"I swear I've found the key to the universe in the engine of an old parked car"

La mia foto
On The Road
Who I am? I wish I knew. I guess I'm a messed-up girl who's trying to "get to that place where we really want to go", as the famous Springsteen anthem says. I spend most of my life on the road, following Bruce in tour around the world or attending cinema conventions like the Venice International Film Festival. I have three amazing passions, indeed: Bruce Springsteen music, movies and books (as good George would say: what else?), and everytime one of them calls, I'm ready to answer 'yes', without any hesitation. I love Martin Scorsese's and Tim Burton's works, along with Pixar ones, and right now I'm literally crazy for Robert Downey Jr., probably one of the best actor EVER. I've also a dream, to become a movie director myself, and I'm studying in Rome in order to make it real someday. 'Cause baby, remember: it's my life, and I'll do what I want.

Countdown To My Journey In The Ol' Good London!

My Personality

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Tramps Like Us, Baby We Were Born To Run!

Thunder Road - Bruce Springsteen

Robert Downey Jr. - Sherry Darling

Robert Downey Jr. & Jude Law

marzo 28, 2010

Less Than Zero

Il film è cominciato da pochi secondi e già si capisce dove andrà a parare, anche se non si conosce la trama. Tre diciottenni (due maschi e una ragazza) il giorno del diploma. Parlano mentre camminano dei vari progetti, del dopo. Arrivano all'ingresso del liceo, si mettono in posa per una foto. Scattata. Si fissa sullo schermo per qualche secondo. Musica un po' sinistra di sottofondo. Titoli di coda. Poi appare la scritta "Six months later". Non è difficile intuire cosa succederà nei seguenti 90 minuti. E' inutile mandarla a dire, non ci avesse recitato Rob questo film non lo sarei mai e poi mai andata a cercare, in parte perchè è dei tardi '80s (in cui o eri un genio, o niente), in parte perchè sono più o meno sempre le stesse variazioni sul tema "Cosa succede quando bisogna diventare grandi". Insomma, è bullshit, a meno di non saperla raccontare davvero bene. E il signor regista NON l'ha fatto. Ma nel film c'è Rob appunto, che interpreta il ruolo più problematico, incasinato e vero della pellicola, e che tiene su da solo tutto il plot (gli altri due comprimari hanno l'espressività di una statua di cera). Nel mondo del cinema si dice che un attore eccezionale si distingue dalla sua capacità di rendere memorabile ogni ruolo che interpreta, anche quello più banale in un film mediocre. Come in questo caso.
Avete presente la canzone degli 883, Se Tornerai? Fa pressapoco così:
Ti ricordi quell'estate, in moto anche se pioveva? Tentavamo un po' con tutte, cosa non si raccontava, ci divertivamo anche con delle cose senza senso. Questo piccolo quartiere ci sembrava quasi immenso. Poi le strade piano piano ci hanno fatto allontanare; il motivo sembra strano, non lo saprei neanche dire, solo ti vedevo qualche volta in giro con quegli altri, tu che mi dicevi "Qualche sera passerò a trovarti"
Nel film succede pressapoco la stessa cosa, solo nel giro di sei mesi: uno dei tre se ne va in un college dell'East, gli altri due che rimangono si incasinano la vita con la droga (e Julian, il personaggio che interpreta Rob, anche con grossi debiti per prestiti mai restituiti); quando Clay torna a casa per le vacanze di Natale, trova il casino più totale e ha voglia di prendere ed andarsene subito via (e questo sarà il sub tema di tutta la pellicola). Sulla trama non c'è molto altro da dire, quel che succede è facilmente intuibile. Tuttavia, se sto qui in piedi alle 5 meno un quarto a scriverne ci sarà pure un motivo, ed è presto detto. Ne scrivo perchè mi ha