"I swear I've found the key to the universe in the engine of an old parked car"

La mia foto
On The Road
Who I am? I wish I knew. I guess I'm a messed-up girl who's trying to "get to that place where we really want to go", as the famous Springsteen anthem says. I spend most of my life on the road, following Bruce in tour around the world or attending cinema conventions like the Venice International Film Festival. I have three amazing passions, indeed: Bruce Springsteen music, movies and books (as good George would say: what else?), and everytime one of them calls, I'm ready to answer 'yes', without any hesitation. I love Martin Scorsese's and Tim Burton's works, along with Pixar ones, and right now I'm literally crazy for Robert Downey Jr., probably one of the best actor EVER. I've also a dream, to become a movie director myself, and I'm studying in Rome in order to make it real someday. 'Cause baby, remember: it's my life, and I'll do what I want.

Countdown To My Journey In The Ol' Good London!

My Personality

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Tramps Like Us, Baby We Were Born To Run!

Thunder Road - Bruce Springsteen

Robert Downey Jr. - Sherry Darling

Robert Downey Jr. & Jude Law

dicembre 31, 2009

We've Got New Year Coming Up Soon...

Di solito arrivato il 31 (o qualche giorno prima) tiro un po' le somme dell'anno che va concludendosi, presentando più o meno un bilancio generale. Questa volta, volendo, il consuntivo avrebbe potuto essere doppio, dato che oggi finisce anche il primo decennio del nuovo secolo (vi ricordate dieci anni fa? A quest'ora tutti a domandarsi se il famoso Millennium Bug avrebbe mandato in malora tutti i computer della Terra - bei tempi davvero). Però non è che ne abbia tutta questa voglia, a dir la verità. Il 2009 è stato un anno che è cominciato con un'importante certezza (il nuovo album di Bruce in uscita a fine gennaio) e molti dubbi, dal tour agli esami che dovevo dare di lì a poco. Non avrei mai potuto immaginare però tutte le altre cose che sarebbero successe, anche se a dirlo sembra retorico. Alla fine tutti right now stanno sperando che il 2010 sia migliore dell'anno appena passato, che sia sereno, che sia bello insomma. Ma la mente, l'immaginazione spesso è limitata, più o meno tutti quanti si augurano salute, e anche soldi, perchè no, quelli ci vogliono sempre. Nessuno pensa all'opportunità, alle emozioni, alle sfide, alle scommesse. Non ci pensavo neanche io, fino a dodici mesi fa. E invece, al di là di tutto, il 2009 mi ha portato soprattutto queste cose, a cui sono arrivata pian piano, lavorando giorno dopo giorno, facendo delle scelte (come tutti d'altronde), correndo dei rischi e puntando a volte anche grosso. Il risultato è stato sorprendentemente positivo, e curioso per il modo in cui è arrivato. Un anno fa, allo scoccare della mezzanotte, non stavo sperando di poter andare in America a vedere Bruce, o a visitare New York, nè alla possibilità di stringere nuove amicizie, nè di poter essere per cinque mesi praticamente sempre on the road. Come tutti, mi stavo augurando un nuovo anno migliore del 2008, un po' di fortuna, un po' di tranquillità in famiglia (e anche, devo ammetterlo, più date di tour da poter seguire). Questo per dire che alla fine, per quanto scontato possa suonare, la vita è inevitabilmente una serie di cause e conseguenze che si incasellano tra loro nei modi più disparati, ed ogni nostra azione ha una corrispondenza vicina e lontana che non possiamo, per quanto ci possiamo sforzare, di annullare. Ogni sì e ogni no, ogni incazzatura e ogni sorriso, ogni scelta ed ogni rinuncia sono tanti piccoli bivi che tutti i giorni incontriamo lungo il nostro percorso, e che portano ad uno, preciso, definito stato delle cose. Forse vi sembrerà banale, e può darsi che lo sia, ma se c'è una cosa che ho imparato da quest'anno è la veridicità di questa situazione. Il nostro viaggione in America è nato un po' per caso, un po' per pazzia come direbbe Chiara, durante quei quattro o cinque giorni in quel di Stoccolma, e sono più che d'accordo con lei nel dire che non sarebbe mai potuto nascere a tavolino. Ho comprato il primo, glorioso biglietto del quarto concerto al Giants Stadium la mattina stessa in cui sono tornata da Stoccolma, senza nemmeno sapere bene il perchè. Ho fatto una scommessa con una grossa puntata, e poi un'altra, e poi un'altra ancora, e ho continuato, non in maniera RAZIONALE, non in maniera RAGIONATA, ma così, d'impulso. When I've lost all the other bets I've made, honey you're my lucky day - parole che si sono dimostrate rivelatrici, in un certo senso - Bruce ci azzecca sempre, anche quando non lo fa apposta. Avrei potuto perdere tutto, e invece ho vinto. Succede la stessa cosa con le relazioni umane: ci si mette in gioco, ogni volta, nonostante tutto. A volte si vince, a volte si perde. E' la vita, amico.

Adesso la taglio qui comunque, e vi lascio con una breve classifica delle cose migliori di questo 2009, augurandovi un 2010 ricco di opportunità e speranze, in questo periodo in cui tutti tendono ad essere più positivi, salvo poi ricascare nel buio quasi completo - non si capisce bene il perchè, è tanto bello non farsi tanti problemi che non si possono risolvere!

"We got New Year coming up pretty soon... everybody, I guess everybody, tonight´s the night when everybody hopes for the best, and tries to see the promise a little bit...I remember when I was growing up... I lived... I remember, day after day I´d watch, watch my dad and he... When he was a real young man, he got, seemed like the, the things that were best, best about him and the things that mattered the most to him somehow either he let´em slip away or they got beat out of him everyday as the world does to you, and... There was a point where this next song he, he forgot... This is a song by Woody Guthrie, it´s called ´This Land Is Your Land´ but he forgot that you gotta, you gotta fight for that title, that nobody´s gonna ever give you that, never... and every day people gonna be trying to take it away from you and every day you gotta fight for it... So this is a fighting song for you in the New Year...”

Bruce Springsteen, intro a This Land Is Your Land (Nassau Coliseum - December 31, 1980)


2009 AWARDS
- MIGLIOR ALBUM ASCOLTATO: Working On A Dream - Bruce Springsteen
- MIGLIOR SONG (Bruce): Tomorrow Never Knows - Bruce Springsteen
- MIGLIOR CANZONE (altri artisti): Blue Jeans & White T-Shirt - The Gaslight Anthem
- MIGLIOR COLONNA SONORA: Doctor House Soundtrack
- MIGLIOR CANZONE IN UN FILM: Gran Torino - Clint Eastwood & Jamie Cullum
- MIGLIOR SONG LIVE: Wrecking Ball, Working On A Dream - Bruce Springsteen & The E Street Band
- MIGLIOR SHOW (in assoluto): Philadelphia, Pennsylvania - October 20
- MIGLIOR SHOW EUROPEO: Turin, Italy - July 21 + Santiago, Spain - August 02
- MIGLIOR CONCERTO: Jackson Browne, Roma + The Gaslight Anthem, Philadelphia
- MIGLIOR DUETTO: The '59 Sound - Bruce Springsteen & The Gaslight Anthem (London)
-
MIGLIOR WEEKEND: November 07/09: fiera del disco a Bologna e raduno LOHAD in Piemonte
- MIGLIOR VIAGGIO: United States, October 07/22
- MIGLIOR SOGNO CORONATO: American Dream Journey (October 07/22)
- MIGLIOR PAESAGGIO AMMIRATO: New York City di notte dal Rockfeller Center + Asbury Park Boardwalk
- MIGLIOR ACQUISTO: Skateboad from Times Square, New York (*_*)
- MIGLIOR LIBRO: The Dome - Stephen King
- MIGLIOR FILM CLASSICO RECUPERATO: To Have And Have Not - Howard Hawks
- MIGLIOR FILM (uscita sala 2009): Milk (Gus Van Sant), Gran Torino (Clint Eastwood)
- MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE: Up - Pete Docter &
Bob Peterson
(Disney Pixar)
- MIGLIOR REGISTA: Joel & Ethan Coen (A Serious Man)
- MIGLIOR ATTORE: Mickey Rourke (The Wrestler)
- MIGLIOR ATTRICE: Lauren Bacall (To Have And Have Not)
- MIGLIOR SCENEGGIATORE: Nick Schenck (Gran Torino)
- MIGLIOR DVD: Artists And Models - Frank Tashlin
- MIGLIOR BLU-RAY: X Men Origins: Wolverine (Gavin Hood)
- MIGLIOR VIDEOGAME: X Men Origins: Wolverine
- MIGLIOR EVENTO TV: XLIII Superbowl (February 01) + Academy Awards Cerimony (February 26)
- MIGLIOR SERIE TV: Dr. House + Lie To Me


novembre 26, 2009

[Work In Progress] E-Mail To Ennis

Hi Ennis, how you doin’?

I know you didn’t expect this e-mail from me, especially after the way we say goodbye before I left; but I need to tell somebody what I’m feeling, and you are the only one who I can trust. Maybe the words are meant to be, but I give more attention to the feelings, as I’m sure you still remember. I’d could talk with my mum, you’re right, but I prefer she doesn’t know the truth, ‘cause she already has a lot of things to be worried about, my sister and all the rest.

If I know you as well as I think, right now you’ll be against the door of your room reading a copy of this e-mail you’ve printed as it had arrived, trembling with anger and wishing I was there to punch my face: but there’s a ocean, and few thousands miles between me and you, so maybe the door will be the one to be hit. You’re right to be mad with me, but I’m just asking you to go on reading, then it won’t matter if you don’t answer.

Life here is not exciting as I supposed back in summer. I’ve just found out Europe doesn’t fit me well (or maybe it’s just Italy, I don’t know), people are too nervous, they cry out to each other for nothing, and overall there’s a lot of traffic everywhere; there are no parks where I live, and tough my parents say I’m lucky to live at the very center of Rome, I like more our life back in Jersey. The weather is strange too. We’re toward the end of November, and except for the very first week when it rained almost every single day (and the traffic went even bad, if it’s possible) the temperature is still in the middle 60 through the day. I couldn’t believe it would arrive a day when I’d said these words, but I miss the New England fall, with all the falling leaves on the ground and the cold arriving every day a bit more. Here the days are all the same, it seems like Italians don’t have any holiday during the year, except maybe for Christmas: they don’t celebrate Halloween, or Thanksgiving, so the only point to score for them is December 25th. What a bad thing! They go back from the summer holidays, and have nothing to looking forward to. That’s why they all complain ‘bout everything, I suppose.

Talking about Thanksgiving, what a sad thing has been to wake up this morning and have to go to college! So strange! I couldn’t almost believe it… And nobody was yelling his wishes to somebody else on the bus or down the street, nobody was wearing those strange hats to advertise a restaurant or a special shopping chance, nobody was waiting in a hurry inside a butcher’s to get his turkey ready… Seeing all these little things not happen has made me feel blue and got homesick, and not for the first time in a few days I wished I could come back home, but I’m afraid it won’t happen soon, unfortunately. I’m sure if I’d talk to my parents they’ll say yes, of course, but I know it would mean a kind of retreat, and I’m not ready for that, not yet.

