spento ed io nel letto a sentirmi It’s My Life e No Surrender in rotazione per due ore e mezza di fila, la durata del concerto, più o meno. Il giorno dopo, finito il compito (che, per dovere di cronaca, vi dico essere risultato non solo il peggiore in cinque anni di liceo, ma addirittura il mio voto più basso in assoluto), presi quei due biglietti gialli e ci scrissi sopra, con pennarello indelebile nero: “We busted out of class, had to get away from these fools, we learned more from a three-minute record baby, than we EVER LEARNED IN SCHOOL!”; e come in una sorta di rituale, ne bruciai un pezzettino sul lato corto e promisi a me stessa che non avrei mai più saltato un Concerto, mai più da quel momento in poi avrei lasciato che qualcuno o qualcosa si mettesse di mezzo tra me e le mie passioni. Tutta questa storia mi torna in mente solo in quel momento, e mi fa uno strano effetto, perché di solito se ci sono delle coincidenze, dei ritorni nella mia vita me ne accorgo subito, mentre back in Agosto, quando avevamo prenotato il volo e avevo letto dello scalo a Parigi, non si era acceso alcun campanello nella mia testa (anche se in parte la cosa è spiegabile considerando che quel pomeriggio lì decidemmo di comprare il biglietto in mezzo ad un tira e molla generale, pensando tutto ed il contrario di tutto sulla lunghezza del periodo e ogni annesso e connesso possibile). Vengo sottratta a questo cumulo di rimembranze dal ritorno della hostess senza divisa, che, venuta a controllare se avessimo le cinture allacciate, il sedile in posizione verticale e il tavolinetto chiuso, “chè stiamo per atterrare”, ne approfitta per chiederci se quelle canzoni le dovessimo cantare; dopo esserci scambiate un’occhiata divertita, le rispondiamo di sì.
Il 7 Ottobre tutte queste cose non le sapevo ancora, né le sarei mai arrivata ad immaginare, anche mettendomi di impegno; mentre insonne mi giravo e rigiravo nel letto nel cuore della notte, con un caldo abbastanza assurdo fuori, non avevo un qualche pensiero preciso in testa, se non che avrei finalmente visto this land America con i miei occhi, e non tramite fotografie o video di altri che ci erano stati. E questa era già di per sé gran cosa, se pensate che la mia love story con il nuovo continente prende le mosse da ben più tempo di tre anni, da quando mio padre mi portò a vedere Toy Story al cinema ed io mi innamorai, prima che di Woody, della casa in cui abitavano Andy e la sua famiglia, tipica villetta americana, per intenderci, ovviamente bianca. Quella fu la scintilla, a cui negli anni seguirono altri episodi più o meno rilevanti che mi hanno portata a conoscere meglio le capitali degli stati americani dei capoluoghi di provincia italiani. Poi a 16 anni era arrivato On The Road a gettare nuova benzina su un fuoco che a dire il vero si era negli ultimi tempi un po’ affievolito, causa convinzioni un po’ particolari che mi ero stampata in testa, e da quel momento mi fu chiaro che non era Londra, a chiamarmi, bensì la terra che si estende da New York a Los Angeles.
Quando fuori diventa giorno, mi alzo con un’agitazione addosso che non mi so spiegare, arrivo anche a pensare che sia una specie di paura per il lungo volo, o per il fatto di trovarmi a tante miglia di distanza da casa; per cercare di distrarmi mi vesto e precedo i miei in piazza di Spagna, dove ho appuntamento con Chiara, portandomi dietro una strana sensazione di deja-vu, perché avevamo fatto esattamente le stesse cose poco meno di tre mesi prima, quando dopo il concerto di Roma dovevamo prendere l’aereo destinazione Torino.