sconvolto, nonostante il mio occhio allenato non possa fare a meno di notare la scarsità artistica della direzione generale. Può sembrare un paradosso, o anche un'esagerazione dovuta al fatto che ci reciti Rob, ma non è così. Vedo un centinaio di film all'anno, spazio tra generi, registi, attori, ambientazioni ed età. Con un passo del genere sono pochi gli istanti, le sequenze che ti rimangono fisse nella mente e sai che di lì ti sarà impossibile schiodarle, per una serie di motivi, psicologici e affettivi. E questo non lo dico solo io, ci sono decine di critici e di addetti ai lavori che l'hanno dimostrato. Perchè alla fine i film sono fatti più o meno in larga maggioranza tutti alla stessa maniera, e allora si va a scovare il dettaglio, il particolare, quel qualcosa che rende quel determinato momento magico, reale, puro. Non avviene spesso, e non avviene nemmeno sempre in una determinata maniera. Alle volte è uno sguardo, altre una parola, altre ancora un gesto. Può essere un'intera performance o solo un singolo momento. Quel che conta è che, certe volte, accade. Anche nei film mediocri come questo.Nella fattispecie, da Less Than Zero mi ha preso come una morsa allo stomaco l'interpretazione di Rob (e no, non c'entra niente che fossi predisposta verso il suo personaggio), che è così viscerale, così pressante da ridurti quasi ad uno straccio calpestato, che è nulla di meno di ciò che avviene al suo personaggio sullo schermo. Ha fatto un errore (caxxo, a diciott'anni chi non ne commette?), l'ha dovuto affrontare da solo, e ne ha fatto un altro, il padre l'ha cacciato di casa, è pieno di debiti e si droga, è solo e passa le notti su una panchina nel parco. Quelli a cui deve dei soldi lo minacciano. Tenta di reagire ma, di nuovo, il resto del mondo gli sbatte la porta in faccia. Viene ricattato. E' poco più di uno zerbino. Gli mancano i suoi due amici, che a parte qualche rara volta si fanno gli affari loro (e tra loro). E' solo. Fuma. Si rifugia sopra ad uno scoglio a picco sull'Oceano e se ne rimane lì a fissare il Pacifico. Quando Clay lo trova gli parla un momento, e poi si volta e gli fa "I gotta go". Julian gli risponde: "Always leaving, you!", ma con un sorriso, come a dire "ti capisco". Proprio quello che gli altri con lui non fanno, non sono mai disposti a farlo. Se ne rimane lì a guardare il mare. E' probabilmente l'essere più docile della terra. Basterebbe questo a render chiaro il perchè Julian mi abbia fatto l'effetto appena descritto. Il motivo è semplice, ed è anche il più banale che ci possa essere. In lui mi identifico, in tutto e per tutto. Certo, non ho problemi di droga nè di debiti, non dormo per strada e vivo a casa con i miei. Ma questa è solo la superficie, è solo l'evidenza del personaggio. La sua essenza, il suo tratto peculiare, sta negli abiti un po' extra-large che porta, nelle frasi a metà che gli altri non gli fanno mai finire di dire, nella solitudine, nelle lacrime nascoste al mondo, nel sorriso storto tipico di chi vorrebbe ridere più spesso, solo che non gliene danno la possibilità; sta nell'inquietudine, nella voglia, a volte, di mollare tutto, nelle continue sfide perse per dimostrare agli altri la sua bontà, le sue buone intenzioni, nonostante venga spesso sfruttato. Sono queste, le vere caratteristiche di Julian. Le mie caratteristiche. Ecco perchè questo film mi ha sconvolto. Nothing more, nothing less. Anche se affermarlo sembra un'eresia, è Julian quello che ha la visione più chiara di tutti della vita. Ci vorrebbe un quote per renderlo evidente, ma Rob nel film parla poco, lascia che a farlo siano i suoi gesti, i suoi sguardi. Perciò vi lascio con un suo screen-shot, e con una frase tratta dalla canzone sulla quale scorrono i titoli di coda.