Things in college aren’t going better. On this second period, I’ve to attend three different classes, but I like just the one about a ‘900 Italian poet named Eugenio Montale, who won the Nobel prize back in the ‘70s. The other class I’m following is about a strange thing called “Esthetic Of Cinema” (I don’t know if the name is right, as much as I’d got from the lessons we Americans don’t get along well with this practice and don’t talk about it, so I’ve just translated it from Italian), our professor is strange himself as well, I’m having a lot of trouble keeping up with lessons, also because he often makes references to the Italian political situation that I don’t understand at all, it seems to me like he wants to lead a sort of revolution, but just speaking… Anyway, he often says the American schools don’t teach anything of this stuff, and he usually gets mad at this point, I don’t know why, but as a matter of fact he starts punching on the table (and near the microphone, so you can easily imagine what a hell of a noise he makes everytime). Then he calms down a bit and stares at nothing for a few minutes, before starting again to talk from three or four sentences before where he had stopped. He makes me feel quite stupid and childish, and everyday as I leave the class I have to keep telling myself I’m not that idiot at all, I have just a different point of view (even if I don’t know if I’m right). Few days ago I started studying, since I had to make up the lessons I’ve missed when I was at home, and I panicked a bit, ‘cause there are some things very hard to understand by someone who isn’t so in that kind of theoretical stuff. I heard the others guys having the same problem, tough I don’t ask ‘em for nothing: they don’t like me at all, and they always look at me like I was an alien or something. But I don’t care after all, I’ve learned to overcome this kind of things.

Now I’m back to my room and getting ready for dinner (it’s already dark over here), I’ve cooked the turkey with olio and lime and it’s almost done, so in a few minutes I’m gonna set the table (the only table in my room) with a paper dish, the same paper napkin and the same paper fork and I’m gonna eat my Thanksgiving turkey, faking to be with my family and… yes, and with you. We were used to, don’t we? I miss you, Ennis, I fucking miss you… It wasn’t… This wasn’t supposed to end up this way, goddamn! … I… What the hell, I can’t go on with a life like this! I can’t go on fooling myself around, pretending I’m okay, pretending I don’t care! Do… do you remember that old song we used to sing when we were kids? It was something like this: “No one ever love you the way I do… And as the years go by, our friendship will never die, you’re gonna see it’s our destiny, you’ve got a friend in me”…

I… I’ve been such an idiot, God knows how I’ve been, but I’m asking you… I’m begging you… Please, please, forgive me! I, I can’t stand anymore not hearing your voice calling me, talking to me… Please, Ennis, please…

Andrew

novembre 12, 2009

They're Gonna Meet 'Neath That Giant Exxon Sign...


PREMESSA

E' difficile per me lasciare andare questo manoscritto, anche se è solo un'anteprima del lavoro totale; è difficile ed è la prima volta che mi capita, da che ho cominciato quello che mi piace definire il mio secondo lavoro: di solito ci metto del tempo per partire con la narrazione, rimango anche ore a fissare ciò che mi sta davanti, fuori dalla finestra - senza peraltro considerarlo affatto - ma mentre lo faccio, il più delle volte senza che ne sia pienamente consapevole, lentamente è come se tutti i pezzi del mosaico che poi si verrà a creare raggiungessero il loro posto, ed è solo a quel punto che faccio scattare la penna sul foglio e comincio a scrivere, e da allora non mi fermo più, vado avanti finchè tutto ciò che avevo in testa non sta scritto lì, nero su bianco, e alla fine metto il punto e non lo guardo più, lo lascio al suo destino senza manco rileggere. Lo facevo nei compiti in classe di italiano, ed ho continuato a farlo con gli articoli per i giornali, con le recensioni, con i resoconti dei concerti e via dicendo; insomma, con tutto.
Stavolta no, stavolta è diverso. Sarà che ho paura di aver messo da parte qualche dettaglio importante, sarà forse il fatto che mettendo per iscritto la propria avventura viene da pensare che è davvero tutto finito. E, ancora una volta, il discorso non riguarda Bruce, potrei anche dire che non lo riguarda affatto. Questo vuol essere il racconto, o meglio il ricordo di un viaggio, un grandissimo viaggio, e soprattutto la testimonianza di un'amicizia destinata a durare nel tempo, nonostante viviamo in un'epoca storica nella quale ci viene detto e ripetuto da tutti che non c'è niente di definitivo, niente che non si possa spezzare. Forse è vero, ma chi può dirlo alla fin fine? Non credo alle coincidenze, e non credo neanche al destino, quindi per me l'inevitabilità è un concetto altamente relativo. So ben poche cose, ma è un dato certo che la mia vita sia cambiata in questi ultimi cinque mesi; è cambiata dal 3 Giugno, anche se in quel momento non lo sapevo e non lo potevo immaginare. E' cambiata da quando ho conosciuto tre persone di questo forum che ancora non avevo avuto l'opportunità di conoscere, e grazie alle quali tutto questo progetto ha potuto prendere forma e svilupparsi così come ha fatto. Cinque mesi fa cominciava il leg Europeo del Dream Tour, e l'America era solo un sogno; da quando sono entrata nel "Bruce world" ho sempre avuto la voglia di vedere, anche solo per una volta in vita mia, lui e la E Street Band suonare in uno dei posti storici, quei posti in cui la loro leggenda ha preso le mosse: lo Spectrum, il Madison, l'arena nelle Meadowlands, il Giants Stadium, solo per dirne qualcuno. Era una cosa a cui tenevo particolarmente, e che pensavo non si sarebbe potuta realizzare per varie ragioni: magari per quando fossi potuta andarci io la E Street Band era ormai un capitolo chiuso, o non era in tour; forse nessuno di quei palazzetti sarebbe più stato in piedi, o comunque non agibile, e cose di questo tipo. Quando escono le date del primo leg e leggo che suonerà per l'ultima volta allo Spectrum, che poi verrà abbattuto, è stato come avere conferma dei propri timori: un'altro pezzo di storia se ne va in pezzi, ed io non ci sono; poi verso Maggio comincia a trapelare la notizia della demolizione del Giants Stadium, e mi convinco che il mio desiderio è destinato a rimanere tale.
Arriva Giugno, arriva Stoccolma e cambia un po' le carte in tavola; scherzando tra di noi ci diciamo che quella settimana in terra scandinava è stata la nostra rovina, il che è vero, perchè è da lì che è partito tutto. Tre concerti della madonna, una band in forma strepitosa, e forse anche il presentimento di star assistendo ad un qualcosa di eccezionale generano in noi un entusiasmo anche un po' esagerato, se vogliamo, al punto che mi sembra assurdo, dopo il 7, avere la prospettiva di *soli* quattro concerti davanti a me, *soltanto* uno in più di quelli che avevo visto in cinque giorni. L'ultima sera usciamo dallo stadio con i piedi che non poggiano a terra, ma sollevati di almeno un paio di metri; nel delirio generale cominciano ad entrarmi nella testa nomi di altre città, come Monaco, Vienna, e alla fine anche un nome familiare, Fabri mi dice "Vieni al Giants!" e in quel momento è stato come quando nei film si vede uno che fantastica (e che magari cammina tipo nel paese dei balocchi) venire richiamato alla realtà (ed allora si scopre che in realtà si trova in metropolitana): insomma, una scena del genere. La mia risposta è secca, decisa, chè io non sono una che si fa illusioni, sia chiaro: "Nono" dico, "L'America per me è un sogno proibito, è inutile che ci pensi perchè tanto i miei non mi ci manderebbero mai, figuriamoci, troppo lontano, troppo poco preavviso". Il giorno dopo, in aereo, tornando a casa, mi convinco però che una tra Monaco e Vienna ci può stare, insomma, se mi impegno e faccio i tre esami che mi mancano per tempo e per bene soprattutto capace che mi dicano di sì. Erano tipo le 9:30 del 9 Giugno. Due ore dopo, il tempo di entrare in camera mia e accendere il pc che sono sul sito di Ticketmaster a provare a prendere due biglietti per l'8 o il 9 Ottobre 2009, chè io sono una persona molto coerente, ovviamente. Alle 11:45 mando un messaggio a Chiara con scritto più o meno così: "Non ci credo, ho preso un ticket per l'8!!!". Sì, sono anche una persona molto riflessiva, non faccio mai le cose senza pensarci per bene su. Be', un biglietto ce l'ho, penso, adesso cominciano i problemi.
So anyway, questo per dire come è nata la nostra pazza avventura in quel d'America: grazie alla follia di un minuto, a Bruce, e alla nostra determinazione, dettata da una fede anche abbastanza cieca nella chiusa finale di Prove It All Night, con la quale vi lascio alla lettura della preview del resoconto del nostro American Dream Journey. Enjoy!

Once more, thanks to Ale, Antonio, Chiara, Claudio, Corrado, Emanuele, Luca, Martino, Maurizio, Roberto, Robi: this is for you. 'Cause we made a promise, we swore we'd always remember: no retreat, baby, no surrender...


Tie your hair, baby, in a long white bow
Meet me in the street behind the dinamo
You hear their voices tell you not to go
They made their choices and they'll never know
What means to steal, to cheat, to lie
What's like to live and die to prove it all night

THEY'RE GONNA MEET 'NEATH THAT GIANT EXXON SIGN...
Parte Prima: SOMEWHERE IN THE SWAMPS OF JERSEY! (October 07-11)
October 07, 2009 - Day 0
Inizio dalla fine, come al solito. Anzi, a dirla tutta inizio da un po’ di tempo dopo la fine, esattamente dalla mattina del 23 Ottobre. O meglio, dall’ora di pranzo del 23 Ottobre, quando mio padre mi viene a svegliare ed io per non so quale strano motivo sono convinta di essere nel letto della mia vecchia casa, quella dove ora ci abitano i miei nonni paterni, e che la luce del sole provenga da dietro di me, come nella mia vecchia stanza, invece che dalla porta alla mia destra. È una cosa strana, che non mi era mai successa prima d’ora, e che mi colpisce molto, come se tutto questo pazzo viaggio fosse stato solo un sogno (non a caso il mio countdown della partenza recitava: My American Dream); anzi, come se tutto quello che mi sia successo negli ultimi tre anni, da quel benedetto 8 Ottobre 2006, fosse stata una fantasia, e che fosse alla fine arrivato il mattino, il tempo di alzarsi e ricominciare la vita, quella *vera*. Il fatto è che il tutto ha una sua corrispondenza ben precisa, ed è questo più di ogni altra cosa che mi ha lasciata interdetta: perché il 2006 è stato anche l’anno in cui ci siamo trasferiti in questa nuova casa, più grande, dove prima ci abitavano i miei nonni. Questo per dire che non credo alle coincidenze, soprattutto a questo tipo di coincidenze. Tra l’altro, nel primo pomeriggio dello stesso giorno, mentre stavo finendo di sistemare maglie varie, e in generale cercando di mettere un po’ d’ordine nella stanza, ascoltavo Brand New Day di tale Joshua Radin (era pure all’Hard Rock Calling quest’anno, ho poi scoperto), che ha un paio di versi molto consoni a come mi sento adesso: It’s a brand new day, for the first time in such a long, long time I know I’ll be okay. E insomma, proprio mentre risuonavano quelle parole mi son girata verso il palazzo di fronte (*sigh*) e nel cielo è apparso un arcobaleno bello grande (e sì, lo so che sembra una tipica scena da film, ma è capitato sul serio). Okay, il viaggio è finito, sono di nuovo in Italia, ma, come dire?, ci torno da persona cambiata, a testa alta, e con un paio di importanti conquiste in più. Non male, in effetti, per essere “solo” un viaggio.