Tra una colazione mandata giù a stento e il racconto dei cibi provenienti da mezza Italia da consegnare oltreoceano arriviamo a Fiumicino, dove ovviamente già dall’imbarco-bagagli cominciano i problemi: il tipo oltre il banco ci chiede il codice ESTA; ci guardiamo un attimo interdette, prima di rispondere, candidamente, che non l’abbiamo, dato che sul sito veniva espressamente detto che non era necessario portarselo dietro; “No, no” ci ripete, “Adesso potete non darmelo, ma una volta là ve lo chiedono”. Panico. Per fortuna avevo deciso di portarmi il pc dietro, e con la chiavetta riusciamo a rifare la procedura in tempo e a scriverci per bene il codice (infinito); passato il momento critico ci prendiamo due panini e ci dirigiamo verso il check-in: panico #2, fila chilometrica e (ovviamente) confusionaria, con solo quattro porte aperte. Guardiamo l’orologio e ci accorgiamo che è tremendamente tardi, sono le 12:30; e così, per la serie “Gli Springsteeniani e le code” e sotto suggerimento di mio padre, saltiamo come fosse la cosa più normale del mondo (o come se qualcuno ci stesse tenendo il posto lì davanti) qualcosa come cinquecento persone in fila fuori dall’area check-in, così che ce ne rimangono davanti un centinaio scarso. Venti minuti più tardi corriamo verso il nostro gate di imbarco con in mano felpe e zaini, ma quando ci arriviamo lo vediamo chiuso: panico #3; per fortuna in quel momento sentiamo i nostri nomi risuonare nell’aria, ci giriamo ed individuiamo l’impiegata che parla nel microfono: ultimi cento metri a perdifiato, porgiamo i documenti e lei con espressione a metà tra il disgustato e lo snob ci rimprovera: “Meno male che siete arrivate, vi stavamo cancellando!”, e nella mia testa malata è seguita una risata diabolica stile Dracula. Altra corsa fino all’ingresso (plateale) sull’aereo, prima di buttarci sfinite sui nostri sedili (dimenticandoci peraltro di spegnere i telefonini e di allacciare le cinture) e cercare di riprendere un respiro regolare. Ci guardiamo in faccia e pensiamo che se questo non è neanche il primo giorno... Per la serie (e mai circostanza fu più indicata): “We can make it if we run”. Dopo due minuti l’aereo decolla. Durante il volo, ad un certo punto ci si avvicina una signora, sbircia il mio block-notes di traduzioni che Chiara stava leggendo, e afferma estasiata: “Che calligrafia precisa (balle, nda), vorrei saper scrivere anch’io così! Che sono, poesie?”, al che ci scambiamo un’occhiata perplessa, prima di rispondere: “No, non le ho scritte io, sono dei... ehm, testi...”; lei rimane ancora un po’ a fissare il foglio, e poi si allontana: scopriremo poco dopo che era una hostess, senza divisa ma sempre una hostess. Il resto del volo va via tranquillo, e penso tra me che il destino ha davvero uno strano modo di prendersi le proprie rivincite, facendomi fare scalo giusto a Parigi: nel 2007, ad inizio Magic Tour, mi ero fatta convincere a comprare un biglietto per lo show del 17 Dicembre proprio a Parigi, penultimo della leg Europea, tra l’altro, ma una settimana prima avevo saputo che il 18 ci sarebbe stato compito in classe di matematica, spostato da un’altra data non mi ricordo nemmeno più per quale motivo; la cosa sulle prime non mi era sembrata un problema, senza starci manco molto su a pensare avevo deciso che l’avrei saltato come se nulla fosse, salvo poi recuperarlo dopo, ma sfortunatamente in quei dieci giorni lì capitò il consiglio di classe, dove anche se prima di quella volta non si era mai parlato di niente, la prof di matematica uscì fuori il discorso del compito in classe, e mio padre che era rappresentante dei genitori ovviamente lo venne a sapere, e insomma detto in parole poverissime la trasferta francese se ne andò in fretta a quel paese, e anche se mio padre, vedendomi giù in una maniera impressionante, disse che se avessi trovato due biglietti per Londra (due giorni dopo) mi ci avrebbe accompagnato lui, la