The night is my wake
All thoughts slip away
And even though I must leave you
Remember, I love you


marzo 26, 2010

A Brand New Day

Capita che ci siano momenti, nella vita di un po' tutte le persone, in cui ci si fissa con un qualcosa o un qualcuno: un'auto, una moto, un cantante, un attore, una città (anche se sembra strano, posso assicurarvi che capita). In generale, e in una considerevole percentuale di casi (non vi dò cifre perchè io sono abbastanza a parte in questo discorso, quindi darei un dato sballato), alla fine l'effetto novità svanisce, o ci si fissa con qualche altra cosa, ricominciando il ciclo, e la precedente viene messa da parte, in qualche scatola: sai che è lì, ogni tanto la riprendi in mano, ma la cosa non ha ulteriori sviluppi. E' solo un modo come un altro per sfuggire alla routine quotidiana, all'alternarsi di sveglia, colazione, lavoro, pausa pranzo, lavoro, ritorno a casa, sport, doccia, tv, computer, letto and so on. Si va a scovare qualcosa di fuori dal solito che speriamo possa rendere la nostra vita, se non migliore, almeno sopportabile. C'è chi lo chiama hobby, c'è chi lo chiama passione, c'è chi lo chiama fissazione. Nomi diversi per descrivere lo stesso fenomeno.
Per me la cosa è abbastanza diversa, e non perchè mi piace pensarmi come una sorta di emancipata, ma perchè my mind rebels at stagnation, passatemi l'illustre citazione. Cioè, ho un serio problema con lo stare senza far niente nel senso più ampio del termine, che vale a dire: non riuscendomi ad adattarmi alla routine di tutti i giorni, ed essendo arrivata alla conclusione che la mia vita futura non potrà mai essere fatta di cose che si ripetono sempre uguali, quando trovo qualcuno che mi offre la chiave di liberazione da questa condizione io mi ci aggrappo e non lo mollo più. Il che crea innumerevoli altri problemi, ma tutti più o meno gestibili.
Come c'entri tutto questo con il discorso di prima è presto detto. Molti di voi la storia la conoscono, ma dato che è funzionale alla comprensione generale faccio un breve riassunto. Quattro anni fa conobbi Bruce, e guardando indietro ora posso dire che c'è stato il momento, il lungo momento a dir la verità, in cui sono stata in fissa con Bruce, ma proprio completamente. Tanto che non ascoltavo altra musica, nelle mie conversazioni riuscivo a mettercelo sempre, e la mia vita si svolgeva in buona parte in funzione sua. Questo è durato per un paio di anni, diciamo finchè non mi sono trafserita a Roma per l'università e ho cominciato a capire che se volevo sopravvivere dovevo un attimo darmi da fare e non stare sempre a sbattere la testa sul pc. Nel 2009, l'anno scorso, Bruce è tornato in tour e da marzo la mia vita ha ricominciato a ruotare intorno a lui, seppur con moderazione e non con attaccamento morboso (per la serie, comunque mi alzavo ogni notte in cui lui suonava, e mi trascrivevo la setlist sul diario, e compravo decine di biglietti per concerti in mezza Europa, and so on - forse ora capirete quando dicevo che sono un caso a parte, se questa è moderazione...), fino al punto in cui ho programmato un viaggio di due settimane negli Stati Uniti senza dire nulla ai miei genitori, per un totale di sei concerti di Bruce Springsteen & The E Street Band e due dei Gaslight Anthem. Ma la fissazione mi era passata, eh.
L'ultimo concerto a Philadelphia il 20 Ottobre scorso era stato un qualcosa di così forte, così sensazionale, così emozionante, così intenso nelle sue tre ore e mezza da farmi affermare che dopo di questo non ci sarebbe potuto essere niente alla pari (senza voler con questo implicare qualsiasi altra cosa in più: per me era la cosa più vicina alla perfezione che un concerto potesse raggiungere, stop). Tornata a casa mi ci vollero una decina di giorni per riprendermi dal viaggio, e Bruce c'entrava in minima parte; andare negli States era stata per me la realizzazione di un sogno, vedere New York City, il Jersey, Asbury Park, mangiare la cheesesteak di Philly e passeggiare per Broadway con il bicchiere di Starbucks in mano, salire sul Rockfeller Center a mezzanotte, guardare in basso ed avere la città più bella del mondo sotto di te, con in testa New York City Serenade che ti fa sembrare come dentro ad un film: tutto questo mi faceva sentire viva, parte finalmente di un qualcosa in cui mi muovevo perfettamente a mio agio. Messa in prospettiva, i concerti erano stati davvero un di più, anche se in pochissimi l'hanno capito.