Il 7 Ottobre tutte queste cose non le sapevo ancora, né le sarei mai arrivata ad immaginare, anche mettendomi di impegno; mentre insonne mi giravo e rigiravo nel letto nel cuore della notte, con un caldo abbastanza assurdo fuori, non avevo un qualche pensiero preciso in testa, se non che avrei finalmente visto this land America con i miei occhi, e non tramite fotografie o video di altri che ci erano stati. E questa era già di per sé gran cosa, se pensate che la mia love story con il nuovo continente prende le mosse da ben più tempo di tre anni, da quando mio padre mi portò a vedere Toy Story al cinema ed io mi innamorai, prima che di Woody, della casa in cui abitavano Andy e la sua famiglia, tipica villetta americana, per intenderci, ovviamente bianca. Quella fu la scintilla, a cui negli anni seguirono altri episodi più o meno rilevanti che mi hanno portata a conoscere meglio le capitali degli stati americani dei capoluoghi di provincia italiani. Poi a 16 anni era arrivato On The Road a gettare nuova benzina su un fuoco che a dire il vero si era negli ultimi tempi un po’ affievolito, causa convinzioni un po’ particolari che mi ero stampata in testa, e da quel momento mi fu chiaro che non era Londra, a chiamarmi, bensì la terra che si estende da New York a Los Angeles.
Quando fuori diventa giorno, mi alzo con un’agitazione addosso che non mi so spiegare, arrivo anche a pensare che sia una specie di paura per il lungo volo, o per il fatto di trovarmi a tante miglia di distanza da casa; per cercare di distrarmi mi vesto e precedo i miei in piazza di Spagna, dove ho appuntamento con Chiara, portandomi dietro una strana sensazione di deja-vu, perché avevamo fatto esattamente le stesse cose poco meno di tre mesi prima, quando dopo il concerto di Roma dovevamo prendere l’aereo destinazione Torino.
Tra una colazione mandata giù a stento e il racconto dei cibi provenienti da mezza Italia da consegnare oltreoceano arriviamo a Fiumicino, dove ovviamente già dall’imbarco-bagagli cominciano i problemi: il tipo oltre il banco ci chiede il codice ESTA; ci guardiamo un attimo interdette, prima di rispondere, candidamente, che non l’abbiamo, dato che sul sito veniva espressamente detto che non era necessario portarselo dietro; “No, no” ci ripete, “Adesso potete non darmelo, ma una volta là ve lo chiedono”. Panico. Per fortuna avevo deciso di portarmi il pc dietro, e con la chiavetta riusciamo a rifare la procedura in tempo e a scriverci per bene il codice (infinito); passato il momento critico ci prendiamo due panini e ci dirigiamo verso il check-in: panico #2, fila chilometrica e (ovviamente) confusionaria, con solo quattro porte aperte. Guardiamo l’orologio e ci accorgiamo che è tremendamente tardi, sono le 12:30; e così, per la serie “Gli Springsteeniani e le code” e sotto suggerimento di mio padre, saltiamo come fosse la cosa più normale del mondo (o come se qualcuno ci stesse tenendo il posto lì davanti) qualcosa come cinquecento persone in fila fuori dall’area check-in, così che ce ne rimangono davanti un centinaio scarso. Venti minuti più tardi corriamo verso il nostro gate di imbarco con in mano felpe e zaini, ma quando ci arriviamo lo vediamo chiuso: panico #3; per fortuna in quel momento sentiamo i nostri nomi risuonare nell’aria, ci giriamo ed individuiamo l’impiegata che parla nel microfono: ultimi cento metri a perdifiato, porgiamo i documenti e lei con espressione a metà tra il disgustato e lo snob ci rimprovera: “Meno male che siete arrivate, vi stavamo cancellando!”, e nella mia testa malata è seguita una risata diabolica stile Dracula. Altra corsa fino all’ingresso (plateale) sull’aereo, prima di buttarci sfinite sui nostri sedili (dimenticandoci peraltro di spegnere i telefonini e di allacciare le cinture) e cercare di riprendere un respiro regolare. Ci guardiamo in faccia e pensiamo che se questo non è neanche il primo giorno... Per la serie (e mai circostanza fu più indicata): “We can make it if we run”. Dopo due minuti l’aereo decolla. Durante il volo, ad un certo punto ci si avvicina una signora, sbircia il mio block-notes di traduzioni che Chiara stava leggendo, e afferma estasiata: “Che calligrafia precisa (balle, nda), vorrei saper scrivere anch’io così! Che sono, poesie?”, al che ci scambiamo un’occhiata perplessa, prima di rispondere: “No, non le ho scritte io, sono dei... ehm, testi...”; lei rimane ancora un po’ a fissare il foglio, e poi si allontana: scopriremo poco dopo che era una hostess, senza divisa ma sempre una hostess. Il resto del volo va via tranquillo, e penso tra me che il destino ha davvero uno strano modo di prendersi le proprie rivincite, facendomi fare scalo giusto a Parigi: nel 2007, ad inizio Magic Tour, mi ero fatta convincere a comprare un biglietto per lo show del 17 Dicembre proprio a Parigi, penultimo della leg Europea, tra l’altro, ma una settimana prima avevo saputo che il 18 ci sarebbe stato compito in classe di matematica, spostato da un’altra data non mi ricordo nemmeno più per quale motivo; la cosa sulle prime non mi era sembrata un problema, senza starci manco molto su a pensare avevo deciso che l’avrei saltato come se nulla fosse, salvo poi recuperarlo dopo, ma sfortunatamente in quei dieci giorni lì capitò il consiglio di classe, dove anche se prima di quella volta non si era mai parlato di niente, la prof di matematica uscì fuori il discorso del compito in classe, e mio padre che era rappresentante dei genitori ovviamente lo venne a sapere, e insomma detto in parole poverissime la trasferta francese se ne andò in fretta a quel paese, e anche se mio padre, vedendomi giù in una maniera impressionante, disse che se avessi trovato due biglietti per Londra (due giorni dopo) mi ci avrebbe accompagnato lui, la cosa non valse a niente perché i biglietti erano ovviamente impossibili da trovare, così passai il 17 sera chiusa nella mia camera, con il pc spento ed io nel letto a sentirmi It’s My Life e No Surrender in rotazione per due ore e mezza di fila, la durata del concerto, più o meno. Il giorno dopo, finito il compito (che, per dovere di cronaca, vi dico essere risultato non solo il peggiore in cinque anni di liceo, ma addirittura il mio voto più basso in assoluto), presi quei due biglietti gialli e ci scrissi sopra, con pennarello indelebile nero: “We busted out of class, had to get away from these fools, we learned more from a three-minute record baby, than we EVER LEARNED IN SCHOOL!”; e come in una sorta di rituale, ne bruciai un pezzettino sul lato corto e promisi a me stessa che non avrei mai più saltato un Concerto, mai più da quel momento in poi avrei lasciato che qualcuno o qualcosa si mettesse di mezzo tra me e le mie passioni. Tutta questa storia mi torna in mente solo in quel momento, e mi fa uno strano effetto, perché di solito se ci sono delle coincidenze, dei ritorni nella mia vita me ne accorgo subito, mentre back in Agosto, quando avevamo prenotato il volo e avevo letto dello scalo a Parigi, non si era acceso alcun campanello nella mia testa (anche se in parte la cosa è spiegabile considerando che quel pomeriggio lì decidemmo di comprare il biglietto in mezzo ad un tira e molla generale, pensando tutto ed il contrario di tutto sulla lunghezza del periodo e ogni annesso e connesso possibile). Vengo sottratta a questo cumulo di rimembranze dal ritorno della hostess senza divisa, che, venuta a controllare se avessimo le cinture allacciate, il sedile in posizione verticale e il tavolinetto chiuso, “chè stiamo per atterrare”, ne approfitta per chiederci se quelle canzoni le dovessimo cantare; dopo esserci scambiate un’occhiata divertita, le rispondiamo di sì.
Il Charles De Gaulle si rivela essere un gran bell’aeroporto, ma di poca praticità se sei di fretta e devi andare da un terminal all’altro; da una mappa che ci avevano dato a Fiumicino avevamo più o meno capito che l’imbarco del volo per New York era l’E, ossia di fronte all’F, quello da dove stiamo uscendo ora: peccato che “di fronte” corrisponda a qualcosa come un chilometro, un chilometro e mezzo da fare rigorosamente a piedi e che comprenda il dover ripassare da tutti i controlli (quando in Italia ci avevano detto che no, non dovevamo); corriamo, quindi ripassiamo i controlli (meno male che non c’era la confusione di Roma), notiamo che il volo, molto ovviamente, è in ritardo di una mezz’ora, ed erroneamente pensiamo di avere un po’ di tempo per andare in bagno e prenderci qualcosa da mangiare, visto che il cibo datoci sull’aereo era stato bollato come un “non meglio identificato”. Sì, come no. Il tempo di uscire dal bagno e notiamo che la fila per l’imbarco del volo per New York si muove di già: addio spuntino, ci mettiamo in coda e dopo una ventina di minuti siamo sedute ai nostri posti, che con un colpo di culo non indifferente sono sull’Upper Desk, una specie di seconda classe che si assomiglia alla prima; abbiamo posti vicino al finestrino, i sedili sono grandi e comodissimi, c’è spazio tra una fila e l’altra, possiamo appoggiare le cose anche di lato e troviamo pure cuscino e coperta ad attenderci. Questo perché non solo viaggiamo su un aereo di linea, ma il bestione enorme è un Boeing 747-400, proprio come quelli che si vedono nei film! Inutile dire che scatto una decina di foto in un paio di minuti, l’unica parola che mi esce dalla bocca per un po’ di tempo è: “Figaaaaaaaaaaaataaaaaaaaa!!!”, che peraltro rende assai bene il mio stato d’animo in quel momento: non ero mai stata al di là dell’Europa, ovviamente, e trovarmi su un coso del genere forse mi ha aiutato a realizzare veramente, per la prima volta, che sì, in effetti stavo davvero andando in America, non era una fantasia, quella.