cosa non valse a niente perché i biglietti erano ovviamente impossibili da trovare, così passai il 17 sera chiusa nella mia camera, con il pc spento ed io nel letto a sentirmi It’s My Life e No Surrender in rotazione per due ore e mezza di fila, la durata del concerto, più o meno. Il giorno dopo, finito il compito (che, per dovere di cronaca, vi dico essere risultato non solo il peggiore in cinque anni di liceo, ma addirittura il mio voto più basso in assoluto), presi quei due biglietti gialli e ci scrissi sopra, con pennarello indelebile nero: “We busted out of class, had to get away from these fools, we learned more from a three-minute record baby, than we EVER LEARNED IN SCHOOL!”; e come in una sorta di rituale, ne bruciai un pezzettino sul lato corto e promisi a me stessa che non avrei mai più saltato un Concerto, mai più da quel momento in poi avrei lasciato che qualcuno o qualcosa si mettesse di mezzo tra me e le mie passioni. Tutta questa storia mi torna in mente solo in quel momento, e mi fa uno strano effetto, perché di solito se ci sono delle coincidenze, dei ritorni nella mia vita me ne accorgo subito, mentre back in Agosto, quando avevamo prenotato il volo e avevo letto dello scalo a Parigi, non si era acceso alcun campanello nella mia testa (anche se in parte la cosa è spiegabile considerando che quel pomeriggio lì decidemmo di comprare il biglietto in mezzo ad un tira e molla generale, pensando tutto ed il contrario di tutto sulla lunghezza del periodo e ogni annesso e connesso possibile). Vengo sottratta a questo cumulo di rimembranze dal ritorno della hostess senza divisa, che, venuta a controllare se avessimo le cinture allacciate, il sedile in posizione verticale e il tavolinetto chiuso, “chè stiamo per atterrare”, ne approfitta per chiederci se quelle canzoni le dovessimo cantare; dopo esserci scambiate un’occhiata divertita, le rispondiamo di sì.
Il Charles De Gaulle si rivela essere un gran bell’aeroporto, ma di poca praticità se sei di fretta e devi andare da un terminal all’altro; da una mappa che ci avevano dato a Fiumicino avevamo più o meno capito che l’imbarco del volo per New York era l’E, ossia di fronte all’F, quello da dove stiamo uscendo ora: peccato che “di fronte” corrisponda a qualcosa come un chilometro, un chilometro e mezzo da fare rigorosamente a piedi e che comprenda il dover ripassare da tutti i controlli (quando in Italia ci avevano detto che no, non dovevamo); corriamo, quindi ripassiamo i controlli (meno male che non c’era la confusione di Roma), notiamo che il volo, molto ovviamente, è in ritardo di una mezz’ora, ed erroneamente pensiamo di avere un po’ di tempo per andare in bagno e prenderci qualcosa da mangiare, visto che il cibo datoci sull’aereo era stato bollato come un “non meglio identificato”. Sì, come no. Il tempo di uscire dal bagno e notiamo che la fila per l’imbarco del volo per New York si muove di già: addio spuntino, ci mettiamo in coda e dopo una ventina di minuti siamo sedute ai nostri posti, che con un colpo di culo non indifferente sono sull’Upper Desk, una specie di seconda classe che si assomiglia alla prima; abbiamo posti vicino al finestrino, i sedili sono grandi e comodissimi, c’è spazio tra una fila e l’altra, possiamo appoggiare le cose anche di lato e troviamo pure cuscino e coperta ad attenderci. Questo perché non solo viaggiamo su un aereo di linea, ma il bestione enorme è un Boeing 747-400, proprio come quelli che si vedono nei film! Inutile dire che scatto una decina di foto in un paio di minuti, l’unica parola che mi esce dalla bocca per un po’ di tempo è: “Figaaaaaaaaaaaataaaaaaaaa!!!”, che peraltro rende assai bene il mio stato d’animo in quel momento: non ero mai stata al di là dell’Europa, ovviamente, e trovarmi su un coso del genere forse mi ha aiutato a realizzare veramente, per la prima volta, che sì, in effetti stavo davvero andando in America, non era una fantasia, quella.