Decisi quindi di mettere da parte Bruce, era anche giunto il momento: l'avevo visto suonare a casa sua, che era quello che desideravo di più da quando ero entrata in contatto con le sue song, e finalmente ce l'avevo fatta. Non potevo oggettivamente chiedergli - e chiedermi - di più. Per l'anno nuovo mi riproposi di dedicarmi a quella passione che avevo trascurato negli ultimi due/tre anni causa Bruce, una passione che voglio fare diventare la mia vita: il cinema. Però tra il dire e il fare ci sono di mezzo talmente tante cose che uno è sempre sul punto di cedere.
Mi spiego meglio. Innanzitutto la grande maggioranza di chi mi conosce abbastanza da sapere di Bruce quando ho esposto il mio nuovo proposito non dico che mi ha riso in faccia, ma ha almeno fatto una faccia a metà tra il "Mi stai prendendo per il culo?" e il "You can't be serious!" (il che, detto tra noi, mi ha innervosito un bel po', dato che nessuno si può permettere di dirmi cosa ha la priorità, nelle mie scelte). La seconda reazione è stata quella di cadere dalle nuvole, tipo: "Il cinema!? Oh, c'mon!", e la cosa peggiore è che sono stati in molti, ad averla, il che mi ha fatto capire quanto esagerato fosse stato il mio attaccamento a Bruce, tanto da oscurare tutto il resto.
Ma insomma, nonostante tutto questo clima avverso ho messo via, metaforicamente parlando, i dischi di Bruce e ho tirato fuori i dvd, le mie spese sono state sempre più indirizzate all'acquisto di dvd/blu-ray e a fine febbraio finalmente mi sono potuta permettere l'agognato lettore bd, il cui acquisto ormai da un anno e mezzo continuavo a dover rimandare causa altre spese Springsteeniane. Ho cominciato ad aggiustarmi l'abbigliamento (intendiamoci, vado ancora fissa con i jeans, ma almeno ho smesso di vestirmi a strati come quando vagabondo da una città all'altra e da uno show all'altro), a cambiarmi un po' di più, a diminuire il consumo di dolci e di schifezze varie e, cosa più importante di tutte, ho cominciato a fare footing regolarmente, e anche quando le gambe si ribellano ed invocano lo stop ora proseguo, perchè ho una motivazione forte, forse per la prima volta nella mia vita.
Quale sia è presto detto. Troppo a lungo mi sono cullata del fatto di considerarmi un'artista, e in base a questo immaginario status pensavo che non badare a certi dettagli mi fosse, in una qualche misura, dovuto. A chi me lo chiedeva, dicevo che mi andava benissimo essere così, fin tanto che mi sentivo a posto con me stessa. In realtà mi prendevo in giro da sola, ripetevo all'altra me che era questo, quel che volevo, e lei se ne tornava a dormire senza dire una parola. Sentivo che mi mancava qualcosa, che non era così che mi piaceva vedermi, ma non riuscivo proprio ad ammetterlo in sincerità con me stessa, quindi inventavo bugie su bugie al solo fine di autoconvincermi.
Vi chiederete cosa mi abbia finalmente aperto gli occhi. Be', quando si dice il destino, è stato proprio il cinema, più precisamente è stata la notte degli Academy Awards. Tra i film più candidati c'era l'indipendente Preciuos, le cui due attrici erano state candidate nelle rispettive categorie di Miglior Protagonista e Miglior Non Protagonista. Di solito non seguivo il red carpet, perchè la cerimonia me la vedevo da sola, e quindi alle 11 me ne andavo a letto a dormire un paio di ore, per poi svegliarmi alle 2 e seguire la diretta. Quest'anno però c'era Anna con me in comunicazione istantanea e quindi ho tirato ad oltranza anche fin dopo la conclusione della serata, perchè in un subito dopo non meglio precisato c'era una trasmissione assai interessante su un più assai interessante film con l'immensamente più assai interessante protagonista (e perdonate il chiasmo). Tornando a noi, mentre si seguiva il red carpet e tra un mio gemito ("I want to be theeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeere!") e l'altro ecco che fanno la loro passeggiata Mo'Nique e Gabourey Sidibe, le protagoniste di Precious. Le avevo già viste ai Golden Globes, ma è stato in quel momento, e non so per quale caspita di motivo, che nella mia testa s'è fatto tutto chiaro e limpido come non mai. E ora, dopo un po' di tempo in cui c'ho pensato su, forse il perchè credo di averlo capito.