Il Boeing 747-400 della tratta Parigi-New York

Chiara ed io prima della partenza

Resti del *pranzo* non meglio identificato servitoci sul volo per NY

Le otto ore di viaggio passano più o meno così, tra una mia esclamazione di stupore all’altra, per le cose più disparate: la possibilità di scegliere tra cinque o sei film in lingua originale nuovissimi (mi sono rivista Whatever Works di Woody Allen a distanza di dieci giorni da quando l’avevo visto a casa), il cibo servito ad intervalli regolari, il display con la segnalazione delle miglia percorse, le rimanenti, la temperatura esterna, l’ora a destinazione e quella alla partenza, la tratta sulla quale viaggiavamo e l’altitudine, un fiocco di neve che si stampa sul finestrino e rimane lì fino all’atterraggio e altre simpatiche cose su questa riga, che dopo che le vedi per la prima volta forse sono un po’ banali, ma tant’è. Inutile dire che di dormire neanche a parlarne, con tutta quella roba da osservare e ricordare. Durante il volo l’aereo recupera il ritardo che aveva, così che alle 7 pm atterriamo al John Fitzgerald Kennedy di New York City, signore e signori. Ma una cosa che non scorderò mai è quando l’aereo ha cominciato ad abbassarsi sempre di più, e dal finestrino ho cominciato ad intravedere le coste frastagliate del Maine prima, e poi il Long Island, e poi, man mano che diminuiva la quota, tutte le strade, e i diners, e le insegne a neon, e i parking lots, e le villette, e l’oceano, e le boe di segnalazione al largo, e le navi militari... Insomma, tutto l’amabaradàn che si vede sempre nei film e che apparteneva al mio immaginario Americano l’ho visto materializzato lì, sotto i miei occhi, come in una specie di plastico in movimento, ed allora ho pensato: “Cazzo, questa è l’America!” con un groppo in gola assurdo, che c’è davvero mancato poco che non mi mettessi a piangere con la faccia appiccicata al finestrino ghiacciato, guardando tutte queste cose, e nel contempo il sole tramontava placido e rosso all’orizzonte, donando un aurea ancora più mistica a tutto quel paesaggio che si andava delineando sotto i miei occhi. E poi ecco, i motori dell’aereo si spengono, il comandante ci avvisa che siamo arrivati, la gente comincia ad alzarsi: sotto shock mi infilo la giacca, e poi il giubbotto di pelle, mi alzo in piedi, prendo lo zaino che Chiara mi porge, scendo gli scalini, percorro il corridoio che porta all’accettazione, mi metto in fila per passare i controlli, con in mano i due foglietti dell’ufficio immigrazione che ci avevano fatto compilare durante il volo; ci sono tre tv accese e sintonizzate sulla CNN, con i sottotitoli, dove due opinionisti parlano dell’aumento del crimine a Chicago; la fila è lunghetta, ma hey, questa è l’America, in un batter d’occhio aprono altri quattro o cinque ingressi ed il gioco è fatto, dopo qualche minuto è il nostro turno. Ci chiedono i documenti (e no, il codice ESTA non serviva proprio), i due foglietti, qualche firma, ci fotografano, ci prendono le impronte digitali di entrambe le mani, chiedono se siamo lì per turismo; in quel momento riesco ad uscire dallo stato assorto in cui ancora ero e rispondo: “No, we’ve come to see some Springsteen shows...”, e alla parola Springsteen il tipo sorride, dice qualcosa tipo “Wonderful!”, ci restituisce i documenti con il tesserino verde pinzato all’interno e ci augura “Enjoy your shows!”. Eh sì, questa è l’America, baby.
Recuperati quasi subito i bagagli usciamo dalla zona accettazione, non senza un momento di panico quando ci fermano poco prima dell’uscita e ci chiedono se trasportiamo del cibo; “No” rispondiamo con fare onesto e sincero, il tipo si fida e ci lascia andare, cinquanta metri e siamo nel terminal B; il tempo di una sciacquata e chiamiamo Ale e Claudio al telefono, loro sono arrivati quasi quattro ore fa e sono a New York, in giro; dopo una breve consultazione decidiamo che non è cosa di prendere treno e metro con tutti i bagagli insieme, e optiamo per rimanere in aeroporto ad aspettare Maurizio ed Antonio, il cui aereo atterrava per le 8 da Amsterdam, ed una volta insieme cercare di raggiungere in qualche modo il nostro motel, somewhere in the swamps of Jersey. Così ci avviciniamo al tabellone dove ci sono scritti i voli in arrivo e controlliamo l’ora: niente; proviamo con la provenienza: niente; ci guardiamo perplesse, non riuscendo a capacitarci su che fine possa aver fatto un volo proveniente da Amsterdam; avremmo scoperto dopo che quel tabellone mostrava soltanto i voli in arrivo a quel terminal (che tra l’altro noi consideravamo l’unico per i voli esterni), e che in totale ce n’erano più di dieci, di terminal. Appurato questo, e ridendoci su, ci lasciamo andare su delle sedie e aspettiamo l’arrivo dei nostri compagni di avventura, che arrivano un’oretta dopo. Giusto il tempo di un saluto e di buttare giù qualcosa che siamo fuori... per poi rientrare dieci secondi dopo: cavolo, che vento gelido! Scegliamo quindi di fare la strada per prendere un taxi dall’interno, usciamo, ce n’è uno lì fuori ad attenderci, chiediamo il prezzo per andare in New Jersey (chi caspita va in New Jersey, non appena sbarcato in America!?), dividendo la corsa ci vengono 10 dollari a testa, accettiamo e montiamo su. Essere a bordo di un taxi giallo di New York è un’altra di quelle cose che per me non hanno prezzo, per ovvi motivi; osservo ogni singolo dettaglio dall’interno come se stessi guardando un quadro famoso. Il taxista parte, ma il tempo di immettersi nel flusso di auto che accosta, chiede a Maurizio che siede davanti se sa il numero di telefono e il codice postale di dove vogliamo andare; fortunatamente lui l’aveva con sé, nel bagagliaio ma ce l’aveva: fosse stato per me, sarei rimasta al JFK, dato che non solo non avevo nemmeno l’indirizzo di questo motel, ma addirittura avevo indicato prima in Italia e poi all’immigrazione in aeroporto come residenza per il periodo di permanenza l’indirizzo di una pasticceria (che avevo con me solo ed esclusivamente perché avevano lanciato un pasticcino con i gusti preferiti del Nostro). Ripartiamo, stavolta definitivamente. I due davanti parlano un po’, il taxista chiede da dove veniamo, fa qualche domanda e poi mette su un cd di musica latino-americana, e porta il tempo sul tettuccio interno dell’auto; la scena ha del paradossale per noi, ma presto scopriremo che questa è la quotidianità, around here; per un po’ riprendo, poi quando mi dice che non si può spengo e rimango incantata a guardare il traffico, fin quando non mi accorgo che abbiamo imboccato una strada con un cartello con su scritto: “Manhattan”. Lì per lì non dico niente, magari la strada si chiama così e non c’entra niente con New York, chi lo sa? Sono appena arrivata, non posso pretendere già di sapermi muovere, che diamine!, penso, e torno a gustarmi il tragitto. Dieci minuti dopo l’uomo al volante se ne esce con una frase del tipo: “Vi sto portando a fare un giro di New York, okay?”; chi tace acconsente avrà pensato, scambiando il nostro silenzio perplesso con una risposta affermativa, e così in un quarto d’ora vediamo il Madison Square Garden, l’Empire State Building e Times Square (da una posizione un po’ angolata, ma vabbè), e tuttavia quel che mi colpisce di più sono le palazzine, con quelle scale antincendio così particolari, i portoni che per raggiungerli devi salire qualche scalino, le tende tirate, le stradine deserte con le macchine parcheggiate vicino al marciapiede, le piante sui davanzali... Di nuovo, tutto il mio immaginario Americano fatto realtà, visto finalmente con i miei stessi occhi, con le immagini che mi si sovrappongono nella mente di film che vanno da You’ve Got Mail (C’è Posta Per Te) a New York New York passando per West Side Story e via dicendo: sono talmente estasiata che faccio fatica a respirare. Poco dopo comunque ci lasciamo alle spalle New York, passiamo veloci il Lincoln Tunnel, e siamo nel New Jersey, questa terra che per la stragrande maggioranza delle persone non conta niente e che il resto d’America prende in giro, per noi tappa fondamentale e imprescindibile che ci farà un po’ da seconda casa, in queste due settimane. Adesso la stanchezza comincia però a farsi sentire, continuo a guardare fuori dal finestrino ma senza che le cose mi rimangano impresse nella mente, se non quando passiamo accanto al Giants Stadium, anzi, AI Giants Stadium, perché oltre al vecchio edificio con l’insegna blu e il banner dei concerti illuminato c’è anche il nuovo, che sorge a non più di cinque metri di distanza dall’altro; è un attimo, il tempo di realizzare la cosa e siamo già oltre, nulla intorno, e qualche minuto dopo il taxista gira, esce dalla Turnpike e accosta all’ingresso del nostro Comfort Inn. Un po’ spiazzati dalle luci dopo tanta oscurità, scendiamo dalla vettura e recuperiamo i bagagli, facciamo per pagare ed il tipo ci dice che sono 15 dollari a testa, non 10; la spiegazione è semplice, i 5 dollari extra sono la mancia, che impareremo presto in America si dà sempre e comunque, indipendentemente da che ne pensi tu. Non stiamo lì a discutere, paghiamo ed entriamo, facciamo velocemente il check-in e andiamo in stanza; il tempo di aprire le valigie e buttarci sul letto matrimoniale o quasi (in stanza ce n’erano due!) che arrivano Ale e Claudio a lasciare i loro bagagli; ci dicono che vanno a fare qualche foto al Giants di sera, vogliamo andare insieme? Decliniamo l’invito, ci vediamo domani, siamo stanchissime; però ad una cosa non resisto, accendo la tv, sono le undici meno un quarto, becco Letterman sulla CBS, e non riesco a fare a meno di sorridere: sì, è vero, questa è proprio l’America...

novembre 04, 2009

What Is This Land America, So Many Travels Here?