Il Boeing 747-400 della tratta Parigi-New York
Chiara ed io prima della partenza
Resti del *pranzo* non meglio identificato servitoci sul volo per NYLe otto ore di viaggio passano più o meno così, tra una mia esclamazione di stupore all’altra, per le cose più disparate: la possibilità di scegliere tra cinque o sei film in lingua originale nuovissimi (mi sono rivista Whatever Works di Woody Allen a distanza di dieci giorni da quando l’avevo visto a casa), il cibo servito ad intervalli regolari, il display con la segnalazione delle miglia percorse, le rimanenti, la temperatura esterna, l’ora a destinazione e quella alla partenza, la tratta sulla quale viaggiavamo e l’altitudine, un fiocco di neve che si stampa sul finestrino e rimane lì fino all’atterraggio e altre simpatiche cose su questa riga, che dopo che le vedi per la prima volta forse sono un po’ banali, ma tant’è. Inutile dire che di dormire neanche a parlarne, con tutta quella roba da osservare e ricordare. Durante il volo l’aereo recupera il ritardo che aveva, così che alle 7 pm atterriamo al John Fitzgerald Kennedy di New York City, signore e signori. Ma una cosa che non scorderò mai è quando l’aereo ha cominciato ad abbassarsi sempre di più, e dal finestrino ho cominciato ad intravedere le coste frastagliate del Maine prima, e poi il Long Island, e poi, man mano che diminuiva la quota, tutte le strade, e i diners, e le insegne a neon, e i parking lots, e le villette, e l’oceano, e le boe di segnalazione al largo, e le navi militari... Insomma, tutto l’amabaradàn che si vede sempre nei film e che apparteneva al mio immaginario Americano l’ho visto materializzato lì, sotto i miei occhi, come in una specie di plastico in movimento, ed allora ho pensato: “Cazzo, questa è l’America!” con un groppo in gola assurdo, che c’è davvero mancato poco che non mi mettessi a piangere con la faccia appiccicata al finestrino ghiacciato, guardando tutte queste cose, e nel contempo il sole tramontava placido e rosso all’orizzonte, donando un aurea ancora più mistica a tutto quel paesaggio che si andava delineando sotto i miei occhi. E poi ecco, i motori dell’aereo si spengono, il comandante ci avvisa che siamo arrivati, la gente comincia ad alzarsi: sotto shock mi infilo la giacca, e poi il giubbotto di pelle, mi alzo in piedi, prendo lo zaino che Chiara mi porge, scendo gli scalini, percorro il corridoio che porta all’accettazione, mi metto in fila per passare i controlli, con in mano i due foglietti dell’ufficio immigrazione che ci avevano fatto compilare durante il volo; ci sono tre tv accese e sintonizzate sulla CNN, con i sottotitoli, dove due opinionisti parlano dell’aumento del crimine a Chicago; la fila è lunghetta, ma hey, questa è l’America, in un batter d’occhio aprono altri quattro o cinque ingressi ed il gioco è fatto, dopo qualche minuto è il nostro turno. Ci chiedono i documenti (e no, il codice ESTA non serviva proprio), i due foglietti, qualche firma, ci fotografano, ci prendono le impronte digitali di entrambe le mani, chiedono se siamo lì per turismo; in quel momento riesco ad uscire dallo stato assorto in cui ancora ero e rispondo: “No, we’ve come to see some Springsteen shows...”, e alla parola Springsteen il tipo sorride, dice qualcosa tipo “Wonderful!”, ci restituisce i documenti con il tesserino verde pinzato all’interno e ci augura “Enjoy your shows!”. Eh sì, questa è l’America, baby.