Il fatto è che fino a quel momento, anche se non l'avrei mai ammesso con nessuno al mondo, l'essere così com'ero costituiva un qualcosa a cui aggrapparmi con tutta me stessa nei momenti in cui mi sembrava che la realtà mi volesse incorporare al suo interno, rendermi parte della sua monotonia, della sua banalità. Per ribellarmi dicevo che no, io non ero come tutti gli altri, non badavo alle apparenze, non mi importava che gli altri non mi considerassero, mentre in realtà dentro, ad un qualche livello di subconscio seppur seppellito chissà dove, ogni volta che notavo questi atteggiamenti della gente (e li notavo sempre, perchè porca miseria ho la stessa percezione di Wolverine in queste situazioni) da qualche parte il sangue riprendeva a fuoriuscire dalla stessa ferita mai cicaturizzata. Ma ero troppo brava nel proteggere me stessa da quella verità, e alla fine sono giunta a credere che fosse la realtà, quando invece era tutto l'opposto. E allora quella domenica notte mi sono chiesta, mentre immaginavo di trovarmi lì, nominata tra i nominati, e di arrivare prima degli altri per non trovarmi in quel casino di gente che a malapena si riusciva a camminare, mi sono chiesta come mi sarei vestita, quale abito avrei indossato e se, guardandomi allo specchio prima di uscire dalla camera di albergo, sarei stata soddisfatta di me stessa e del mio corpo o se invece avrei provato la stessa sensazione di disagio e anche un po' di imbarazzo che ho avuto quando ho indossato, per la prima volta in dieci anni, un vestito per il matrimonio di mio zio lo scorso Settembre.
Capite che quando si arriva ad un livello di autocoscienza tale, be', è davvero difficile continuare a prendersi in giro da soli, a far finta che (va tutto ben, va tutto ben). Questo non ha a che fare con gli altri, con il mondo, con tutte le stronzate varie, questo ha a che fare solo ed esclusivamente con sè stessi, e con quello che si vuole fare della propria vita. E' solo, per metterla in prospettiva, l'altro verso della medaglia "It's my life and I'll do what I want. It's my mind and I'll think what I want". Niente di più e niente di meno. Alla fine tutta questa storia della nuova vita riguarda questo, riguarda il mio futuro come lo riguarda il voler studiare DAMS a Roma. E' sempre il solito vinile che gira sul mangiadischi.
Qualche giorno fa andai a trovare quel mio zio che ha il cinema in paese per un progetto, e mentre si parlava un po' di questa cosa mi chiese, così a bruciapelo, se volessi andare a Cannes per suo conto. A parte che in quel momento lo guardai con gli occhi scintillanti e che con quanta più calma possibile riuscii a mormorare un "Se fosse per me..." che ben lasciava intendere la mia risposta quale sarebbe stata in caso, quando tornai a casa e lo dissi a mia madre a sorpresa mi rispose che quello riguardava il mio futuro, che quello non era Bruce, non era solo divertimento, e che dovevo seguire qualsiasi cosa mi avvicinasse al mio intento. In quel momento capii davvero, e forse con una chiarezza che mai avevo avuto prima, che il cinema per me è veramente un qualcosa di più, non solo per dire, non solo a mo' di slogan. Il cinema è la mia vita, è quello per cui devo lottare se voglio essere soddisfatta di me stessa, se voglio, un giorno, guardando indietro alla strada che ho percorso, poter dire di aver lottato con ogni forza a mia disposizione per raggiungere quel traguardo tanto agognato. Per raggiungere la mia felicità.