Riassumendo la giornata odierna fino a questo momento: sveglia sentita con mezz'ora di ritardo, pc che si accende e due minuti dopo chiede il rinvio (accordato), 5 sms trovati al risveglio (letti dopo), connessione che dura un minuto prima di cadere per ben tre volte, ri-riavvio del pc, ri-ri-connessione (che finalmente va a buon fine); avvio firefox, crash, ri-avvio firefox, ri-crash, ri-ri-avvio firefox, caricamento pagine, avvio explorer; F5 sulle news di backstreets, niente, click sulla sezione setlist, niente, click su btx (firefox); homepage di Bruce, lettura della latest news, commento: "Me l'immaginavo" (che non ci crederà nessuno, ma vabbè), click sull'altra scheda, aperta su facebook che ancora si deve caricare (explorer); click su The Promised Land, click sulla setlist in diretta (solo 8 pagine, mai vista una cosa del genere), lettura della setlist, finalmente (chè il pc l'avevo acceso solo per questo); homepage di fb, n. 146 commenti di varia natura con annessa disperazione di vario grado sulla latest news di cui sopra; in tutto questo mi vesto e colaziono, faccio i 100 mt di corridoio, i 153 scalini e vado alla fermata del bus; aspetto 10 minuti, ne prendo uno diverso dal solito (chè sono in ritardo), il 715 fa circa 200 mt prima di fermarsi causa lavori al manto stradale (leggi: troppa pioggia, disastro fogna), riparte dopo dieci minuti; cambio del bus, attesa di cinque minuti, salita sul secondo bus; arrivo a lezione con dieci minuti di ritardo, meravigliandomi di come siano pochi, in effetti; nel giro di tre ore arrivano altri 5 sms, ovviamente stesso argomento; finisce la lezione, corro sotto la pioggia per altri 200 mt per non perdere l'unico bus in mezz'ora e rimanere sotto la pioggia battente; quando arrivo in stanza sono arrivati altri 3 sms, e sul pc trovo 15 mail e una cinquantina di altri commenti con scopi suicidi e/o folli. In altre parole Springsteeniani.

Per la serie "Take 'Em As They Come"
Che poi, a me sinceramente che faccia sabato The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle e domenica tutto The River non è che me ne importi molto, probabilmente non me ne importa affatto, allo stesso modo in cui non me ne fregava molto di essere o meno nel pit nei concerti che ho visto oltreoceano, e i miei compagni di viaggio ne sono testimoni. Ad essere del tutto onesti e sinceri anche i concerti alla fine erano un di più, un premio extra diciamo, e uno me ne sarebbe anche bastato, alla fin fine, perchè il solo essere negli States per me era - ed è - la realizzazione di un sogno.
Quindi magari questo non è nemmeno un intervento da Springsteeniano, e quindi magari capirete perchè non me ne freghi nulla di ciò che suonerà al Madison questo week-end, anche se il tutto vi parrà un filo strano. C'è gente che fa avanti e indietro dal New England per vedere gli shows, e forse non sa nemmeno che l'11 Novembre è il Veteran's Day; noi ci siamo trovati con il 12 Ottobre, giorno del Columbus Day, ed anche se non abbiamo assistito a quasi nessuna celebrazione perchè eravamo in giro per outlet di mattina, be', quando lo dico e tutti mi guardano con l'aria un po' perplessa un po' stranita (come per dire, gli Springsteeniani: "Ma sei andata in America, hai visto i concerti allo Spectrum, e mi vieni a raccontare del Columbus Day?" e il resto della gente: "Ma sei andata in America, sei stata a New York, e mi vieni a raccontare di uno stadio e un palazzetto che tra qualche settimana buttano giù?" - che ci volete fare, questione di prospettiva), io in realtà mi sento felice di questa cosa, ho sempre sognato di trovarmi negli States in concomitanza con qualche festa tipica, non fosse altro perchè gli Americani, al contrario della maggior parte degli Europei e degli Italiani in particolare, sentono davvero le loro celebrazioni, molto più di quanto qui si senta il 25 Aprile o il 2 Giugno, giusto per rimanere nelle feste civili, per così dire.
Bruce si è venuto ad inserire in un background culturale già preesistente, da un po' di tempo al 2006 notevolmente più consistente, costituito da una non nascosta venerazione della porzione di terra che si estende da New York a Los Angeles, per semplificare. Che poi prima di Bruce è venuto il cinema, e prima ancora la letteratura; la parola America si associa nella mia testa soprattutto ad On The Road di Keruoac e a Scorsese, e solo dopo a Jungleland e New York City Serenade. Ripeto, so che suona strano sentirlo dire da me, ma è la verità.
E allora vi lascio con quella che per me è una delle più grandi frasi in assoluto, perchè riassume alla perfezione quello che voglio dire.
Old Dean's gone, I thought, and out loud I said, "He'll be all right". And off we went to the sad and disclined concert for which I had no stomach whatever and all the time I was thinking of Dean and how he got back on the train and rode over three thousand miles over that awful land and never knew why he had come anyway, except to see me.
So in America when the sun goes down and I sit on the old broken-down river pier watching the long, long skies over New Jersey and sense all that raw land that rolls in one unbelievable huge bulge over to the West Coast, and all that road going, all the people dreaming in the immensity of it, and in Iowa I know by now the children must be crying in the land where they let the children cry, and tonight the stars'll be out, and don't you know that God is Pooh Bear?, the evening star must be drooping and shedding her sparkler dims on prairie, which is just before the coming of complete night that blesses the earth, darkens all rivers, cups the peaks and fold the final shore in, and nobody, nobody knows what's going to happen to anybody besides the forlorn rags of growing old, I think of Dean Moriarty, I even think of Old Dean Moriarty, the father we never found, I think of Dean Moriarty.


ottobre 27, 2009

Then You'll See Me...

Oggi pomeriggio sono stata al cinema (attacco convenzionale, lo so benissimo da me, ma è quel che ci vuole). Sono stata al cinema con mia madre perchè non volevo che altra gente esterna partecipasse a questo badile di ferro che ho insindacabilmente deciso di darmi per due ore sui piedi, in questo temperato pomeriggio di fine ottobre (visto anche che circa dieci giorni fa ero a New York con cinque gradi fuori ed un cappellino di lana a protezione della testa). Perchè di solito la gente normale non vuole fare esperienza del dolore, e se lo può evitare, be', lo evita senza starsi a fare poi troppi problemi di natura psicologica e/o etica. Che è esattamente quello che io NON faccio, puntualmente. E lasciando da parte ragioni masochistiche, potrei spiegarlo dicendovi che forse trovo una certa consolazione nel vedere che ciò che a volte provo io lo provano anche molti personaggi sul grande schermo, che certo, non sono reali, ma chi li progetta e chi li scrive sì. Ma mi sto perdendo.

A farla breve, alle cinque e un quarto io e mia madre siamo uscite di casa, abbiamo preso la macchina dal garage, fatto dieci chilometri e raggiunto il multisala fuori paese; biglietti, pop-corn, sedute al nostro posto con dietro tre ragazzette da me subito etichettate come fans di Johnny Depp, cosa che non mi ha dato solo fastidio, mi ha proprio annoiato, perchè voleva dire che sarebbero state tutto il film o a parlare di quanto è "ganzo" il signor Depp (che io teoricamente sarei anche d'accordo, ma primo, in sala si sta zitti, nessuna eccezione, e secondo, cristo santo, NON ERA un film DI Johnny Depp!) o si sarebbero scocciate vedendo che il loro beniamino appariva sullo schermo per non più di cinque/otto minuti totali, tutti concentrati peraltro, e avrebbero inesorabilmente cominciato a parlare di altri fighettini tutti firmati con i soliti due/quattro anni più di loro che frequentano la loro stessa scuola (oh, che culo!) e che non le degnano nemmeno di un'occhiata (o, viceversa, quel giorno alla tal ora in tale posto i loro sguardi si sono incrociati per una brevissima microfrazione di secondo - e allora è amore!). Tutte queste cose le ho pensate nei cinque secondi che ci ho messo a prendere posto accanto a mia madre, che aveva nel frattempo scelto che quella fila era davvero quella giusta per noi e che mai avrebbe accettato di cambiare posto (perchè io ci scherzo su quanto volete, ma quando dico che anche al cinema voglio essere nel pit, be', ecco spiegato il motivo). Tuttavia, complici le due settimane di idillio passate oltreoceano che ancora lasciano qualche sprazzo di buonumore dentro di me, mi sono convinta che MAGARI avevo torto, e che dovevo smetterla di giudicare gli adolescenti solo con uno sguardo (la persona che ha tanta fiducia in sè, e che crede di non sbagliare mai? eccomi qua).

Dopo qualche istante partono i trailer, al solito gioco ad indovinarli alla prima scena (sì, uno po' come il fan che si entusiasma se riesce ad indovinare la song che sta suonando il tipo dalle primissime note, mentre tutti gli altri si interrogano che roba sia... poi uno dice la malattia), passano Up, Where The Wild Things Are e A Christmas Carol prima di arrivare al primo che non conosco (con mia madre che trasforma velocemente un sospiro di sollievo dato dal fatto che sua figlia sembra aver recuperato per un attimo il senso della ragione in un "Oooooooh!" di ammirazione quando vede comparire sullo schermo la faccia del suo bel George); trattasi di The Man Who Stare At Goates, e già il titolo, abbinato al nome di Clooney, dovrebbe farvi rizzare le antenne su che tipo di film questo possa essere (se poi ci aggiungete che il regista è tal Grant Heslov, autore di Good Night, And Good Luck - titolo bellissimo tra l'altro, se permettete la parentesi nella parentesi - allora il gioco è fatto). Ora, non sto dicendo che questo genere di film debba piacere a tutti, non l'ho mai detto e difficilmente lo dirò, ma diamine, non credo di chiedere tanto dicendo che, in caso contrario, è meglio non commentare; come disse l'uomo saggio, è meglio star zitti, e far credere di essere stupidi, che parlare, e frugare ogni dubbio (o una cosa del genere). So anyway, le tre ragazzine dietro di me alla fine del trailer si scambiano i reciproci commenti: "Questo è un film stupido" (alquanto univoco, come giudizio, non c'è che dire), e mia madre fa in tempo ad afferrarmi per la manica della mia nuovissima felpa targata Gaslight (chè a me MI fanno un baffo, gli stilisti comuni!) prima che io salti sulla poltrona in pelle della sala e faccia a pezzi quei tre esseri naturalmente privi di scopo nonchè di cervello dietro di me: ci sono ben poche cose che mi fanno incazzare sul serio, la stupidità di giudizio su cose al di fuori della propria portata è una di queste, e già in giorni normali chi sbaglia corre il rischio della mia furia, ma oggi... oggi poteva essere letale, per il film che stava per cominciare.
Fortunatamente però, se faith just ain't enough, mia madre sì, mi conosce bene e riesce a giocare in anticipo quasi sempre sulle mie mosse, quindi bloccandomi il braccio destro ha evitato uno spargimento di sangue che oramai sembrava essere inevitabile; per farmi concentrare su altro mi chiede anche i pop-corn, così che dopo qualche attimo passato a fissare lo schermo in cagnesco senza davvero vederlo torno a distendermi traendo grossi respiri per calmarmi e per evitarmi una crisi isterica una volta cominciato il film, tanto ormai è questione di qualche minuto, non di più.
Infatti poco dopo parte la musica di sottofondo, si susseguono i nomi della casa di produzione e di quella di distribuzione, ed io prendo un bel respiro profondo, so che mi servirà tutto per arrivare fino in fondo con almeno una parvenza di lucidità e di autocontrollo, giusto il tempo necessario a fare quei 50 metri che separano il mio posto nella sala dal bagno, e poi da lì recuperare un po' di calma per gli ultimi duecento metri fino al parcheggio e alla macchina, e da quel punto in poi sparire nell'oscurità della strada poco illuminata, sul sedile anteriore del passeggero. E' il mio modo di non affrontare le cose, o di perdermi nei meandri dei miei pensieri più bui; gli altri bevono, o prendono sonniferi, o droghe: io guido fin quando non mi passa.