Recuperati quasi subito i bagagli usciamo dalla zona accettazione, non senza un momento di panico quando ci fermano poco prima dell’uscita e ci chiedono se trasportiamo del cibo; “No” rispondiamo con fare onesto e sincero, il tipo si fida e ci lascia andare, cinquanta metri e siamo nel terminal B; il tempo di una sciacquata e chiamiamo Ale e Claudio al telefono, loro sono arrivati quasi quattro ore fa e sono a New York, in giro; dopo una breve consultazione decidiamo che non è cosa di prendere treno e metro con tutti i bagagli insieme, e optiamo per rimanere in aeroporto ad aspettare Maurizio ed Antonio, il cui aereo atterrava per le 8 da Amsterdam, ed una volta insieme cercare di raggiungere in qualche modo il nostro motel, somewhere in the swamps of Jersey. Così ci avviciniamo al tabellone dove ci sono scritti i voli in arrivo e controlliamo l’ora: niente; proviamo con la provenienza: niente; ci guardiamo perplesse, non riuscendo a capacitarci su che fine possa aver fatto un volo proveniente da Amsterdam; avremmo scoperto dopo che quel tabellone mostrava soltanto i voli in arrivo a quel terminal (che tra l’altro noi consideravamo l’unico per i voli esterni), e che in totale ce n’erano più di dieci, di terminal. Appurato questo, e ridendoci su, ci lasciamo andare su delle sedie e aspettiamo l’arrivo dei nostri compagni di avventura, che arrivano un’oretta dopo. Giusto il tempo di un saluto e di buttare giù qualcosa che siamo fuori... per poi rientrare dieci secondi dopo: cavolo, che vento gelido! Scegliamo quindi di fare la strada per prendere un taxi dall’interno, usciamo, ce n’è uno lì fuori ad attenderci, chiediamo il prezzo per andare in New Jersey (chi caspita va in New Jersey, non appena sbarcato in America!?), dividendo la corsa ci vengono 10 dollari a testa, accettiamo e montiamo su. Essere a bordo di un taxi giallo di New York è un’altra di quelle cose che per me non hanno prezzo, per ovvi motivi; osservo ogni singolo dettaglio dall’interno come se stessi guardando un quadro famoso. Il taxista parte, ma il tempo di immettersi nel flusso di auto che accosta, chiede a Maurizio che siede davanti se sa il numero di telefono e il codice postale di dove vogliamo andare; fortunatamente lui l’aveva con sé, nel bagagliaio ma ce l’aveva: fosse stato per me, sarei rimasta al JFK, dato che non solo non avevo nemmeno l’indirizzo di questo motel, ma addirittura avevo indicato prima in Italia e poi all’immigrazione in aeroporto come residenza per il periodo di permanenza l’indirizzo di una pasticceria (che avevo con me solo ed esclusivamente perché avevano lanciato un pasticcino con i gusti preferiti del Nostro). Ripartiamo, stavolta definitivamente. I due davanti parlano un po’, il taxista chiede da dove veniamo, fa qualche domanda e poi mette su un cd di musica latino-americana, e porta il tempo sul tettuccio interno dell’auto; la scena ha del paradossale per noi, ma presto scopriremo che questa è la quotidianità, around here; per un po’ riprendo, poi quando mi dice che non si può spengo e rimango incantata a guardare il traffico, fin quando non mi accorgo che abbiamo imboccato una strada con un cartello con su scritto: “Manhattan”. Lì per lì non dico niente, magari la strada si chiama così e non c’entra niente con New York, chi lo sa? Sono appena arrivata, non posso pretendere già di sapermi muovere, che diamine!, penso, e torno a gustarmi il tragitto. Dieci minuti dopo l’uomo al volante se ne esce con una frase del tipo: “Vi sto portando a fare un giro di New York, okay?”; chi tace acconsente avrà pensato, scambiando il nostro silenzio perplesso con una risposta affermativa, e così in un quarto d’ora vediamo il Madison Square Garden, l’Empire State Building e Times Square (da una posizione un po’ angolata, ma vabbè), e tuttavia quel che mi colpisce di più sono le palazzine, con quelle scale antincendio così particolari, i portoni che per raggiungerli devi salire qualche scalino, le tende tirate, le stradine deserte con le macchine parcheggiate vicino al marciapiede, le piante sui davanzali... Di nuovo, tutto il mio immaginario Americano fatto realtà, visto finalmente con i miei stessi occhi, con