marzo 14, 2010

Only You (Can Make This World Seem Right)

Parliamo di cinema, dato che quest'anno mi sono promessa di dedicargli tutto il tempo possibile (e mi pare cosa buona e giusta, dato anche che mr. Bruce ha deciso di stare a casa casetta per il momento). E poi, comunque sia, il cinema è la mia vita e l'anno scorso c'ho sofferto come un cane bastonato a non poter andare a Venezia quei dieci giorni lì. Sì, anche se ho fatto tutta l'estate in giro qua e là mi è mancato. So che può essere difficile da capire, ma per me quel posto e quei giorni sono come una vacanza in paradiso, seriously. Anche se ci sono film incomprensibili che li vedeste ve ne scappereste dopo cinque minuti cinque. Ma lasciamo perdere. Il fatto è che a me sbarluccicano gli occhi quando vedo in tv o su internet i servizi, i video e le dirette dai vari red carpet e manifestazioni, indipendentemente da che film venga presentato (quello è soltanto un incentivo in più, come si dice). Così quando son lì ogni volta è un po' come se si realizzasse un sogno, anche se poi il red carpet della Mostra me lo vedo di rado, per via delle ragazzine che quando c'è un nome grosso si piazzan lì dalla mattina presto (ed io non posso perdere quattro o cinque proiezioni per star lì a prender sole, non scherziamo). Però ci sono le conferenze stampa, il punto restoro che ti fa l'hot-dog al momento, il pass che devi mostrare per entrare a vedere il film, le code per entrare alle otto di mattina (roba che non faccio nemmeno per l'università), la colazione all''hotel seduta con il pass appeso al collo, la borsa della Mostra poggiata sulla sedia di fronte, sfogliando il programma del giorno, i film in lingua originale con i sottotitoli e il CIAK quotidiano con le news fresche fresche. La sensazione che tutto questo dà è in realtà molto semplice: ti accorgi che per una volta nella tua confusa vita sei davvero nel posto giusto al momento giusto, e lo sei perchè l'hai voluto. Per la serie "Le Cose Belle Della Vita".
Dicevo il cinema. Mentre domenica sera ero incollata alla tv (e a internet, perchè le inquadrature del red carpet erano diverse) avrò ripetuto almeno una decina di volte "Come vorrei esser lì". E mi brillavano gli occhi. Questo a prescindere da chi ci fosse. La magia di appartenere a qualcosa di più grosso è ciò che ha spinto gli uomini a fondare le religioni, ed è una delle cose che mi affascina di più al mondo: la consapevolezza di avere un tuo posto, o come diceva Bruce a proposito della musica prima di cantare quella canzone , "there was a time when the music provided you with a greater sense of unity, a greater sense of shared vision and purpose that it does today". Che poi voi potete pensarvene un po' ciò che volete, ma per me è così, punto.
Che poi il cinema ha davvero tutte le risposte. Basta sapere dove cercarle, ovviamente. Però ci sono, ci sono sempre. Ed è quando ne trovi una senza che te lo aspetti che scocca la scintilla, perchè capisci che qualsiasi cosa ti possa capitare, per quanto tu possa finire in basso, ci sarà sempre un film lì a tenderti la mano, un personaggio che sta peggio di te e nel quale tu possa identificarti. Basta abbassare un po' la guardia, solo un po', lasciarsi prendere dalle emozioni senza star lì come un militare svizzero a ripeterti che sei dentro una sala a guardare uno schermo tv molto grande. Poi ovvio, ognuno ha le proprie preferenze, e Pincopanco e Pancopinco, però ci unisce un comune denominatore, anche se spesso e volentieri cerchiamo di non vederlo o comunque di ignorarlo, perchè noi esseri umani siam fatti così, e non ci possiamo fare molto.