Se vogliamo vedere il lato positivo della faccenda, c'è da dire che come ultimo film di meglio non si poteva chiedere: a parte che per un'oretta lo si vede bene in faccia, con la telecamera che indugia sul suo bellissimo sorriso più e più volte, anche la vicenda in sè assume contorni da leggenda e diventa, in un certo senso e con le dovute distanze, una sorta di testamento spirituale di un ragazzo già destinato ad entrare nel mito, a ragione e giustamente, per come si erano messe le cose qui nel mondo terrestre. Perchè alla fine i riconoscimenti arrivano sempre dopo, in certe circostanze, con certi attori, e, spesso se non sempre, poi, ma solo poi, ci si chiede il motivo di questo ritardo, il perchè un premio Oscar nel 2006 non andava bene ma nel 2008 sì, ed inevitabilmente si finisce per andare a parare con la solita tiritera: c'è bisogno che intervenga la morte a renderci cristalline le cose, siano esse decisioni da prendere o premi da assegnare? Non basterebbe forse un pizzico di coraggio in più? Per dirla alla Bob Dylan, the answer, my friend, is blowing in the wind, the answer is blowing in the wind.

Starla qui a menare sul valore artistico del film sinceramente mi pare una stronzata, perchè come ripeto spesso a chi mi chiede dei giudizi ci sono delle pellicole che in tutta onestà non riesco ad estrapolare dal gruppo creativo che le ha realizzate, da quel particolare attore o da quel particolare regista che ci ha lavorato su, e a darne un'opinione imparziale; è un qualcosa di veramente innaturale per me, e anche solo tentare sarebbe una presa in giro nei confronti miei e di chi mi legge, quindi se volevate una recensione sul film avete sbagliato lettura, perchè questa è una di quelle volte.
Spesso viene detto che il cinema rende immortali, il che è quasi sempre vero; tutte le grandi star del passato, da Humphrey Bogart a John Wayne arrivano a noi grazie ai film che hanno girato, uno o cinquanta, il numero non fa differenza, perchè in qualsiasi momento tu sai che con un semplice gesto puoi far rivivere quell'attore, e quel personaggio, sotto i tuoi occhi, anche se è solo per un breve lasso di tempo, prima di tornare ognuno nel suo mondo, noi al terrestre e loro all'aldilà. Ma non è solo questo, c'è di più. Il cinema mutua emozioni e sentimenti pressochè universali, si fa portavoce di istanze comuni, e le fa rivivere sullo schermo in modo che quel piccolo pezzo di celluloide frutto della creatività umana serva ad altri uomini per sentirsi meglio, fosse anche per un paio di ore, il tempo di staccare con il mondo, sedersi un attimo e guardarsi un film senza stare a pensarci troppo su.

E' questa la ragione per cui oggi è stato difficile guardare il film fin dal primo minuto, perchè sotto ai miei occhi sembrava ci fosse lo smascheramento di una grande menzogna, la caduta di una grande illusione: lo guardavo sullo schermo e non potevo fare a meno di pensare che quella a cui stavo assistendo era solo una finzione, un trucco, per così dire, perchè nella realtà lui non c'è più da quasi due anni ormai. Ma poi mi è tornata in mente quasi con arroganza una frase, una cavolo di frase con cui ci ho pure fatto una fotografia due settimane fa, che recita così: everything dies, baby, that's a fact, but maybe everything that dies someday comes back, il che è dannatamente vero, o almeno lo è per me, lo è sempre stato credo, anche quando quella frase ancora non la conoscevo.
Così il resto del film l'ho guardato con gli occhi sempre lucidi, inevitabilmente, ma con la segreta convinzione che il cinema una volta di più stava svolgendo uno dei suoi ruoli più nobili in maniera egregia, consegnando alla storia e all'umanità non solo una nuova interpretazione di uno dei più grandi attori moderni, ma anche e soprattutto l'immortalità ad Heath Ledger.


P.S.: So che qualcuno si aspettava il post post-American journey tutto minuzioso e da adepti (nonchè da esaltati), ma questo aveva senza alcun dubbio la precedenza, ci tengo a precisarlo.

P.P.S.: Per la cronaca, le tre ragazzine di cui sopra hanno accolto l'intervallo con un "Ah, finalmente!!!" pronunciato quasi all'unisono, dopodichè si sono alzate e sono andate a rifarsi il trucco in bagno e a comprare un cestino da mezzo chilo di pop-corn. Doveva essere il loro giorno fortunato, visto che sono scampate per la seconda volta alla mia furia (questa volta ci hanno pensato le mie lacrime a trattenermi). Ribadisco la mia preferenza per le volte in cui ci sono solo io in sala a vedere il film.

ottobre 02, 2009

Bring On Your Wrecking Ball

Ieri mattina sono rimasta shockata, nell'ordine di lettura visiva del sito di Bruce, da:

- le maglie e i gadget nuovi celebrativi del Giants;
- il parlato su Growin' Up;
- la song nuova.

E tuttavia ieri sera m'è capitata una cosa curiosa.

Stavo tornando a casa dal cinema, e invece di prendere la statale e bruciarmi i quindici chilometri di strada in pochi minuti ho deciso di prendere quella alternativa, che tra le altre cose passa nel paese (il multisala si trova tra Bisceglie, my hometown, e Molfetta, the next one, quasi in terra di nessuno); questa strada di collegamento ad un certo punto diventa una delle principali della città, spaccandola in verticale da un'estremità all'altra, ma se al primo incrocio giri a destra dopo un po' ti ritrovi sulla strada che costeggia il mare. Una volta giunta quindi al porto, ho abbassato i finestrini ed alzato il volume della radio, che ovviamente suonava Wrecking Ball ad alto volume; la litoranea è lunga un sette/otto chilometri, e quando termina c'è una curva che ti porta sulla sua parallela lungo la quale si affacciano tutte le villette (avete presente Asbury Park e l'Ocean Groove? Ci siamo molto vicini): alla fine di quest'altra strada c'è lo stadio comunale dove gioca il Bisceglie calcio a 11. A dir la verità per tornare a casa non avrei dovuto arrivare fino ai piedi dello stadio, la villetta dove abito d'estate è un chilometro scarso dopo quella famosa curva, ma tant'è, continuando a rimettere Wrecking Ball avevo deciso di stare un altro po' in macchina, finire il giro ed arrivare a destinazione prendendo la strada a scorrimento veloce che collega Bisceglie con Trani. In tutto questo, non è che stessi pensando allo stadio Ventura, intendiamoci: stavo ascoltando la song, ma più che altro guidavo seguendo la musica, senza pensare veramente a qualcosa, godendomi la passeggiata ora che la litoranea è pressochè deserta dopo le sei (finalmente), e non devo imprecare contro gli automobilisti che camminano a dieci all'ora. And so, mentre guidavo all'improvviso mi accorgo che, in lontananza, il cielo è illuminato come mai lo avevo visto a Bisceglie, molte volte altrove, a Roma, Milano, Barcelona e via dicendo; all'inizio non avevo mica collegato però: me ne sono accorta solo quando sono arrivata a pochi metri di distanza dallo stadio (il Bisceglie milita nell'Eccellenza, se non sbaglio, e da che mi ricordi non ha mai giocato una gara in notturna, ragion per cui non avevo mai visto lo stadio con i riflettori accesi, prima di ieri sera). E' stato in quel preciso momento che mi sono emozionata sul serio, ascoltando Wrecking Ball e comprendendo le parole che Bruce stava cantando: lì, ferma in macchina davanti ad uno stadio in cui sarò entrata tre o quattro volte in vita mia, che non sento assolutamente mio e per il quale, se lo dovessero mai buttare per terra, non mi dispiacerebbe nemmeno un po', be', davanti a questa struttura antiquata e quasi mai piena io mi sono commossa, non so neanche il perchè, anche se forse riesco ad intuirlo. Wrecking Ball non parla solo di uno stadio che viene demolito, quanto piuttosto di come le cose cambino indipendentemente dalla tua volontà, senza che tu venga tirato in causa o ti sia chiesto un tuo parere; accadono, e ti ritrovi al loro cospetto in cerca di risposte a domande retoriche, risposte impossibili da trovare semplicemente perchè non esistono. Ecco che allora lo stadio diventa il simbolo della giovinezza, o dell'infanzia, o di un qualunque tempo in cui ti ricordi di esser stato felice, un tempo che ora appare inesorabilmente lontano e destinato a non tornare:
When all our youth and beauty it's been given to the dust, and hard times come, hard times go just to come again.

settembre 22, 2009

The Future Is (Not) Unwritten (Sometimes)

Oggi avrei voluto parlarvi di qualcosa che mi sta girando per la testa, questione alquanto delicata, perchè se, come si dice, il primo passo per guarire da una dipendenza è ammettere di avere un problema, be', io l'ho già fatto, ma senza riscontrare miglioramenti di sorta, anzi, se possibile, peggiorando ultimamente fino a starci sempre su a rimurginare. And so, inizialmente l'idea era questa, sennonchè stamattina, leggendo la setlist dello show di ieri in quel di Des Moines, e facendo qualche ora più tardi una scoperta rivelatrice, ho deciso di mettere per un po' da parte il mio malessere e raccontarvi di questa scoperta (dato anche che ieri notte, parlando con me stesso, sono arrivato perlomeno ad una spiegazione almeno in parte razionale della faccenda, ma questa è un'altra storia, come si dice).