le immagini che mi si sovrappongono nella mente di film che vanno da You’ve Got Mail (C’è Posta Per Te) a New York New York passando per West Side Story e via dicendo: sono talmente estasiata che faccio fatica a respirare. Poco dopo comunque ci lasciamo alle spalle New York, passiamo veloci il Lincoln Tunnel, e siamo nel New Jersey, questa terra che per la stragrande maggioranza delle persone non conta niente e che il resto d’America prende in giro, per noi tappa fondamentale e imprescindibile che ci farà un po’ da seconda casa, in queste due settimane. Adesso la stanchezza comincia però a farsi sentire, continuo a guardare fuori dal finestrino ma senza che le cose mi rimangano impresse nella mente, se non quando passiamo accanto al Giants Stadium, anzi, AI Giants Stadium, perché oltre al vecchio edificio con l’insegna blu e il banner dei concerti illuminato c’è anche il nuovo, che sorge a non più di cinque metri di distanza dall’altro; è un attimo, il tempo di realizzare la cosa e siamo già oltre, nulla intorno, e qualche minuto dopo il taxista gira, esce dalla Turnpike e accosta all’ingresso del nostro Comfort Inn. Un po’ spiazzati dalle luci dopo tanta oscurità, scendiamo dalla vettura e recuperiamo i bagagli, facciamo per pagare ed il tipo ci dice che sono 15 dollari a testa, non 10; la spiegazione è semplice, i 5 dollari extra sono la mancia, che impareremo presto in America si dà sempre e comunque, indipendentemente da che ne pensi tu. Non stiamo lì a discutere, paghiamo ed entriamo, facciamo velocemente il check-in e andiamo in stanza; il tempo di aprire le valigie e buttarci sul letto matrimoniale o quasi (in stanza ce n’erano due!) che arrivano Ale e Claudio a lasciare i loro bagagli; ci dicono che vanno a fare qualche foto al Giants di sera, vogliamo andare insieme? Decliniamo l’invito, ci vediamo domani, siamo stanchissime; però ad una cosa non resisto, accendo la tv, sono le undici meno un quarto, becco Letterman sulla CBS, e non riesco a fare a meno di sorridere: sì, è vero, questa è proprio l’America...
Recuperati quasi subito i bagagli usciamo dalla zona accettazione, non senza un momento di panico quando ci fermano poco prima dell’uscita e ci chiedono se trasportiamo del cibo; “No” rispondiamo con fare onesto e sincero, il tipo si fida e ci lascia andare, cinquanta metri e siamo nel terminal B; il tempo di una sciacquata e chiamiamo Ale e Claudio al telefono, loro sono arrivati quasi quattro ore fa e sono a New York, in giro; dopo una breve consultazione decidiamo che non è cosa di prendere treno e metro con tutti i bagagli insieme, e optiamo per rimanere in aeroporto ad aspettare Maurizio ed Antonio, il cui aereo atterrava per le 8 da Amsterdam, ed una volta insieme cercare di raggiungere in qualche modo il nostro motel, somewhere in the swamps of Jersey. Così ci avviciniamo al tabellone dove ci sono scritti i voli in arrivo e controlliamo l’ora: niente; proviamo con la provenienza: niente; ci guardiamo perplesse, non riuscendo a capacitarci su che fine possa aver fatto un volo proveniente da Amsterdam; avremmo scoperto dopo che quel tabellone mostrava soltanto i voli in arrivo a quel terminal (che tra l’altro noi consideravamo l’unico per i voli esterni), e che in totale ce n’erano più di dieci, di terminal. Appurato questo, e ridendoci su, ci lasciamo andare su delle sedie e aspettiamo l’arrivo dei nostri compagni di avventura, che arrivano un’oretta dopo. Giusto il tempo di un saluto e di buttare giù qualcosa che siamo fuori... per poi rientrare dieci secondi dopo: cavolo, che vento gelido! Scegliamo quindi di fare la strada per prendere un taxi dall’interno, usciamo, ce n’è uno lì fuori ad attenderci, chiediamo il prezzo per andare in New Jersey (chi caspita va in New Jersey, non appena sbarcato in America!?), dividendo la corsa ci vengono 10 dollari a testa, accettiamo e montiamo su. Essere a bordo di un taxi giallo di New York è un’altra di quelle cose che per me non hanno prezzo, per ovvi motivi; osservo ogni singolo dettaglio dall’interno come se stessi guardando un quadro famoso. Il taxista parte, ma il tempo di immettersi nel flusso di auto che accosta, chiede a