A me per esempio sono sempre piaciuti i tipi schizzati, ma schizzati in senso buono. Quelli che non riuscivano a combinare molto perchè erano timidi, o perchè non facevano in tempo a pensare una cosa che già ne pensavano un'altra, o perchè nessuno riusciva a stare al loro passo, o perchè combinavano casini di continuo, senza farlo apposta. Gente perlopiù come Donald Duck (Paperino) e Jack Skeletron. Non certo gente come Mickey Mouse o Robin Hood, per dire. E nemmeno come Donnie Darko, perchè Donnie Darko aveva problemi ben più seri dei miei, credetemi. Però la morale di fondo dei cartoni Disney è che tutti ce la possono fare, alla fine, impegnandosi; anche gli schizzati buoni. Così quando si giocava a quei mitici giochi di pseudo-ruolo (non so come altro definirli) che oggi nessun bambino si sognerebbe probabilmente di fare, io finivo per fare sempre Paperino, perchè in definitiva ne ero la perfetta incarnazione umana. Il bello è però che avevo anche una spiccata tendenza alla drammatizzazione dei fatti: nelle storie che ricreavavamo, c'era sempre qualcuno che si faceva male, o che veniva bistrattato, o che veniva preso in giro. Era qualcosa che riusciva sempre a prendere il sopravvento, anche quando non l'avevo in mente: prima o tardi emergeva e catalizzava l'intera storia su di sè. Sicuramente uno psicologo saprebbe fornire un'analisi accurata del perchè questo accadeva (e accade ancora), ma la mia ipotesi è che introducendo l'elemento drammatico riesci a catalizzare al meglio l'attenzione dello spettatore (e degli altri bambini, per restare al nostro esempio). Se metti in scena una vita normale, in cui tutto si ripete più o meno uguale, e in cui si ride, dopo un po' ti stufi, sia a recitare sia a guardare, a meno di non star guardando uno come Jerry Lewis, e la magia finisce. Con il dramma no, perchè è qualcosa di brutto, di sporco, di cattivo. Il dramma pretende carisma, pretende volontà d'animo, pretende la forza. L'esser forti. E' il momento in cui devi tirar fuori i denti e mostrare chi sei, perciò in molti ci cascano, sul dramma. Perchè all'apparenza sembra facile, praticamente è la situazione a far tutto. In realtà però non è così, perchè se il protagonista non reagisce in una determinata maniera il dramma sembra fasullo, sembra manipolato, e a nessuno interessa più. Viene cestinato.
Quando ero piccola e a casa avevamo solo un televisore le possibilità non erano molte, c'era da scegliere tra Super Quark, la tribuna politica o un film. E tra i diversi generi di film, tra una commedia romantica e un film d'azione. Fine del palinsesto serale. E noi eravamo fortunati perchè avevamo i canali di cinema Tele+. Quando sceglieva mia madre, ovviamente, guardavamo film ottimisti anni '90 sulle coppie più disparate che ad inizio film non si sopportavano e alla fine si amavano, e più o meno simpatiche variazioni sul tema. Ma andava bene, il più che si scorgeva in quei film era un bacio, quindi per la famiglia (per me) era okay. Quando invece poteva scegliere mio padre, il protagonista era nel 85% dei casi Bruce Willis, con apparizioni varie di Tom Hanks, Tommy Lee Jones e Will Smith. Il più delle volte io e mia madre ce ne andavamo nel letto a metà primo tempo, intorno alle 10 (bei tempi quando i film venivano tagliati in due parti da un'ora l'una, e la prima serata cominciava alle 9 precise e spaccate), perchè secondo lei erano troppo violenti per una bambina; però c'erano delle volte in cui mi era permesso continuare a guardare, come con Apollo 13, ed allora era una figata assurda andare a dormire alle 11, addirittura! Roba da raccontare il giorno dopo agli amici a scuola.