Quando la settimana scorsa sono stata a Roma per dare l'ultimo esame del primo anno, non ho mancato di farmi un giro nella Feltrinelli della Galleria Sordi, ovviamente uscendomene con qualcosa in mano, un blu-ray (di Gran Torino), un dvd (Escape From Alcatraz, Fuga Da Alcatraz) e un libro (I Wanderers). Inizialmente ci ero entrata sapendo di dover comprare, oltre al film di Eastwood, anche The Wrestler, a cui purtroppo ho dovuto poi rinunciare per il prezzo troppo alto di Gran Torino, e perchè avevo assolutamente bisogno di un libro, dato che dopo aver letto Cell di Stephen King in originale a fine agosto avevo fatto una full immersion nello studio che mi aveva portato a non aprire più un libro per metà settembre (e anche perchè me ne mancava uno di narrativa: ne leggo tre o quattro contemporaneamente, e al momento sul comodino ne ho uno di svago, Accecati Dalla Luce, ed uno di studio, Real World - pretenderete mica che vada negli States impreparata, no?). Mentre salivo con le scale mobili al settore libri, avevo preso dalla tasca un biglietto che porto sempre con me con un elenco di film da comprare, per cancellare i due che tenevo in mano; controllando la lista noto a fine foglietto il nome di un libro (e del suo autore): Richard Price - La Vita Facile (e mica sono una persona organizzata, io! Se mi serve qualcosa - film a parte, chè ho imparato a farlo - mica me la segno, io!). Fortunatamente però ho una buona memoria quotazionale e associativa, riesco a ricordarmi velocemente film o libri tramite ragionamento o facendo rifermeno a particolari cose e/o situazion, ragion per cui mi son detta che l'avevo già comprato e letto lo scorso autunno e ho riposto il foglietto nella tasca posteriore dei jeans. In tutto questo ero arrivata al piano di sopra e avevo raggiunto il settore che mi interessava; a questo punto la domanda era che caspita comprare: accantonato King, che ho deciso di leggere solo in inglese, d'ora in poi, ero alquanto a corto di idee. Mentre mi aggiravo pensierosa tra gli scaffali cercando una copertina o un titolo che mi colpisse, all'improvviso mi tornò in mente Richard Price, scambiandolo però con Richard Ford, un altro autore che avevo molto apprezzato lo scorso autunno grazie a Lo Stato Delle Cose. Insomma, a farla breve ho cercato Price credendo di star cercando Ford, evidentemente non mi ero ancora ripresa dall'esame, amici cari. Ho scorso i libri sopra il talloncino "P" per un po', fin quando non ho trovato appunto questo libro, I Wanderers, di Richard Price, con scritto, in copertina: "L'altro lato di American Graffiti... Un perfetto amalgama di sesso, violenza e humour", pezzo di recensione del Rolling Stone Americano, giornale di cui mi fido quasi cecamente, ma alla fine ciò che mi ha proprio convinto oltre l'ambientazione e le lodi riportate di William S. Burroughs è stata questa frase: "Attraverso una traduzione completamente nuova, che consente per la prima volta di apprezzare la ricchezza dei dialoghi di Price, il lettore italano può finalmente accostarsi a uno dei libri-culto della narrativa americana contemporanea".
Quindi ho comprato il libro e sabato l'ho iniziato a leggere; pagina 33:


" 'Ed ora, signore e signori, vi prego di mettervi in piedi per l'inno nazionale' annunciò Eugene, sull'attenti accato al giradischi. Un piano gracchiante di scariche statiche introdusse la voce di pancia di Dion.

Oh, I'm the type of guy who will never settle down,
Where the pretty girls are, a well you know that I'm aroun'
I a kiss 'em and I love 'em cause to me they're all the same
I a squeeze 'em and I hug 'em, they don't even know my name
They call me the Wanderer, yeah the Wanderer
I roam aroun' aroun' aroun'

Dopo il loro tema, Eugene preparò una pila di 45 giri, mettendo due lenti per un veloce. La festa era cominciata."

E qui comincia la parte surreale, liberi di crederci o no. Quando leggo le ultime due frasi della strofa (non viene detto il titolo della canzone, ma basta poco per arrivarci, visto che la loro gang si chiama The Wanderers e viene detto che è il loro inno uffciale) mi fermo un attimo e penso che sarebbe stato un buon ritornello per una song del Bruce Born To Run, dopodichè mi ricordo che la storia è ambientata nei primi anni Sessanta e passo avanti, riproponendomi di andare almeno su youtube ad ascoltarla, giusto così per curiosità. Però la cosa alla fine mi passa di mente, non me la segno e finisce per andare nel dmenticatoio del mio cervello, nonostante quasi ogni volta che i ragazzi protagonisti del libro mettano su un disco o ascoltino una canzone sia qualcosa di Dior, al punto che più volte mi dico di andare a cercare news su di lui.
Domenica finalmente mi decido a mettere a posto e registrare due bootleg che avevo già masterizzato da circa un mese e che giacevano abbandonati sulla mia scrivania, along with un sacco di altre cose, al solito. Uno di questi era il New York Children's Health Project Benefit, show di beneficienza risalente al Dicembre 1987 presentato da Paul Simon; uno dei motivi per cui era ancora lì era la mancanza di un artwork adeguato: la registrazione è una nuova fonte non circolata prima, e differisce dalla precedente in quanto completa. Per ovviare al problema avevo pensato di mettere la copertina di quella (targata Yellow Dog) e poi trascrivere le tracce sul retro del booklet anteriore, e dato che erano parecchie tracce ogni volta che guardavo colpevole quei dischi avevo trovato qualcos'altro a cui dedicarmi, almeno fino a Domenica. Ora, per continuare con la serie "Incredibile Ma Vero", se andate a spulciare l'elenco degli ospiti presenti quella sera e le relative esecuzioni troverete una simpatica sorpresa: numero 8 del disco 1 (Yellow Dog) o numero 13 del disco 1 della nuova source, mr. Dion con The Wanderer, un bell'applauso ladies and gentlemen.
Capirete quindi la mia sorpresa e anche la mia espressione sbalordita di stamattina quando ho letto
la scaletta di Des Moines di ieri: alla 13esima posizione, troviamo la canzone The Wanderer, originariamente registrata da Dion, per la first esecution EVER da parte della E Street Band.

Questo per dire che certe cose... certe cose non accadono proprio per caso.

settembre 13, 2009

Latest News

Rieccoci qui, a più di un mese di distanza dall'ultimo post, a parlare di quel che è accaduto nel mentre che qualcuno (molti) si faceva le ferie al mare o altrove, e qualcun'altro rimaneva a casa, chè le ferie le aveva già fatte (se ferie si possono chiamare).
Tutto sommato questo Agosto è passato in fretta anche per me, che l'ho passato in gran parte buttata sul divano di sotto a guardare Fox Retro e un sacco di film variegati, spaziando da To Have And Have Not (Howard Haws, 1944, Acque Del Sud in Italiano) a Made Of Honor (Paul Weiland, 2008, Un Amore Di Testimone), passando per Serpico (Sydney Lumet, 1973); il tempo di realizzare che ero tornata dall'ultimo viaggio Springsteeniano in a while, che mi sono ritrovata a dover aprire i libri per l'esame del 15 Settembre e a realizzare che, tra una cosa e l'altra, questa strana estate stava già volgendo al suo termine. E dico strana a ragione, perchè una notte in cui non riuscivo a dormire e sono rimasta a fissare il soffitto ho improvvisamente realizzato che la mia testa era ferma ad un giorno non meglio precisato di metà Maggio, il 18, in cui non è che sia capitato qualcosa, eh, ma chissà come mi è rimasto stampato nella memoria.
Insomma, mentalmente devo ancora andare a Stoccolma, per intenderci. E questo perchè le emozioni sono state tante, e una dietro l'altra per giunta, così che non c'è stato il tempo materiale per riprendersi per bene, prima di ripartire un'altra volta. Devo ancora trovare il coraggio di riscotare la Lost In The Flood, o la Fade Away di Stoccolma. Non parliamo poi dei bootleg di Roma, Torino, Udine e Santiago. Mi dico che sto aspettando che escano i Crystal Cat ma in fondo so che la mia è soltanto paura: paura che, ascoltandoli, mi ritornino gli stessi sentimenti di quei giorni, e ciò mi porti sulla pericolosissima strada del pensare "Chissà se ci sarà una prossima volta" - che ovviamente ci sarà, ma questa, come tutte le domande esistenziali, è bastarda perchè ti insinua un dubbio rognoso dentro col quale sei costretto a convivere. Ma lasciamo perdere.
Passando ad altro, come forse qualcuno saprà, mercoledì scorso s'è sposato mio zio, o per meglio dire mio fratello maggiore, il che mi ha offerto un nuovo spunto per riconsiderare la mia esistenza; l'anno scorso, quando presi la decisione di andare a studiare a Roma, lo feci ripetendomi che tanto lo stato di cose, già di per sè mutato negli ultimi anni, sarebbe comunque inevitabilmente e definitivamente cambiato da un anno a quella parte, e ciò mi permise di decidere un pizzico più a cuor leggero. Non è che non mi piaccia cambiare, intendiamoci, ma è una cosa che accetto solo se non intacca altre persone, ed il sistema di relazioni che c'è tra di loro. Sono molto affezionata ai miei nonni e ai pranzi domenicali con loro, e ovviamente al mio pseudo-fratello maggiore, e sapevo che andandomene a Roma li avrei visti di meno, e proprio nell'ultimo anno in cui le cose, per un certo verso, sarebbero continuate ad andare in una maniera che si è riassestata alla meno peggio da tre/quattro anni a questa parte.
Si chiama crescere, lo so, ma io non sono mai stato un tipo che cresce, sono molto rock 'n' roll da questo punto di vista. I miei regali di Natale sono ancora costruzioni della Lego, pupazzetti di film o peluche, al massimo puzzle. Non scherzo, eh. Potete quindi capire che trauma sia stato per me questo matrimonio. Ora è vero, niente sarà più come prima. Ora è giunto il momento di trovare una nuova stabilità, per me.
Che poi io sono rimasta attaccata anche ad una visione un po' romantica della vita, nel senso che mi piacciono gli happy ending al termine di una storia umana, ed ogni volta che questo accade non posso fare a meno di commuovermi e pensare una volta di più che, se lo si vuole, si può riuscire a rimanere innocenti anche in this hard land. L'ultima occasione me l'ha data la lettura del capitolo dedicato a Jerry Lewis contenuta nello splendido libro di Peter Bogdanovich intitolato Who The Hell's In It? (Chi C'è In Quel Film?), che avevo comprato e cominciato a leggere tutta entusiasta a marzo e che avevo poi progressivamente abbandonato a metà maggio, quando sono tornata a Bisceglie, un po' perchè mi stavo preparando alla trasferta svedese (e ai miei primi concerti del tour, il che comporta una determinata preparazioe), e un po', a dire il vero, perchè nonostante le oltre 700 pagine che compongono il volume non volevo finirlo troppo presto, talmente mi piace. Insomma, dovendo stare tutto il giorno con la gamba stesa dopo l'infortunio di qualche settimana fa, in questi giorni l'ho ripreso in mano e ne ho letto, seppur con parsimonia, qualche capitolo, tra cui appunto quello su Lewis.
Non so quanto lo conosciate, e se lo conosciate, sappiate però che lui e Dean Martin hanno fatto coppia fissa nei locali e sulla tv Americani per dieci anni, dal 1946 al 1956, e come popolarità erano sul livello di Stanlio & Ollio, tanto per farvi capire; in più erano amici, grandi amici, e questo nonostante i critici e i giornali avevano attenzioni soltanto per Lewis. Finchè a dividerli non sono subentrati "gli invidiosi e i mettimale dell'ambiente, erano gelosi del nostro rapporto. Prova ad immaginare: tutto quello che riescono a fare le persone meschine, a noi l'hanno fatto. [...] Era successo che qualcuno aveva riportato a Dean delle cose che io avrei detto su di lui. Io non ho mai parlato male di Dean, neanche nel periodo della faida. Gli volevo bene".
Dopo la rottura della coppia, i due non si parlarono per 20 anni, fino a quando in occasione dell'annuale telethon del MDA organizzato da Jerry Lewis, Frank Sinatra, che conduceva con lui la serata, ad un certo punto non presentò una sorpresa: Dean Martin. L'abbraccio tra i due è un qualcosa di veramente commovente, per la genuinità dei sentimenti, della relazione che li aveva legati per tanto tempo, dei due comici stessi. Scene come questa fanno bene al cuore sempre, e soprattutto quando capitano quei momenti in cui pensi che tutto faccia schifo, che nessuno merita i tuoi sentimenti, che il mondo vada a rotoli e via dicendo tutto l'armamentario di invettive che ormai troppo spesso affollano i pensieri e le parole di troppe persone. Mi ha sempre dato fastidio chi si lamenta in continuazione di qualsiasi cosa gli capiti: so anche io che l'attuale presidente del Consiglio è quello che è, che la Chiesa ha posizioni troppo conservatrici, che i ragazzini sono sempre più assuefatti alla tv mediocre che c'è adesso; ma non per questo sento il bisogno di ripeterlo come un disco che dopo l'ultima traccia ricominci dalla prima, semplicemente perchè non serve assolutamente a niente, anzi.
A me piace guardare il lato bello della vita, il lato onesto, puro, sincero, perchè è solo così che sono riuscita ad uscire dalla darkness on the edge of town in cui stavo vivendo da troppo tempo, e che stava diventando la parte con la maggioranza delle azioni della mia anima.