Maurizio che siede davanti se sa il numero di telefono e il codice postale di dove vogliamo andare; fortunatamente lui l’aveva con sé, nel bagagliaio ma ce l’aveva: fosse stato per me, sarei rimasta al JFK, dato che non solo non avevo nemmeno l’indirizzo di questo motel, ma addirittura avevo indicato prima in Italia e poi all’immigrazione in aeroporto come residenza per il periodo di permanenza l’indirizzo di una pasticceria (che avevo con me solo ed esclusivamente perché avevano lanciato un pasticcino con i gusti preferiti del Nostro). Ripartiamo, stavolta definitivamente. I due davanti parlano un po’, il taxista chiede da dove veniamo, fa qualche domanda e poi mette su un cd di musica latino-americana, e porta il tempo sul tettuccio interno dell’auto; la scena ha del paradossale per noi, ma presto scopriremo che questa è la quotidianità, around here; per un po’ riprendo, poi quando mi dice che non si può spengo e rimango incantata a guardare il traffico, fin quando non mi accorgo che abbiamo imboccato una strada con un cartello con su scritto: “Manhattan”. Lì per lì non dico niente, magari la strada si chiama così e non c’entra niente con New York, chi lo sa? Sono appena arrivata, non posso pretendere già di sapermi muovere, che diamine!, penso, e torno a gustarmi il tragitto. Dieci minuti dopo l’uomo al volante se ne esce con una frase del tipo: “Vi sto portando a fare un giro di New York, okay?”; chi tace acconsente avrà pensato, scambiando il nostro silenzio perplesso con una risposta affermativa, e così in un quarto d’ora vediamo il Madison Square Garden, l’Empire State Building e Times Square (da una posizione un po’ angolata, ma vabbè), e tuttavia quel che mi colpisce di più sono le palazzine, con quelle scale antincendio così particolari, i portoni che per raggiungerli devi salire qualche scalino, le tende tirate, le stradine deserte con le macchine parcheggiate vicino al marciapiede, le piante sui davanzali... Di nuovo, tutto il mio immaginario Americano fatto realtà, visto finalmente con i miei stessi occhi, con le immagini che mi si sovrappongono nella mente di film che vanno da You’ve Got Mail (C’è Posta Per Te) a New York New York passando per West Side Story e via dicendo: sono talmente estasiata che faccio fatica a respirare. Poco dopo comunque ci lasciamo alle spalle New York, passiamo veloci il Lincoln Tunnel, e siamo nel New Jersey, questa terra che per la stragrande maggioranza delle persone non conta niente e che il resto d’America prende in giro, per noi tappa fondamentale e imprescindibile che ci farà un po’ da seconda casa, in queste due settimane. Adesso la stanchezza comincia però a farsi sentire, continuo a guardare fuori dal finestrino ma senza che le cose mi rimangano impresse nella mente, se non quando passiamo accanto al Giants Stadium, anzi, AI Giants Stadium, perché oltre al vecchio edificio con l’insegna blu e il banner dei concerti illuminato c’è anche il nuovo, che sorge a non più di cinque metri di distanza dall’altro; è un attimo, il tempo di realizzare la cosa e siamo già oltre, nulla intorno, e qualche minuto dopo il taxista gira, esce dalla Turnpike e accosta all’ingresso del nostro Comfort Inn. Un po’ spiazzati dalle luci dopo tanta oscurità, scendiamo dalla vettura e recuperiamo i bagagli, facciamo per pagare ed il tipo ci dice che sono 15 dollari a testa, non 10; la spiegazione è semplice, i 5 dollari extra sono la mancia, che impareremo presto in America si dà sempre e comunque, indipendentemente da che ne pensi tu. Non stiamo lì a discutere, paghiamo ed entriamo, facciamo velocemente il check-in e andiamo in stanza; il tempo di aprire le valigie e buttarci sul letto matrimoniale o quasi (in stanza ce n’erano due!) che arrivano Ale e Claudio a lasciare i loro bagagli; ci dicono che vanno a fare qualche foto al Giants di sera, vogliamo andare insieme? Decliniamo l’invito, ci vediamo domani, siamo stanchissime; però ad una cosa non resisto, accendo la tv, sono le undici meno un quarto, becco Letterman sulla CBS, e non riesco a fare a meno di sorridere: sì, è vero, questa è proprio l’America...





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