Quindi a casa mia ci muovevamo tra il sentimentale e l'azione, con occasionali apparizioni del comico e del thriller. Non esisteva il western, non esisteva il fantasy, non esisteva il war movie (ovviamente), non esisteva il dramma. L'unica eccezione, se di eccezione si può parlare, che mi venne fatta fu Jurassic Park, perchè stravedevo per i dinosauri ed era troppo lampante per impedirmi di guardarlo. Fino agli otto anni al cinema mi ci portavano a vedere solo film Disney, quando non trasmettevano porno; la svolta avvenne con l'uscita di Titanic, ma questa è un'altra storia.
Potete immaginare come, crescendo, mi fossi talmente abituata a questo genere di film, che soprattutto con quelli di mia madre dopo i primi dieci minuti sapevo già dire come sarebbe andato a finire, cosa che mi ha cominciato a stufare e che man mano mi ha portato a vedere sempre di meno sentimentali, fin quando non ne ho potuto più, intorno ai 12 anni, e allora mi sono accontentata degli action di mio padre. Dopo quattro anni e mezzo, nel momento in cui ho fatto chiarezza a me stessa e ho deciso di fare del cinema la mia vita, ed essendo intanto venuto meno il divieto di guardare altri generi di film, ho cominciato a recuperare un po' di cose, ed è stato allora che ho conosciuto Scorsese (ma anche questo è un capitolo a parte). Tuttavia la leggera avversione per il sentimental mi era rimasta, e all'inizio continuavo a snobbarlo; facendo un po' di conti, credo di non aver più visto un film del genere fino a quando non ho cominciato ad andare all'università, e a capire che sostanzialmente non ero nessuno per schifare qualcosa, e che ci doveva essere del buono anche nel sentimental, pur se molto a fondo. Così ho cominciato a guardarli, quando capitava, e all'inizio non ho rivisto il mio giudizio sulla categoria. Sennonchè ad un certo punto ho visto To Have And To Have Not (Acque Del Sud), classico anni '40 con Humphrey Bogart e Lauren Bacall, e ho capito dove sbagliavo: era errato il tipo di approccio, che avevo verso certi film. E' logico che non puoi trovare battute sulla vita tipo quelle di Taxi Driver, o situazioni in cui il protagonista alla fine versa in un bagno di sangue, o lotte contro il tempo per disinnescare una bomba. Il sentimental è scritto in un determinato modo perchè deve far vivere allo spettatore due ore in cui il massimo della tensione è dato dalla curiosità del sapere se alla fine i due protagonisti si sposeranno e vivranno per sempre felici e contenti. Altrimenti è come pretendere che il comico tratti di morte, per fare un esempio stupido. Appurato questo, il sentimental, o perlomeno quello fatto come si deve, ha riacquistato un qualche tipo di valore ai miei occhi, ed ora se capita non disdegno di passare un paio di ore a guardarmi un bel film d'amore, come si chiamavano all'epoca in cui sceglieva mia madre e sedevamo sul divano a guardarli.
Stasera è stata una di quelle sere in cui non hai voglia di fare niente se non sdraiarti sul letto e spararti qualcosa di leggero, qualcosa per cui non ti sia richiesto di pensare, perchè di pensare non ne hai proprio voglia. Così non per caso mi sono vista Only You, solo perchè c'era Rob, sia chiaro, la scelta non è stata poi così arbitraria come sarebbe potuta sembrare. Il film non era perfetto, ogni tanto c'era qualche battuta telefonata e qualche situazione forzata, vabbè, ma sono state due ore molto piacevoli, ho riso di gusto tre o quattro volte, e soprattutto mi sono rilassata, dopo una giornata passata a far cattivo sangue su internet (ma lasciamo stare questa cosa, per carità). Il sentimental è bello anche per questo, perchè ti permette di farlo. Staccare la spina.
E comunque, giusto per dire, voglio anch'io un ragazzo come Rob nel film, che organizza tutta quella messinscena per convincermi che mi ama.