Tonight the moon's looking young, but I'm feelin' younger
'Neath a veil of dreams sweet blessings rain
Honey I can feel te first breeze of summer
And in your love I'm born again...



luglio 28, 2009

My Love Will Not Let You Down

Perchè a Roma è entrato sulle note di "Once Upon A Time In The West";
perchè "Ma era completamente scatenato!";
perchè "Vanessa, sono stanca";
perchè ha fatto ritardo sul ritardo;
perchè per dieci giorni siamo stati in tour con lui;
perchè "E il braccialetto rosso a che serve?";
perchè a Roma il pit era una mandria di bufali;
perchè gli amici Greci meriterebbero davvero una Sua visita;
perchè possiamo ribaltare i sedili e dare un party nella tua Cadillac Rosa;
perchè ci vediamo sempre fuori in strada;
perchè My City Of Ruins l'ha chiesta Colombati, ma quell'avanti, rialzatevi l'abbiamo urlato tutti quanti;
perchè abbiamo capito che è anche una questione genetica;
perchè Thunder Road l'ha suonata a Roma, e non è un caso;
perchè ci diamo appuntamento negli spazi senza fine;
perchè abbiamo tutti un cuore affamato, anche chi dice di no;
perchè le parole esatte di Travellin' Band mica le sapevamo tutti, ma abbiamo cantato e saltato lo stesso;
perchè il duetto finale su My Hometown... anche quello, da brividi, per il suo significato;
perchè c'è tanta gente rimasta con la testa al 1985, ma anche al 2003;
perchè lo stadio di Torino tremava tutto durante Twist & Shout;
perchè come al solito, due cuori sono meglio di uno;
perchè l'Osservatore Romano ha detto che Bruce "è l'essenza del rock";
perchè American Skin a Udine è stata uno schiaffo a tutti i leghisti, ed è stata sentita dal pubblico come personale;
perchè abbiamo ascoltato la miglior versione EVER di Streets Of Fire;
perchè Bruce s'è fatto una gran risata a Roma quando ha visto mille signs per Drive All Night, ma a Torino quando ha estratto dalla seconda busta (su tre) un'altra volta quella song le parti si sono invertite;
perchè su Backstreets ho chiamato una persona, e quando mi ha riattaccato a metà song ho capito di aver fatto la scelta giusta;
perchè The Rising potrebbe essere Long Walk Home, e vabbè;
perchè "Un po' di rispetto per chi lavora!";
perchè "Ragazzi, spostatevi dall'altra parte della strada" "Ma c'è il sole...";
perchè i Torinesi non sanno calcolare le distanze;
perchè la prossima volta Bruce lo faranno suonare in Trentino;
perchè tutti si aspettano il parlato a metà Growin' Up, e quando lo fa sul finire di Backstreets in 40,000 abbiamo trattenuto il respiro e strabuzzato gli occhi;
perchè se c'è qualcosa che ti serve, e non ce l'hai, non startene lì seduto prendendola a male: avanti, alzati, fai uno sforzo e alza la mano... e, insomma, lo si è visto;
perchè Bruce in Italia non capisce veramente più niente, e succede solo qui;
perchè in queste tre tappe si sono aggiunti molti nuovi blinded by The Light;
perchè noi siamo di "orientamento politico e religioso Springsteeniano" [cit. Ale];
perchè "Lunedì vanno in vendita i biglietti dello Spectrum!!!";
perchè "Una cosa dovevamo fare..." e non l'abbiamo fatta, ovviamente;
perchè i giornalisti hanno scritto le recensioni degli shows basandosi sulle setlist scritte prima (ahahah, che ridere);
perchè i braccialetti Italiani sono i migliori in assoluto;
perchè la security ha finalmente capito come si gestisce l'ingresso per il pit, sperando che the next time around se ne ricordi;
perchè "Forse Bruce torna in Europa a Novembre!? ;
perchè ovviamente, Bruce è senza voce e tira fuori Born In The U.S.A., e Big Man non ce la fa più ed esegue un solo stupendo su Drive All Night;
perchè Steve si spaventa di una farfalla e prende a botte Bruce con un materassino gonfiabile;
perchè a Max piace tanto Land Of Hope And Dreams, ma Bruce non gliela fa suonare;
perchè dopo aver accompagnato Clarence, e fatto scendere la band, Lui è tornato da noi, si è inchinato e ci ha salutati ancora;
perchè quando è partita Something In The Night sono per un attimo tornata indietro a Marzo, e ancora una volta ho avuto conferma della grandezza di Bruce;
perchè a tutti è capitato di alzare il volume della radio per non pensare;
perchè c'è stato un boato sul finire di Sherry Darling: "Hey, hey, hey, what you say, Sherry Darling?";
perchè figliolo, devi fare qualche soldo se vuoi prendere la macchina per andartene in giro domenica prossima. Non sono andato a lavorare, ho detto al capo che ero malato: "Non puoi prendere l'auto perchè non hai fatto un cavolo!" - Chiara saprà a cosa mi riferisco;
perchè l'ultima strofa di Be True... lasciamo stare;
perchè "Sorridete!" e la foto prendeva un piatto e le nostre mani attorno - e, in caso dubitaste, abbiamo sorriso;
perchè come qualcuno ha saggiamente detto, non puoi costringere qualcosa di così grosso in una categoria sotto la voce "divertimento", e fingere che la tua vera vita sia quella che gli altri chiamano "quotidianità";
perchè in the end tutto è destinato all'oblio, tranne le emozioni, le lacrime, gli abbracci;
perchè ci siamo incontrati grazie a Bruce, ed è uno dei più bei regali che mi potesse fare;
perchè "Ormai siete proprio nel giro";
perchè tramps like us, we were born to run non mi è mai sembrata così vera come in questi dieci giorni;
perchè ci sono volte in cui vorresti mandare tutto a farsi fottere, ma poi quando senti per l'ennesima volta: spazza via tutti quei sogni che ti distruggono, spazza via tutti quei sogni che ti spezzano il cuore, spazza via tutte le bugie che ti lasciano con niente in mano, ma sperduto e con il cuore in mille pezzi ti si muove qualcosa dentro e finisci inevitabilmente per crederci di nuovo, ancora di più;
perchè in queste notti ho chiuso gli occhi e ho sentito così tanti amici intorno a me nella luce della prima sera;
perchè ad Udine ho avuto un dialogo muto con Bruce, io che quando l'ho incontrato non sono riuscita a spiacciare parola, ed è stato straordinario e devastante sentire dentro di me che Lui, quando mi guardava, capiva che se ero lì a saltare e gridare ininterrottamente era per dirgli soltanto "Grazie", per tante, troppe cose che inevitabilmente finiscono per perdersi nel cuore di un momento, sommerse da un insieme di emozioni e di parole che probabilmente non hanno neanche un senso; ma lì, durante il concerto, quando i nostri sguardi si incrociavano, sapevo che stavamo parlando, in un qualche modo nascosto e segreto, e questo, permettetemi di dirlo, vale molto più di qualsiasi frase o parola messe insieme per davvero;
perchè c'è una e una sola verità: il mio amore non ti abbandonerà mai.

La notte vado a letto, ma non riesco a dormire
Ho qualcosa che mi corre senza sosta per la testa, che non riesco a fermare
Nel silenzio sento il battito del mio cuore, il tempo che vola via
Ho un bomba ad orologeria che segna il tempo dentro di me
Ti devo spiegare cosa voglio dire
Continuo a cercarti, mia cara, a cercarti ovunque io vada
E quando ti avrò trovata ci sarà solo una cosa che dovrai sapere
Una cosa che devi sapere

Il mio amore non ti abbandonerà mai
Il mio amore non ti abbandonerà mai

Di notte cammino per strada in cerca di una bella storia d'amore
Ma vado sempre a finire in una sorta di trance
Cerco un legame in qualche sguardo nuovo
Ma sono tutti impenetrabili a causa dei troppi sogni svaniti
Ti vedo nella stanza che te ne stai lì a guardarmi senza dir nulla
Be', mi farò largo tra tutta quella folla, buttero giù tutti i tuoi muri
Butterò giù tutti i tuoi muri

Il mio amore non ti abbandonerà mai
Il mio amore non ti abbandonerà mai

Be', tieni ancora duro, mia cara
Tieni ancora duro, per amor di Dio
Perchè ho fatto una promessa a me stesso di cui non ho paura
Non ho paura di mantenerla

Il mio amore non ti abbandonerà mai
Il mio amore non ti abbandonerà mai

P.S.: le parole sono sempre limitative, è vero, quindi se scrivo un semplice "grazie" sapete che voglio dire molto, molto, molto di più; and so, grazie a tutti i miei compagni di viaggio: Chiara, Oriana, Gigi, Mattia, Gloria, Maurizio, Lorena, Manu, Ale, Fabri, Jack, Silvia, Beck, Marco, Orso, Maryland, Bianca, Armando, Gian, Cri, Vale, Valentina, Marta, Alessandra, Rob, Lothar, Claudio, Erminia, Giulio, tutti i Lohaders che ho intravisto e di cui non ricordo il nome e i transennari con cui ho condiviso le tre interminabili (ma premiate) code. Senza di voi, tutto questo non sarebbe successo... See you further on up the road, brothers & sisters!